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Esteri
Sudan, i golpisti addestrati dall'Italia. Dovevano fermare i migranti libici

Sudan, i paramilitari invocano un "cessate il fuoco" di 24 ore. Ma l'esercito rifiuta

Il capo dei paramilitari sudanesi (Rsf), Mohamed Hamdan Dagalo, ha annunciato di aver accettato una "proposta di tregua di 24 ore" nei combattimenti con l'esercito in Sudan "per aprire corridoi ai civili ed evacuare i feriti". Sull'altro fronte, però, lo stesso esercito ha dichiarato che ignorerà tale proposta: "Non siamo a conoscenza di alcun coordinamento con i mediatori e la comunità internazionale per una tregua e la dichiarazione della ribellione su una tregua di 24 ore ha lo scopo di nascondere la schiacciante sconfitta che subirà in poche ore" ha commentato il comando generale delle Forze armate del Sudan. "Siamo entrati in una fase decisiva e i nostri sforzi sono concentrati sul raggiungimento degli obiettivi a livello operativo", aggiunge l'Ufficio del portavoce ufficiale.

Sudan, la missione segretissima che coinvolge anche l'Italia

In Sudan , infatti, è scoppiata un'altra terribile guerra con centinaia di morti e un clima di terrore crescente. Ma spunta un presunto legame tra chi ha scatenato quel conflitto e l'Italia. Chissà - si legge sul Fatto Quotidiano - come si sentirà il colonnello Antonio Colella a sapere che il generale sudanese Dagalo è il capo dei golpisti che stanno mettendo a ferro e fuoco il Sudan. Già, perché l’ufficiale italiano il 12 gennaio 2022 ha incontrato Dagalo, detto "Hemetti", e con lui ha pianificato gli aiuti del nostro Paese al suo gruppo paramilitare Rapid Support Forces formato da tagliagole noti come janjaweed. Ora il generale tenta di impadronirsi del potere e soffocare la nascente democrazia del Paese africano. L'Italia - secondo quanto riportato dal Fatto - intendeva servirsi del gruppo paramilitare in funzione anti-migranti. Cioè le Rapid Support Forces avrebbero dovuto pattugliare il confine tra Sudan e Libia e impedire a chi scappava di raggiungere l’ex colonia italiana e il Mediterraneo. Un incarico assai congeniale alla squadra di tagliagole che in Darfur si era già macchiata di atroci delitti e ignobili massacri.

"Diavoli a cavallo" li chiamavano, perché - spiega il Fatto - assaltavano i villaggi delle etnie africane (loro sono arabi) bruciavano le capanne, ammazzavano gli uomini, violentavano le donne, rapivano i bambini. L’accordo per il loro addestramento raggiunto con l’Italia gli ha permesso di continuare il loro lavoro con più soldi, materiale logistico e una legittimazione politica. I nostri istruttori hanno continuato ad andare in Sudan sicuramente fino a un paio di mesi fa. Gli addestramenti avvenivano a Khartoum ma soprattutto a El Obeid, 400 km a sud della Capitale. Ma i traing avvenivano anche in Italia. I sudanesi arrivavano in piccoli gruppi ed è possibile che alcuni di loro siano ancora nel nostro Paese. Tutto nella massima segretezza. Le missioni erano talmente segrete che perfino le domande poste in Senato dal parlamentare Alberto Airola, che chiedeva spiegazione di quei viaggi non hanno mai avuto una risposta. La carriera del generale è stata folgorante. Da capo di una banda nella guerra in Darfur è diventato capo di un impero politico-economico con miniere d’oro, fabbriche e industrie.

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