Iran, Trump e Putin nella partita: negoziati bloccati e nuova escalation militare possibile
Il confronto tra Washington e Teheran vive una fase di profonda incertezza, sospeso tra lo stallo dei negoziati formali e il costante timore di una nuova fiammata militare. Sullo sfondo, nodi strategici cruciali come il dossier sul nucleare iraniano, la sicurezza dello Stretto di Hormuz e la frammentazione interna della Repubblica Islamica restano al centro di una partita geopolitica ad altissima tensione.
Le ultime frizioni sul campo — tra i tentativi russi di inserirsi nella gestione del materiale arricchito, i colloqui faticosi mediati dal Pakistan e la massiccia presenza di dispositivi militari statunitensi nell’area — sollevano interrogativi cruciali: siamo vicini a una reale svolta diplomatica o il rischio è quello di scivolare in un conflitto di logoramento ancora più lungo e pericoloso? E quanto sono concreti i margini per evitare una ripresa delle operazioni cinetiche?
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A fare chiarezza è Elisa Querini, Responsabile del Desk Asia e Pacifico del CeSI (Centro Studi Internazionali) e referente per l’Iran, che ad Affaritaliani analizza la profondità dello scontro e i suoi possibili scenari: “Il contesto attuale emerge come particolarmente sfaccettato e complesso. Nessuna delle parti coinvolte sembra disposta a raggiungere un compromesso, determinando una fase di stallo che si protrae ormai da quasi due mesi e che difficilmente potrà consolidarsi come un nuovo status quo”.
Il retroscena del The New York Times su Mahmoud Ahmadinejad ha sorpreso molti. Quanto ritiene credibile che USA e Israele abbiano davvero pensato a lui per il dopo-regime? E soprattutto, quale sarebbe stato il vero obiettivo strategico dietro una scelta così apparentemente assurda?
“Se per cambio di regime intendiamo la caduta della Repubblica Islamica dell’Iran e l’instaurazione di un sistema politico più allineato agli interessi del blocco Euroatlantico, appare alquanto improbabile che Stati Uniti e Israele abbiano effettivamente delineato un piano che prevedesse un nuovo sistema politico post-regime a guida Ahmadinejad. Il processo di transizione politica in qualsiasi Paese rappresenta una fase estremamente fragile e avrebbe richiesto la guida di una personalità in grado di raccogliere attorno a sé un ampio consenso da parte della popolazione, condizione di cui Ahmadinejad non gode, soprattutto a causa del suo coinvolgimento nella repressione del Movimento Verde nel 2009.
Risulta quindi difficile immaginare la concreta praticabilità di una simile ipotesi, ammesso che essa sia stata effettivamente presa in considerazione. Non si piò escludere, invece, che l’articolo presenti un’altra opzione: quella di trasmettere l’immagine di una società politica iraniana profondamente frammentata e penetrata dai servizi israelo-statunitensi”.
Mosca si è detta pronta a facilitare un negoziato tra Washington e Teheran. Che ruolo può realmente giocare oggi la Russia e quanto Putin potrebbe usare questa crisi per rafforzare la propria influenza internazionale?
“Al momento, appare improbabile che Mosca riesca a ritagliarsi un ruolo effettivo in qualità di mediatore tra Washington e Teheran. Partner considerato affidabile da parte della Repubblica Islamica, la Federazione Russia si era già proposta nel 2025 di poter accogliere gli oltre 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, disponibilità che il Cremlino ha reiterato anche recentemente.
La gestione del materiale rimane infatti uno dei punti di contesa chiave nelle discussioni in corso tra Washington e Teheran. Tuttavia, sebbene l’ottenimento di un tale ruolo rappresenterebbe per Mosca un traguardo importante per rafforzare la propria influenza e presentarsi come un attore centrale nella gestione delle crisi in Medio Oriente, appare piuttosto inverosimile che l’Amministrazione Trump possa accettare la Russia come un potenziale interlocutore”.
Siamo davvero vicini alla fine della guerra oppure il rischio è quello di entrare in una fase ancora più pericolosa e lunga? Quali sono oggi gli scenari più realistici?
“Il contesto attuale in cui operano Stati Uniti, Israele ed Iran emerge come particolarmente sfaccettato e complesso, rendendo difficile delineare scenari futuri definiti. Da un lato, i negoziati mediati dal Pakistan presentano delle criticità sostanziali sia sul piano politico sia su quello tecnico, dalla gestione dello Stretto di Hormuz al dossier nucleare iraniano. Dall’altro, nessuna delle parti coinvolte sembra essere disposta a raggiungere un compromesso, determinando così una fase di stallo che si protrae ormai da quasi due mesi e che difficilmente potrà consolidarsi come un nuovo status quo.
Parallelamente, sia Washington che Tel Aviv, il cui Governo è sottoposto a rilevanti pressioni interne, sembrano avvertire la necessità di conseguire risultati percepibili come concreti dalle rispettive opinioni pubbliche. In tal senso, la continua presenza di un dispositivo militare statunitense nell’area mediorientale non fa escludere la ripresa di una nuova operazione cinetica”.

