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Tregua Usa-Iran, l’analista non ha dubbi: “Il cessate il fuoco è molto fragile. La vera vincitrice? La Cina. Noi europei siamo i perdenti”

L’intervista di Affaritaliani all’analista geopolitico Elia Morelli

Tregua Usa-Iran, l’analista non ha dubbi: “Il cessate il fuoco è molto fragile. La vera vincitrice? La Cina. Noi europei siamo i perdenti”
Donald Trump e vertice Nato

Tregua Usa-Iran, l’analista: “Gli USA si sganciano dal Medio Oriente: nel mirino Cina e nuovi fronti”

Mentre la tregua tra Stati Uniti e Iran apre una fase di apparente de-escalation, il quadro geopolitico resta estremamente instabile, sospeso tra negoziati fragili e tensioni ancora irrisolte. Sullo sfondo, il controllo dello Stretto di Hormuz, gli equilibri energetici globali e il ruolo crescente di attori come Cina e Pakistan ridisegnano gli assetti di potere ben oltre il Medio Oriente.

Le mosse di Donald Trump — tra apertura diplomatica e pressioni strategiche — sollevano interrogativi cruciali: la tregua reggerà o è solo una pausa in un conflitto destinato a riaccendersi? Chi esce davvero rafforzato da questo passaggio? E quale sarà il prossimo fronte di attenzione per Washington, dall’Ucraina all’Indo-Pacifico?

A fare chiarezza è l’analista geopolitico Elia Morelli che ad Affaritaliani analizza i rapporti di forza emersi, il ruolo dei mediatori e gli scenari futuri: “Il cessate il fuoco è estremamente fragile. Ma gli Stati Uniti, se riusciranno a uscire da questa guerra di logoramento, non si fermeranno qui: punteranno su Cuba, sulla Groenlandia e sull’Indo-Pacifico”.

Chi ha vinto e chi ha perso dopo l’annuncio di questa tregua?

“L’Iran ha evitato la disintegrazione: il fronte interno ha resistito, compattandosi attorno al sistema di potere dei pasdaran. Il regime non è crollato, ma si è trasformato, rafforzando l’egemonia dei Guardiani della rivoluzione e dei tecnocrati militari. Pur avendo perso parte dell’arsenale, Teheran conserva una buona capacità missilistica, mantiene circa 450 chili di uranio arricchito al 60% e, di fatto, ha preso il controllo dello Stretto di Hormuz, la sua arma più potente.

Gli Stati Uniti cercano invece di uscire da un conflitto costoso — circa 45 miliardi di dollari — e logorante, che ha innescato una crisi energetica globale. Il Pentagono era preoccupato per l’esaurimento di missili, la scarsa capacità produttiva e il rischio di sovraestensione, oltre al numero potenziale di vittime. A questo si aggiunge una crescente stanchezza interna verso guerre lontane, percepite come impopolari.

Israele ha sospeso temporaneamente gli attacchi contro l’Iran, ma resta intenzionato a proseguire le operazioni in Libano, a Gaza e in Cisgiordania. I grandi perdenti, salvo eccezioni, sono gli europei, marginalizzati per mancanza di visione e autonomia strategica, nonostante gli impatti energetici e socioeconomici del conflitto”.

Il Pakistan come mediatore che ruolo ha avuto? Ha interesse ad avvicinarsi all’orbita occidentale di Donald Trump?

“Il Pakistan ha svolto un ruolo di mediazione decisivo, superando altri attori inizialmente coinvolti nei negoziati. Tuttavia non agisce da solo: si coordina con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto, con cui sta costruendo una piattaforma di cooperazione regionale nel campo della difesa.

Questi Paesi mettono insieme risorse complementari: industria militare turca, peso demografico egiziano, capitali sauditi e deterrente nucleare pakistano. Islamabad punta a rafforzare il proprio ruolo geopolitico, mantenendo una posizione intermedia tra Iran e Stati Uniti.

Il Pakistan resta però un attore autocentrato: non si allinea stabilmente all’Occidente, ma persegue i propri interessi, coordinandosi anche con la Cina per aumentare il proprio peso regionale”.

E la Cina: possiamo definirla la vera vincitrice? Da semplice osservatore a protagonista?

“La Cina ha spinto Teheran verso maggiore flessibilità, anche alla luce dell’accordo di cooperazione venticinquennale tra i due Paesi. Si è coordinata con il Pakistan, con cui mantiene relazioni molto strette, anche militari.

Pechino e Islamabad hanno proposto un piano in cinque punti: cessate il fuoco, negoziati, stop agli attacchi contro civili e infrastrutture, riapertura dello Stretto di Hormuz e sostegno ONU al processo di pace.

La Cina mira a rafforzare la propria visione di governance globale basata su stabilizzazione e mediazione, approfittando dell’impantanamento statunitense per aumentare il proprio peso nell’Indo-Pacifico.

In parallelo, intensifica la pressione su Taiwan sul piano politico ed economico, per attrarla nella propria sfera senza ricorrere a un conflitto diretto. In questo senso, può essere considerata la vera vincitrice finora”.

Il piano in dieci punti è davvero fattibile? Questa tregua può reggere?

“Il cessate il fuoco è estremamente fragile. I dieci punti proposti dall’Iran rappresentano una base negoziale, ma riflettono soprattutto le richieste di Teheran: garanzie contro nuovi attacchi, fine permanente della guerra, stop ai bombardamenti israeliani in Libano, revoca delle sanzioni e riapertura di Hormuz sotto controllo iraniano.

Israele, però, non sembra intenzionato a fermare le operazioni in Libano, e questo è un elemento critico. Inoltre, l’Iran chiede compensazioni per i danni subiti.

Siamo quindi in una fase negoziale ancora incerta. Lo Stretto di Hormuz resta il nodo centrale del conflitto: il suo controllo rappresenta una leva strategica decisiva e una vittoria per Teheran”.

Cosa dobbiamo aspettarci ora? Dopo aver “sistemato” l’Iran, Trump tornerà a concentrarsi sull’Ucraina?

“Gli Stati Uniti, se riusciranno a uscire da questa guerra di logoramento, riorienteranno le proprie priorità: da un lato aumenteranno la pressione su Cuba, dall’altro torneranno a puntare sulla Groenlandia per rafforzare la presenza militare nell’Artico. Allo stesso tempo ridurranno progressivamente l’impegno in Medio Oriente per concentrare risorse nell’Indo-Pacifico contro la Cina — un processo già visibile in Siria.

Sul fronte europeo, è probabile un ridimensionamento del sostegno militare all’Ucraina, con il tentativo di delegare agli europei il contenimento della Russia.

Resta però una lezione di fondo: i conflitti in Medio Oriente seguono logiche diverse. Popoli come iraniani, afghani o curdi possono essere colpiti duramente, ma continuano a resistere nel tempo. Come recita un proverbio afghano che spiega bene la distanza tra noi e loro: «Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo». Per questi popoli, esistere significa già vincere”.

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