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Scontro Iran-Usa, l’esperto: “Non sarà un conflitto breve. Gli obiettivi di Trump richiederanno molto tempo”

L’intervista di Affaritaliani a Daniele Fiorentino, professore di Storia degli Stati Uniti presso l’Università Roma Tre

Scontro Iran-Usa, l’esperto: “Non sarà un conflitto breve. Gli obiettivi di Trump richiederanno molto tempo”
Donald Trump Board of Peace

Scontro USA-Iran, l’esperto: “Trump accelera, ma cambiare il sistema di Teheran non sarà una missione lampo”

Mentre l’offensiva degli Stati Uniti contro l’Iran infrange i tabù diplomatici che resistevano dal 1979, il conflitto si sposta pericolosamente verso i confini dell’Europa, mettendo a nudo la fragilità dei vecchi equilibri atlantici. L’attacco diretto a Teheran e il coinvolgimento di asset strategici nel Mediterraneo non sono più solo segnali di una crisi regionale, ma l’inizio di una guerra aperta che scavalca i poteri del Congresso e le tradizionali regole d’ingaggio della NATO. Ma in questo scenario di accelerazione brutale, quanto è realistico l’obiettivo di Donald Trump di imporre un “regime change” a Teheran in tempi brevi? L’Occidente è preparato a gestire un vuoto di potere in Iran o stiamo assistendo a un salto nel buio senza una reale strategia d’uscita?

A fare chiarezza è Daniele Fiorentinoprofessore di Storia degli Stati Uniti presso l’Università Roma Tre, Direttore della Rivista Italiana di Storia Internazionale e membro del Consiglio del Centro Studi Americani di Roma – che ad Affaritaliani analizza con precisione l’attuale scenario, abbattendo con franchezza ogni falsa speranza: “Non sarà una guerra breve. Se l’obiettivo di Trump è cambiare la natura stessa del sistema iraniano attraverso un “regime change” — servirà molto tempo”. 

Professore, l’attacco diretto a Teheran sembra aver infranto il tabù che durava dalla crisi degli ostaggi del 1979. Come legge l’iniziativa unilaterale di Trump e lo scavalcamento del Congresso in questa fase?

“Bisogna guardare ai poteri di guerra: secondo la Costituzione appartengono al Congresso, ma Trump ha agito unilateralmente, informando le Camere solo a decisione presa. È una prassi già vista nella storia americana, ma qui c’è un’accelerazione spiazzante. Questo gli ha permesso di superare quel confine che tratteneva gli USA dal 1979, da quando lo shock dell’ambasciata a Teheran rese l’intervento diretto un tabù. Dire che è stata “varcata la linea rossa” è forse un’espressione forte — dato che attacchi ai siti nucleari e dialoghi difficili ci sono sempre stati, anche sotto Obama — ma oggi non siamo più alle schermaglie: questa è una guerra aperta, brutale e decisa, condotta in stretto asse con Israele”. 

Quanto potrebbe durare questo conflitto e quali sono i reali obiettivi degli Stati Uniti e di Israele sul campo?

“Non sarà una guerra breve. Se gli obiettivi di Trump sono quelli dichiarati — non solo bloccare il nucleare, ma cambiare la natura stessa del sistema iraniano attraverso un “regime change” — servirà molto tempo. Israele e USA stanno cercando di cancellare definitivamente minacce dirette come Hezbollah, che dopo il 7 ottobre ha già perso molta forza.

Ma il vero punto interrogativo è cosa succederà dentro l’Iran: le notizie sono pochissime e contraddittorie. Vediamo cerimonie di lutto sotto i bombardamenti, ma anche segnali di giubilo. Il regime è autoritario e reprime con violenza bruta, ma uccidere Khamenei potrebbe non essere la soluzione; il cambiamento spetterebbe al popolo iraniano, che si trova in una situazione tragica dove i diritti vengono violati in ogni direzione”.

Il coinvolgimento di Cipro ha sollevato timori per la sicurezza europea. Esistono i presupposti per attivare l’Articolo 5 della NATO in caso di escalation?

“Sulla minaccia diretta all’Europa e l’uso dell’Articolo 5, dubito che al momento ci siano gli estremi. Il caso Cipro è preoccupante, ma non credo che l’Iran o i suoi proxy abbiano interesse a colpire il “ventre molle” dell’Alleanza in Europa per colpire indirettamente gli Stati Uniti. Certo, se la reazione di Teheran venisse classificata come terrorismo internazionale o minaccia diretta, il quadro cambierebbe, ma oggi non lo vedo come un esito immediato. L’Iran minaccia l’UE, ma l’azione europea resta difensiva; non dimentichiamo che molti Paesi, Italia inclusa, hanno mantenuto rapporti commerciali e diplomatici con Teheran per anni”. 

Lei parla di una NATO legata a schemi del 1949. Siamo di fronte a un nuovo paradigma delle relazioni internazionali?

“Il punto è proprio questo: continuiamo a guardare alla politica estera USA con una lente del Novecento, legata a regole d’ingaggio del 1949 che oggi sembrano non valere più. Gli equilibri mondiali sono cambiati e si va sempre “oltre”. Ciò che mi preoccupa è la mancanza di un piano effettivo.

Rispetto all’Iraq dopo l’11 settembre, dove nonostante la risposta pronta ci fu un lungo dibattito in Congresso, qui l’accelerazione è spiazzante. Come sono entrati gli Stati Uniti in questa guerra? Qual è l’obiettivo finale? Questa velocità nel prendere decisioni così dirompenti senza un confronto democratico preventivo è l’aspetto più critico della fase attuale”. 

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