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Esteri
La sicurezza per Sochi 2014 passa anche dalla Cecenia di Kadyrov

Non si tratta solo di fosche previsioni, ma di una letale realtà, palesata dalle violenze che hanno recentemente scosso la Russia meridionale con il doppio attentato suicida del 29 e 30 dicembre scorso nella città di Volgograd, così come dai successivi scontri a fuoco a Makhachkala. Gli attentati di Volgograd, a ridosso dell'inizio dei Giochi Olimpici, sono legati alla guerriglia latente nella tormentata repubblica federale del Daghestan, regione lacerata da anni dalla lotta tra i gruppi islamisti locali e le forze federali. I due attentatori di Volgograd, che hanno provocato la morte di 34 persone e decine di feriti, erano infatti di origine daghestana, come lo era la donna kamikaze che nell'ottobre scorso si fece esplodere su un bus sempre a Volgograd. Nella raffica di violenze che ha scosso i sistemi di sicurezza russi negli ultimi mesi, hanno agito nuovamente le famigerate "shahidka" ("le vedove nere", in molti casi mogli di insorti uccisi negli scontri con le forze federali) rimaste negli incubi dei russi dalla loro prima apparizione al Teatro Dubrovka di Mosca nel 2002, e che rappresentano un evidente insidia anche per i Giochi Olimpici.

Le cause della cronica instabilità regionale sono riconducibili alla storica ostilità alla presenza e al controllo russo, e allo scontro intra-religioso che va replicandosi in alcune delle varie repubbliche a maggioranza musulmana del Distretto Federale del Caucaso settentrionale. In questa contrapposizione religiosa e ideologica si trova da una parte una tradizionale maggioranza sufi, comprese le istituzioni e le forze armate, e dall'altra invece una minoranza spesso formata da giovani che hanno aderito alla corrente wahabita dell'islam che ha il suo epicentro in Arabia Saudita. Ed è proprio dal contrasto tra la posizione della leadership saudita e quella russa sul conflitto siriano che derivano ulteriori rischi di atti di terrorismo in occasione dei prossimi Giochi Olimpici. A ben guardare, dietro le minacce per Sochi 2014, si cela in effetti una trama geopolitica che passa per il Medio Oriente e che coinvolge un esponente di spicco dello stato saudita. Il 31 luglio scorso infatti, stando a fughe di notizie diplomatiche poi riprese dalla stampa russa e libanese, il potente capo dell'intelligence e principe saudita Bandar Bin Sultan si sarebbe incontrato fuori Mosca con il presidente russo Putin, e gli avrebbe proposto un accordo in base al quale i russi avrebbero dovuto abbandonare il loro cruciale supporto al regime di Bashar Al Assad in cambio della "protezione" delle Olimpiadi di Sochi da parte dei sauditi, che avrebbero evitato possibili azioni terroristiche condotte da fazioni islamiche del Caucaso settentrionale da loro evidentemente controllate. In seguito al netto rifiuto russo della proposta, le velate minacce saudite si sarebbero tradotte in realtà con gli attentati suicidi a Volgograd degli ultimi mesi. Nel caso si registrassero ulteriori attentati durante le Olimpiadi, le rappresaglie russe potrebbero aprire scenari alquanto imprevedibili.

Restando alle incognite sulla sicurezza per i Giochi invernali le preoccupazioni russe non riguardano solamente l'Arabia Saudita, ma derivano anche dalla compagine jihadista che svolge un ruolo fondamentale nella guerra civile siriana in opposizione al regime di Assad. Questa compagine multinazionale infatti è composta anche da gruppi di volontari in armi affluiti dalla Cecenia, dal Daghestan e dalla valle di Pankisi verso la Siria. Dall'appello dell'attuale leader dell’"Emirato del Caucaso" Dokku Umarov (dato di recente per morto dal governo di Grozny, notizia non ancora confermata da fonti russe) in cui si esorta «a fare il possibile per colpire i Giochi Olimpici di Sochi», deriva il timore crescente del Cremlino per il rientro verso la Russia dei jihadisti caucasici oggi in Siria. Per scongiurare questa possibilità il governo russo ha già introdotto una serie di provvedimenti antiterrorismo in cui si prevede fino a sei anni di prigione per i combattenti che decidono di tornare verso il territorio della Federazione russa, e in cui i parenti dei militanti vengono ritenuti finanziariamente responsabili per i danni causati da eventuali attacchi. Il premier Kadyrov ha inoltre imposto il divieto ai funerali dei combattenti ceceni morti in Siria, e ha altresì supportato i muftì locali che danno una lettura della crisi siriana come un conflitto interno e non come una lotta intra-confessionale islamica. Le azioni di Kadyrov tuttavia non sembrano fermarsi alla sfera ideologica e legale. Decine di sospetti militanti sono infatti stati recentemente arrestati, ma i piani preventivi di Kadyrov potrebbero andare ben oltre le retate sul suolo federale. È lo stesso presidente ceceno infatti ad aver espresso la volontà del suo governo, insieme al Cremlino, di non voler attendere passivamente il rientro dei combattenti verso il Caucaso, ma di adottare misure preventive. In quest'ottica, sarebbe già in preparazione l'addestramento di unità speciali cecene da dislocare direttamente in territorio siriano con l’obiettivo di eliminare in loco i jihadisti caucasici e impedirne un eventuale ritorno in patria in vista delle Olimpiadi.

Un’eventualità tale non solo complicherebbe ulteriormente la realtà del quadro bellico siriano, ma sarebbe un altro significativo segnale di come gli sviluppi della crisi siriana siano determinanti ai fini della sicurezza e stabilità geopolitica russa in generale, più che mai in queste settimane, vista la prossimità degli eventi olimpici sulle coste del Mar Nero.
 

Giorgio Cella, studioso dell'area Russia e Caucaso, per l'ISPI

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