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“Nuovi bombardamenti in Iran? Solo se Trump perderà la pazienza. Ecco l’exit strategy per una pace giusta”

Guerra in Iran, l’analisi strategica-militare del generale Chiapperini

“Nuovi bombardamenti in Iran? Solo se Trump perderà la pazienza. Ecco l’exit strategy per una pace giusta”

“Pronti i bombardamenti”: il generale Chiapperini svela il piano di Trump e perché la pace è impossibile

Mentre la tensione nel Golfo Persico raggiunge il punto di ebollizione e le minacce del presidente americano Donald Trump si alternano a una complessa partita diplomatica con Pechino, il braccio di ferro tra Washington e Teheran scivola in una fase decisiva. Sullo sfondo, il controllo dello Stretto di Hormuz e la minaccia nucleare iraniana sono al centro di una contesa geopolitica che rischia di incendiare definitivamente le rotte dell’energia globale. Le dichiarazioni del Tycoon – che bolla come “spazzatura” le risposte del regime e minaccia la ripresa dei bombardamenti – aprono scenari inquietanti: siamo alla vigilia di raid mirati sui siti sensibili o si tratta dell’ennesima prova di forza per spingere la Cina a mediare? E quali sono le reali capacità dei Pasdaran di colpire le basi americane e i Paesi del Golfo in caso di escalation?

A fare chiarezza è Luigi Chiapperini, Generale di Corpo d’Armata dei Lagunari in quiescenza e analista militare del Centro Studi dell’Esercito, che ad Affaritaliani analizza la profondità dello stallo e i rischi di un allungamento del conflitto: Trump sta pazientando in vista dell’incontro con Xi, ma in caso di irrigidimento iraniano dovrà trovare una via di uscita dal pantano in cui si trova. L’opzione dei bombardamenti potrebbe essere accompagnata da un’azione terrestre limitata”.

Generale, Trump minaccia di tornare a bombardare: siamo di fronte a raid mirati o all’inizio di un conflitto su vasta scala? E l’Iran si dice pronto a “dare una lezione” agli Usa: quali sono le sue reali capacità di risposta contro le basi americane nella regione?

“Trump sta pazientando in vista dell’incontro di questi giorni con il presidente cinese Xi, ma in caso di irrigidimento iraniano dovrà trovare una via di uscita al pantano in cui si trova. Quello di riprendere i bombardamenti sull’Iran è un’opzione che potrebbe essere accompagnata da una azione limitata terrestre. Pertanto non si tratterebbe di un conflitto su vasta scala ma di un allungamento di quello attuale che avrebbe peraltro gravi ripercussioni sull’economia mondiale che già sta risentendo della crisi. La “lezione” che con le sue capacità militari residue l’Iran potrebbe dare agli Usa, sarebbe rivolta non solo alle basi americane ma anche ai paesi del Golfo, prolungando altresì il blocco dello Stretto di Hormuz”.    

L’Iran sostiene che le richieste americane equivalgano a una resa: qual è oggi il vero nodo che impedisce l’accordo? E in questo stallo, chi deve fare il primo passo concreto: Washington alleggerendo le sanzioni o Teheran fornendo garanzie sul piano militare e nucleare?

“Credo che gli Usa siano disposti ad allentare le sanzioni. Ritengo invece che il vero impedimento al raggiungimento dell’accordo sia la lettera iraniana in risposta ai 14 punti statunitensi. L’Iran pretende, oltre alla fine delle sanzioni, la ⁠restituzione dei suoi beni congelati all’estero, il ⁠risarcimento dei danni di guerra e la sua sovranità sullo Stretto di Hormuz. Nessun cenno invece riguardo allo smantellamento del programma nucleare militare. Sono essenzialmente gli ultimi due punti quelli ritenuti inaccettabili dagli Stati Uniti. Impensabile per Trump e per la comunità internazionale cedere la sovranità dello Stretto all’Iran così come consentirgli di dotarsi di armi nucleari”.

Se dovesse indicare una “pace giusta” in questo conflitto, quale dovrebbe essere il punto minimo irrinunciabile per garantire stabilità in Medio Oriente senza alimentare nuove escalation?

“Si può disquisire sulla liceità della guerra avviata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ma sicuramente il regime degli ayatollah è stato e rimane il vero nodo della stabilità, o meglio dell’instabilità dell’area mediorientale. Probabilmente il ‘regime change’ era uno degli obiettivi iniziali del conflitto sull’onda delle manifestazioni popolari represse nel sangue di qualche mese fa dai pasdaran. Quell’obiettivo però non è stato raggiunto ed ora diventa necessario trovare una via d’uscita. Di fronte alla risolutezza di Teheran, sarà difficile ottenere una ‘pace giusta’, ma la rinuncia al nucleare e la riapertura dello Stretto di Hormuz in cambio della cessazione delle ostilità e della fine delle sanzioni potrebbe essere la soluzione meno dolorosa per tutti. Chissà se nei prossimi giorni Trump riuscirà ad ottenere da Xi qualche aiuto in tal senso”.

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