“Il rischio di una guerra è elevatissimo”: il piano segreto della Cina per l’invasione di Taiwan, parla Elia Morelli
Mentre la tensione attorno allo Stretto di Taiwan torna a salire e le dichiarazioni di Donald Trump oscillano tra minacce commerciali e avvertimenti strategici, il confronto tra Washington e Pechino entra in una fase sempre più ambigua, sospesa tra guerra di logoramento e preparazione a un potenziale conflitto. Sullo sfondo, nodi strategici come il controllo globale dei microchip avanzati e il dominio delle rotte energetiche nell’Indo-Pacifico restano al centro di uno scontro che va ben oltre il piano regionale.
Le parole del presidente cinese Xi Jinping – con il severo monito di un potenziale conflitto in caso di “gestione errata” del dossier Taiwan da parte della nuova amministrazione Trump – sollevano interrogativi cruciali: siamo di fronte a una reale minaccia di invasione sul campo o a una strategia di massima pressione per costringere l’isola alla resa senza combattere? E quanto è concreta la possibilità di un’escalation militare entro i prossimi anni?
A fare chiarezza è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani analizza la profondità dello scontro e le sue possibili evoluzioni: “Il rischio di una guerra per Taiwan è costantemente elevato, essendo l’obiettivo prioritario della Cina quello di trasformarsi in una vera potenza marittima”.
Xi Jinping ha avvertito Trump che una gestione errata di Taiwan può portare a un conflitto. È uno scenario realistico?
“Il rischio di una guerra è costantemente elevato, essendo l’obiettivo prioritario di Pechino per completare il “Risorgimento della nazione”. Per questo la Cina mantiene un’altissima pressione militare con continue esercitazioni attorno all’isola. Dall’altra parte, gli Stati Uniti spingono Taipei ad adottare la “tattica del porcospino”, investendo massicciamente nella difesa.
Recentemente, il presidente taiwanese ha annunciato investimenti straordinari da 40 miliardi di dollari (2026-2033) per l’acquisto di armi statunitensi e la creazione del Taiwan Dome, un sistema di difesa aerea avanzato. Nonostante qualche resistenza nel Parlamento locale, Washington – tramite Raymond Greene, capo dell’American Institute a Taiwan – ha ribadito l’assoluta urgenza per Taipei di dotarsi di armamenti all’avanguardia.
Il pericolo è amplificato dalla competizione nell’Indo-Pacifico che coinvolge anche gli attori del Quad (Stati Uniti, India, Australia e Giappone) e paesi come Filippine, Indonesia e Thailandia, che si stanno armando in chiave anticinese. Di fronte a questo accerchiamento, la Cina potrebbe stringere ancora di più la morsa attorno a Formosa”.
Perché quest’isola è così centrale nella sfida egemonica tra Stati Uniti e Cina?
“Taiwan è l’epicentro delle tensioni mondiali perché rappresenta la piattaforma fondamentale per le ambizioni marittime cinesi e, al tempo stesso, l’avamposto militare strategico per l’egemonia statunitense nell’Indo-Pacifico. Se per Pechino l’isola è una spina nel fianco che ricorda l’esistenza di “un’altra Cina”, per Washington la sua perdita scardinerebbe il dominio americano in Asia.
C’è poi una cruciale questione tecnologica: Taiwan è il cuore globale dei semiconduttori avanzati grazie alla TSMC di Morris Chang. I suoi microchip sono essenziali per l’intelligenza artificiale, per l’elettronica di consumo e per i sistemi militari più sofisticati del mondo (come caccia e missili).
Prendere il controllo di Taiwan permetterebbe alla Cina di compiere un salto strategico e trasformarsi in una vera potenza marittima. Abbattendo la barriera difensiva filo-americana, Pechino dominerebbe i mari Cinese Meridionale e Orientale, ottenendo il controllo sulle rotte verso lo Stretto di Malacca, l’arteria commerciale vitale da cui transita l’80% delle risorse energetiche che alimentano la Cina”.
Quale scenario vede più probabile per il futuro di Taiwan?
“La Cina sa che un’invasione militare anfibia sarebbe difficilissima sul piano logistico e ostacolata dal sostegno americano, giapponese e sudcoreano. Anche se l’opzione militare resta sul tavolo – e la CIA ha ipotizzato una possibile finestra di attacco entro il 2027 – Pechino sta puntando soprattutto sulla coercizione economica e sull’isolamento diplomatico, con l’obiettivo massimo di un’annessione entro il 2049.
Per evitare il conflitto, la Cina tenta di dialogare con le forze politiche locali dell’opposizione nazionalista (KMT) che hanno recentemente incontrato Xi Jinping. Tuttavia, questa linea si scontra con un profondo mutamento identitario interno: nonostante il 95% della popolazione sia di etnia Han, negli ultimi decenni i cittadini hanno sviluppato un’identità autonoma, culturalmente più vicina a Giappone e Stati Uniti che a Pechino.
In sintesi, proseguirà la “tattica del porcospino” di Taipei, mentre la Cina tenterà di soffocare economicamente e diplomaticamente l’isola per annetterla pacificamente, prima di dover rischiare la carta militare”.

