“I missili sono l’unica garanzia degli Ayatollah, senza il regime crolla”
Ginevra, stallo o svolta? Il dialogo sul nucleare iraniano si scontra con il muro di Teheran sui missili balistici, l’unica vera “assicurazione sulla vita” rimasta nelle mani degli Ayatollah. Mentre Trump schiera le portaerei e il Segretario di Stato preme per una soluzione rapida, l’ombra di una guerra civile in Iran si fa sempre più concreta.
A fare chiarezza sulla complessa crisi geopolitica tra Washington e Teheran è il Generale Luigi Chiapperini, già Generale di Corpo d’Armata dei Lagunari e analista militare del Centro Studi dell’Esercito, che ad Affaritaliani spiega perché il tempo è il fattore critico: “Teheran cerca di guadagnarlo per riprendere il controllo interno, mentre gli USA non possono mantenere il loro imponente dispositivo militare in allerta all’infinito”. Secondo il Generale, dietro la retorica bellica si nasconde un obiettivo economico preciso: “L’amministrazione americana punta a petrolio e minerali strategici per bilanciare lo strapotere della Cina”.
Secondo gli Stati Uniti il rifiuto di Teheran di discutere il proprio programma missilistico balistico rappresenta “un problema molto grande” per qualsiasi accordo. Un’intesa limitata al solo nucleare può davvero reggere nel tempo?
“Sembra che effettivamente i nodi al pettine siano due: il programma nucleare e lo sviluppo di nuovi missili balistici iraniani. Teheran sul primo appare più possibilista mentre rimane intransigente sulla seconda questione. Ed è comprensibile: con i propri pasdaran e l’alleato principale Hezbollah indeboliti, l’esercito regolare sul quale poter fare un affidamento relativo e un programma nucleare militare disarticolato – almeno parzialmente – dopo gli attacchi del passato, i missili balistici rimangono l’unico vero strumento nelle mani degli ayatollah per poter esercitare una politica vera ed indipendente nel Medio Oriente continuando a perseguire i propri obiettivi strategici. Senza di essi il regime sarebbe fortemente ed irrimediabilmente indebolito con gravi ripercussioni anche interne al paese”.
Questo nuovo round di Ginevra può portare a un passo avanti concreto oppure servirà solo a prendere tempo?
“Il tempo è un fattore critico per tutti. Teheran cerca di guadagnarlo sia per riprendere il controllo dell’ordine pubblico all’interno del Paese dopo le imponenti manifestazioni popolari che sta provando a reprimere con il sangue sia per ripristinare il sistema difensivo nazionale messo a dura prova e degradato dagli attacchi statunitensi di giugno 2025. Quindi è interesse iraniano protrarre il più possibile i tempi dei negoziati. Al contrario, gli Stati Uniti cercano di giungere ad una soluzione nel più breve tempo possibile poiché tecnicamente risulta complicato mantenere per troppo tempo pronto all’azione l’imponente dispositivo schierato nell’area.
Ciò in quanto qualsiasi strumento militare ha la necessità di ricondizionarsi dopo tempi prolungati di impiego. Alcuni degli assetti rischierati in Medio Oriente da Washington sono in “prontezza operativa” da molto tempo e ancorché dotati di lunga autonomia (basti pensare alle portaerei a propulsione nucleare) hanno comunque la necessità di soste periodiche in basi attrezzate per manutenzioni o anche solo per la rotazione degli equipaggi provati dall’impiego continuativo di mesi. Inoltre alcuni dispositivi navali e aerei ridislocati in zona non solo sono reduci da cicli operativi prolungati e logoranti ma hanno lasciato parzialmente scoperti alcuni quadranti strategici. I pianificatori statunitensi hanno messo in conto qualche rischio che però più tempo passa più cresce”.
Con le minacce di un possibile intervento da parte di Donald Trump e il dispiegamento di forze nella regione, siamo di fronte a una strategia negoziale di pressione massima o a un reale rischio di escalation?
“Si tratta sicuramente di una forma di sollecitazione ma dipenderà tutto dall’esito dei negoziati in corso se quella pressione militare -che rappresenta uno degli strumenti decisivi della diplomazia- si trasformerà o meno in un intervento armato contro l’Iran. La carte da giocare sul tavolo dei negoziati sono molte. Un possibile compromesso win-win che potrebbe evitare l’intervento armato potrebbe essere la sospensione del programma nucleare iraniano e una limitazione nello sviluppo dei missili balistici in cambio di un allentamento delle sanzioni e di un accordo sullo sfruttamento delle risorse naturali iraniane. Uno scenario del genere avrebbe però sicuramente uno sconfitto: la popolazione iraniana la quale invece si attende un intervento armato statunitense per indebolire ulteriormente il regime e cercare di dare nuovo slancio alle proteste coinvolgendo eventualmente l’esercito regolare iraniano per battere i pasdaran. Sarebbe la guerra civile dagli esiti incerti”.
Secondo il Financial Times, l’Iran sarebbe pronto a offrire incentivi economici legati a petrolio, gas e minerali strategici per evitare un conflitto. È una mossa tattica per guadagnare tempo o può davvero rappresentare una base per un compromesso strutturale tra Washington e Teheran?
“L’attuale amministrazione americana è molto sensibile a possibili incentivi economici. Leggendo i recenti documenti National Security Strategy e National Defence Strategy degli USA, si deduce quale sia, tra gli altri, il disegno di Washington: contenimento della Cina senza il confronto militare diretto e indebolimento o abbattimento dei regimi ostili cercando contestualmente di perseguire ritorni economici.
Lo abbiamo constatato negli ultimi mesi: i tentativi più o meno riusciti di soluzione dei conflitti e delle crisi, ad esempio in Ucraina, Venezuela e Groenlandia, passano anche da accordi che in qualche modo assicurino a Washington il raggiungimento di obiettivi non solo di sicurezza ma anche economici volti a concorrere alla soluzione di problemi essenzialmente interni.
Una lettura che si può dare alle iniziative americane degli ultimi tempi è proprio la ricerca del bilanciamento dello strapotere della Cina che ha il monopolio del commercio dei minerali strategici. Per gli Stati Uniti cercare di colmare detto divario mantenendo salda nelle proprie mani la leva del petrolio e del gas rimane lo strumento più efficace per contenere il Dragone senza doverlo necessariamente affrontare militarmente”.

