Moni Ovadia: “Meloni e Tajani? Reazione da minimo sindacale. Contro Israele serve il blocco totale di armi ed economia”
Le immagini diffuse dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir — con gli attivisti della Flottilla bendati, ammanettati e costretti in ginocchio dopo il fermo della marina israeliana — hanno provocato un’ondata di indignazione internazionale e aperto un nuovo fronte politico attorno alla gestione del conflitto a Gaza.
Filmati che hanno spinto persino Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri israeliano a prendere pubblicamente le distanze dai metodi utilizzati da Ben-Gvir, mentre in Italia le immagini sono state definite “inaccettabili” dal governo e dal Quirinale.
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Ma il caso solleva interrogativi ben più profondi: si tratta davvero di un eccesso isolato legato alla figura di Ben-Gvir oppure dell’espressione più esplicita della radicalizzazione politica e ideologica che attraversa oggi Israele? E fino a che punto l’Occidente continua a tollerare ciò che accade nei territori palestinesi?
A rispondere è Moni Ovadia, attore, intellettuale di origine ebraica e fervente sostenitore della causa palestinese che ad Affaritaliani offre una chiara lettura della crisi israelo-palestinese e delle responsabilità della comunità internazionale: “Ben-Gvir si muove con un sadismo rozzo, ma rappresenta la vera faccia del sionismo odierno”. Secondo Ovadia, le reazioni del governo italiano “rappresentano il minimo sindacale” e l’unica risposta credibile dovrebbe essere “l’interruzione immediata di qualsiasi rapporto con lo Stato israeliano”.
Anche Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri israeliano hanno preso le distanze dalle immagini diffuse da Itamar Ben-Gvir. Si tratta davvero di un episodio isolato o del segnale di una deriva politica più profonda in Israele?
“No, non è affatto un episodio isolato. Ben-Gvir si muove con un sadismo rozzo, ma rappresenta la vera faccia del sionismo odierno. La stragrande maggioranza dei sionisti ha convissuto per decenni con l’oppressione dei palestinesi, accettandola e ignorandone le sofferenze, i diritti e la straordinaria dignità. Fatta eccezione per piccole, coraggiose e meravigliose minoranze interne a Israele, l’ideologia sionista si è strutturata come un progetto colonialista, segregazionista, razzista e, da ultimo, genocidario, che non ha mai voluto una reale convivenza.
Non credo che questo sistema possa cambiare: potrà forse assumere modi meno brutali in superficie, ma la sostanza rimarrà la stessa. Personalmente auspico la fine del sionismo e la nascita, nella terra di Palestina, di uno Stato unico, laico e democratico, che garantisca gli stessi identici diritti e doveri a tutti coloro che lo abitano, siano essi ebrei, arabi, musulmani o cristiani. Dobbiamo superare la retorica insopportabile dell’“unica democrazia del Medio Oriente”, un balbettio ripetuto a memoria dalle cancellerie occidentali. Come ricordava il regista Ken Loach citando Martin Luther King, i peggiori non sono solo coloro che compiono i crimini, ma chi si gira dall’altra parte. O, per dirla con Antonio Gramsci nel suo celebre scritto: ‘Odio gli indifferenti’”.
Le condanne di Giorgia Meloni e Antonio Tajani bastano oppure l’Italia dovrebbe adottare misure più dure verso Israele?
“Le reazioni del nostro governo rappresentano il minimo sindacale. Di fronte a una simile gravità, l’unica risposta credibile sarebbe l’interruzione immediata di qualsiasi rapporto con lo Stato israeliano. È necessario bloccare ogni scambio di armi, ogni cooperazione militare e di intelligence, ma anche interrompere i legami economici e culturali. Questo sistema va ridotto al totale isolamento internazionale, affinché comprenda che non si può vivere al di fuori della comunità delle nazioni civili.
Viene da chiedersi, tuttavia, se noi in Occidente siamo ancora una comunità civile. Ne dubito fortemente, fatte salve poche e virtuose eccezioni come la Spagna o l’Irlanda, che hanno avuto il coraggio di alzare la voce e intraprendere iniziative politiche e diplomatiche concrete”.

