Esteri
Israele inasprisce le restrizioni alle organizzazioni umanitarie. Come cambia il lavoro delle Ong a Gaza nel 2026
Dalle nuove regole di registrazione al rischio di espulsione di decine di organizzazioni: che cosa succede a Gaza

Israele inasprisce le restrizioni alle organizzazioni umanitarie. Come cambia il lavoro delle Ong a Gaza nel 2026
Dopo quasi quarant’anni di attività nei Territori palestinesi, Medici senza Frontiere (Msf) rischia di dover interrompere le proprie operazioni a Gaza e in Cisgiordania. L’organizzazione, impegnata soprattutto nell’assistenza sanitaria alla popolazione palestinese, potrebbe non essere l’unica: almeno una decina di ong internazionali rischiano di non poter più operare a partire dal 2026 a causa delle nuove misure introdotte dal governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu.
Le restrizioni sono legate a una legge approvata in primavera che impone criteri di registrazione più stringenti per le organizzazioni umanitarie. Il conto alla rovescia è iniziato a marzo e terminerà il 1° gennaio 2026: da quella data, le ong internazionali che non risulteranno registrate secondo i nuovi requisiti avranno 60 giorni di tempo per cessare le attività nei territori palestinesi.
Che cosa prevedono le nuove regole
Secondo il governo israeliano, la stretta rientra nel quadro della lotta al terrorismo. Le autorità hanno già messo al bando l’agenzia Onu per i profughi palestinesi, l’Unrwa, accusandola di antisemitismo e collusione con Hamas. Le nuove norme stabiliscono che verrà negata la registrazione alle organizzazioni ritenute coinvolte in terrorismo, antisemitismo, delegittimazione di Israele, negazione dell’Olocausto o dei crimini del 7 ottobre.
Una formulazione che, secondo molte ong, lascia ampi margini di interpretazione: nella categoria della “delegittimazione di Israele” potrebbero rientrare anche critiche alle operazioni militari israeliane a Gaza e in Cisgiordania. Molte organizzazioni non sono riuscite a completare l’iter di registrazione; altre, come Msf, pur avendolo concluso, non hanno ancora ricevuto risposta. Save the Children, Oxfam e reti che includono il Norwegian Refugee Council e l’American Friends Service Committee hanno denunciato criteri considerati vaghi e potenzialmente politicizzati.
Il rischio per la popolazione civile
Secondo le organizzazioni umanitarie, le conseguenze della nuova normativa potrebbero essere drammatiche per la popolazione palestinese, già duramente colpita dalla guerra. Decine di ong rischiano di essere costrette a lasciare i territori, privando Gaza e la Cisgiordania di cure sanitarie salvavita e di servizi essenziali.
Anche lo Humanitarian Country Team per i Territori palestinesi occupati, che riunisce agenzie Onu e ong, ha lanciato l’allarme: il nuovo quadro normativo potrebbe far collassare una risposta umanitaria già insufficiente, aggravando ulteriormente una situazione critica.
L’allarme di Medici senza Frontiere
La posizione più preoccupata è quella di Medici senza Frontiere, che ha chiesto alle autorità israeliane di garantire alle ong la possibilità di operare in modo imparziale e indipendente. “Nell’ultimo anno i team di Msf hanno curato centinaia di migliaia di pazienti e fornito centinaia di milioni di litri d’acqua”, ha spiegato Pascale Coissard, coordinatrice delle emergenze di Msf a Gaza. Solo nel 2025 l’organizzazione ha effettuato quasi 800mila visite ambulatoriali e curato oltre 100mila pazienti traumatizzati.
Per il 2026 Msf ha stanziato tra 100 e 120 milioni di euro per la risposta umanitaria nella Striscia. Tuttavia, se l’ong dovesse perdere l’accesso a Gaza, circa mezzo milione di persone rischierebbe di rimanere senza cure mediche essenziali, acqua e assistenza di base. Attualmente Msf supporta sei ospedali pubblici, gestisce due ospedali da campo, quattro centri sanitari e un centro nutrizionale per persone affette da malnutrizione.
Molti di questi servizi, sottolinea l’organizzazione, non sono disponibili altrove, a causa della distruzione del sistema sanitario locale. A ricordare la gravità della situazione è stato anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, di ritorno da Gaza: “Non ci sono case, non ci sono scuole, non ci sono medicine”.
Con l’entrata in vigore delle nuove regole nel 2026, il futuro dell’assistenza umanitaria a Gaza appare dunque sempre più incerto, mentre cresce il timore che le restrizioni colpiscano soprattutto la popolazione civile, già allo stremo dopo mesi di conflitto.
