Un anno di Trump, l'analista: "America come il cortile di casa, al centro sicurezza e confini. I dazi agli alleati? Mossa controversa" - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 18:58

Un anno di Trump, l'analista: "America come il cortile di casa, al centro sicurezza e confini. I dazi agli alleati? Mossa controversa"

Dalla nuova Dottrina Monroe alla centralità di sicurezza e immigrazione, passando per dazi e competizione globale: il bilancio del primo anno trumpiano secondo Pasquale Ferraro

di Chiara Feleppa

Trump un anno dopo, l'analista Pasquale Ferraro: "Sicurezza e confini al centro, l’Italia partner strategico. I dazi agli alleati? Un errore"

È trascorso un anno dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Un anno di apparente transizione, eppure, come osserva Pasquale Ferraro - giornalista e analista politico - "sotto la superficie la Casa Bianca di Trump ha già iniziato a delineare un nuovo volto dell’America". Intercettato da Affaritaliani, Ferraro traccia un bilancio del primo anno di mandato del tycoon: un anno che restituisce un quadro complesso e sfaccettato e che invita a riavvolgere le lancette dell’orologio fino a dodici mesi fa, al discorso inaugurale pronunciato nella Rotonda del Campidoglio, a Washington. Un momento in cui promesse solenni e dichiarazioni d’intenti si stagliavano all’orizzonte, evocando la speranza di un’ “età dell’oro per l’America” che, a giudicare dagli eventi successivi, stenta a realizzarsi.

In quel discorso, Trump ha citato tre presidenti come riferimenti del suo stile di leadership: James Monroe, William McKinley e, soprattutto, Theodore Roosevelt, considerato da Ferraro il suo unico vero modello. "Fu quest'ultimo, del resto, a sviluppare la cosiddetta 'teoria del randello' o del 'lungo bastone', secondo cui gli Stati Uniti devono difendere i propri interessi non solo nel continente americano, ma ovunque siano minacciati", fa notare Ferraro, dove per interessi si intendono "quelli di ciascun cittadino e della sicurezza nazionale, tema che non a caso ha fatto da cardine a tutte le decisioni prese dal Tycoon durante quest'anno".  

La Dottrina Monroe

Un anno di grandi trasformazioni, durante il quale "gli Stati Uniti hanno delineato un percorso politico strategico, nel solco di un mondo nuovo, caratterizzato soprattutto dai contrasti tra le grandi potenze", dice Ferraro.  "All’inizio - prosegue - molti si sono chiesti se l’America stesse indirizzandosi verso una posizione isolazionista, un ritorno a una dottrina Monroe di natura passiva. La risposta, al riguardo, non può che essere negativa". Viceversa, la Dottrina del 1823, pensata per escludere potenze straniere dall’emisfero occidentale e difendere l’“American backyard” dalle ingerenze europee, sarebbe stata rinvigorita, reinterpretata - come si evince dalla nuova denominazione in “Donroe Doctrine” - in chiave moderna e assertiva.

"La Dottrina ha conosciuto nel tempo applicazioni più o meno rigorose, ma l’elemento costante è stato questo: per gli Stati Uniti il continente americano, dal nord al sud, è sempre stato considerato come il proprio cortile di casa, una sfera di influenza da difendere a ogni costo. L'approccio attuale di Washington riprende questa eredità e la cala nella competizione geopolitica contemporanea, in cui Cina e Russia sono percepite come competitor da espellere dal territorio americano e non più da contenere", spiega l'analista.

Le mire espansionistiche

Il peso di questa strategia di esprime in politiche volte a escludere l’ingresso di attori esterni nelle zone d’influenza tradizionalmente americane e, in questo quadro, si inserisce l’operazione statunitense in Venezuela, presentata come una missione per contrastare narcotraffico, ma intesa anche come un modo per riposizionare l’egemonia americana nel cuore dell’America Latina, con l'obiettivo dichiarato di abbattere un nemico storico. "Per questo, un occhio particolare va tenuto su Cuba", sottolinea Ferraro. 

Allo stesso tempo, la Groenlandia è entrata nel dibattito geopolitico come simbolo di questa nuova assertività statunitense. Trump ha in più occasioni ribadito che il controllo dell’isola, con la sua posizione strategica nell’Artico e le enormi risorse emerse dallo scioglimento dei ghiacci, è essenziale per gli interessi di national security degli Stati Uniti: "Dietro la questione si celano, in realtà, due obiettivi. Il primo è strategico. La Groenlandia fa parte del 'cortile di casa' e, pertanto, non si può ammettere la presenza di attori ostili come Russia o Cina. Il secondo motivo riguarda il mitico Passaggio a Nord-Ovest: la futura rotta marittima potrebbe cambiare i flussi commerciali, permettendo un passaggio da Nord che gli Stati Uniti vogliono controllare". 

In quest’ottica, molti osservatori ritengono che la politica estera trumpiana non si limiti a difendere l’ordine esistente, ma tenda a recintare aree di influenza in cui altri grandi attori non dovrebbero avere spazio. Un approccio che si inscrive in una visione di realpolitik di tipo “multipolare”, nella quale grandi potenze si confrontano su basi di influenza piuttosto che attraverso istituzioni multilaterali. "Ad ogni modo, i piani di Donald Trump sono stati resi noti mesi e mesi fa, anche se le decisioni della politica americana, da prassi, si sono adattate al corso degli eventi e alle circostanze che obbligano non di rado a rivedere alcuni percorsi. Pensiamo all'impatto dell'invasione russa in Ucraina, o al 7 ottobre, che hanno imposto un parziale cambio di strategia nella politica estera e militare", spiega Ferraro. 

Il nodo dell'economia

C'è poi il grande nodo dell'economia. Nonostante i mercati azionari abbiano mostrato segni di vitalità e il Pil sia cresciuto, la percezione degli americani è ancora incerta, con un'inflazione che rimane sopra i target fissati dall'amministrazione Trump ma che inizia a scendere rispetto all'amministrazione Biden. 

"Nel corso della campagna elettorale Trump ha costruito gran parte della propria narrativa sull’idea di un’economia 'fuori controllo', come percepita dagli americani, segnata da un’inflazione elevata e dall’aumento del costo della vita, elementi che hanno rafforzato la sua immagine di leader affidabile sul piano economico, anche alla luce delle buone performance registrate durante la sua prima amministrazione", spiega Ferraro. Tuttavia, nel primo anno della nuova presidenza Trump non sono mancate le difficoltà: "Biden ha lasciato la Casa Bianca con un’inflazione attestata intorno al 3% e oggi il dato continua a oscillare su valori simili, seppur sotto il costante monitoraggio della Federal Reserve. Il timore principale è che un intervento troppo drastico, una vera e propria “cura da cavallo", possa stimolare eccessivamente i consumi, innescando un aumento generalizzato dei prezzi". 

Dal punto di vista psicologico, infatti, la percezione di un calo dei prezzi spinge i consumatori ad acquistare di più, con il rischio di alimentare nuove pressioni inflazionistiche. "Per questo motivo la Federal Reserve ha scelto una strategia prudente, puntando su una riduzione graduale dei tassi, mentre la politica guarda soprattutto alla scadenza elettorale: a Trump non serve un crollo improvviso dell’inflazione, ma una discesa costante fino alle elezioni di midterm, così da presentare agli elettori un quadro economico oggettivamente positivo che possa favorire la riconferma dei Repubblicani al Congresso", prosegue Ferraro. 

La questione dei dazi 

Sta di fatto che la promessa elettorale di una "nuova età dell’oro" appare lontana, "soprattutto a causa delle incertezze generate dai continui annunci e dalle fluttuazioni dei dazi", dice l'analista. Se, in una prima fase, come durante la prima amministrazione, questi sono stati utilizzati come strumento di pressione nei confronti di Paesi considerati potenziali minacce per l’economia statunitense - con l’obiettivo di portarli al tavolo delle trattative, come nel caso del Messico - diverso è il discorso per i dazi imposti alla Cina, che si inseriscono in una vera e propria guerra commerciale con Pechino, riconosciuta come competitor globale degli Stati Uniti.

"Ancora più controversi sono stati i dazi applicati agli alleati storici, dall’Unione Europea alla stessa Gran Bretagna, paesi legati a Washington da rapporti economici e politici consolidati. Un approccio aggressivo che ha generato forti preoccupazioni sui mercati finanziari e non ha prodotto i ritorni economici che l’amministrazione si aspettava", puntualizza l'esperto, il cui giudizio complessivo sui dazi è negativo: "I benefici promessi non si sono concretizzati e, al di là del confronto con la Cina, l’imposizione di barriere commerciali verso l’UE e altri alleati ha finito per colpire partner strategici senza generare vantaggi significativi per l’economia statunitense, come avvenuto con l'American first durante il primo mandato".

L'immigrazione

Accanto a questi limiti economici, emerge un tratto distintivo del primo anno di Trump: un'ampia strategia di ricostruzione dell’immagine degli Stati Uniti come potenza, accompagnata da una forte enfasi sul tema dell’immigrazione. "La ricetta dell’amministrazione Trump si è tradotta in una serie di interventi mirati: l’attribuzione di maggiori poteri al Dipartimento dell’Immigrazione, l’introduzione del Border Pass, il rafforzamento dell’ICE, l’agenzia incaricata del controllo e del rimpatrio degli immigrati irregolari, e l’irrigidimento delle norme di ingresso negli Stati Uniti", dice Ferraro. 

Misure, queste, che hanno agito in risposta al bisogno di sicurezza e di legalità dell'elettorato americano, in relazione ai sempre più frequenti episodi di criminalità. Negli ultimi anni, infatti, la situazione nelle periferie è stata percepita come fuori controllo e la logica del “law and order”, antico motto del mondo repubblicano, è tornata al centro della sua strategia politica.

"Dal punto di vista politico, il giudizio degli americani, compreso quello di una parte dell’elettorato repubblicano, è generalmente positivo quando si tratta di contrasto all’immigrazione clandestina, uno dei principali cavalli di battaglia su cui Trump ha scelto di accellerare - prosegue Ferraro - Si tratta di un tema che riscontra anche campio consenso tra gli immigrati regolari, che hanno votato in buona parte per Trump. Diventa invece più critico nel momento in cui l’amministrazione Trump avanza proposte di limitazione dell’immigrazione regolare, elemento storicamente fondativo dell’identità statunitense. Gli americani hanno scelto chi prometteva ordine, controllo e sicurezza". 

Nel nome di Charlie Kirk

Un tema, quello della sicurezza, riapertosi anche sul fronte interno con l'assassinio di Charlie Kirk, che ha riportato al centro il tema della violenza politica negli Stati Uniti, come esito di un clima di odio crescente già dalla campagna elettorale e acuito con l'attentato allo stesso Trump. "L’omicidio di Kirk ha aperto una ferita profonda nella destra americana. Figura carismatica, comunicatore e punto di raccordo tra il mondo MAGA e il conservatorismo tradizionale, la sua assenza lascia un vuoto politico e simbolico: un’eredità che la moglie Erika sta cercando di raccogliere, mentre tra i nomi più accreditati per il 'dopo Trump' emerge con forza quello di J.D. Vance", spiega Ferraro. 

Kirk, inoltre, rappresentava un punto di riferimento per la Generazione Z, che ha votato in massa per Trump, rivelandosi decisiva: "Già nel 2016 Trump aveva ottenuto risultati significativi, con un consenso giovanile chiaramente percepibile e nel 2024, osservando il clima nei college e sui social, in particolare TikTok, il vantaggio su Kamala Harris appariva netto".

Il ruolo dell'Italia

Nel bilancio dei primi dodici mesi trumpiani non si può non considerare il rapporto con l’Italia, caratterizzato da una forte sintonia politica con l’attuale maggioranza di governo, conservatrice e dunque vicina, per impostazione e riferimenti culturali, ai repubblicani. "Il venir meno del tradizionale asse privilegiato con la Gran Bretagna ha rafforzato il ruolo dell’Italia come interlocutore strategico in Europa: un rapporto emerso chiaramente negli ultimi mesi, con Roma indicata come partner privilegiato, anche su dossier sensibili come Gaza e sulle trattative per un possibile ritocco dei dazi", commenta l'esperto in tema di esteri che sottolinea come, tra l'altro, si sia denotata una "certa capacità del Presidente del consiglio Giorgia Meloni di riuscire a interlocuire con Donald Trump, avendone chiaramente conquistato la simpatia, e riuscendo a fungere da ponte tanto per l'Unione Europea quanto per la Nato, dimostrandosi ferma e risoluta anche quando non concorda con le posizioni dello stesso Trump, come nel caso della Groenlandia". 

Venti incerti

Quanto al futuro, molto dipenderà da dove “tirerà il vento” nei prossimi mesi. I fattori decisivi saranno l’andamento dell’economia e l’evoluzione dei principali dossier internazionali: dall’esito del conflitto russo-ucraino al Medio Oriente, fino allo scontro con l’Unione europea su questioni strategiche come la Groenlandia. "Il futuro politico di Trump, del resto, è strutturalmente limitato: non potrà ricandidarsi alle prossime presidenziali e il suo obiettivo principale sarà conservare la maggioranza al Congresso nelle elezioni di midterm, così da governare con una certa agibilità l’ultimo biennio della sua amministrazione", fa notare Ferraro.

Una sconfitta repubblicana viene spesso data per scontata, ma Ferraro invita alla cautela: i miglioramenti dei dati economici e della percezione della sicurezza potrebbero ribaltare previsioni affrettate. Trump, inoltre, si trova in una condizione unica, potendo permettersi anche scelte impopolari senza il vincolo della riconferma. "In questo scenario si inserisce il nodo iraniano, che pone Washington davanti a un bivio: un attacco diretto o un mantenimento della pressione. Gli Stati Uniti hanno già mostrato una postura interventista sostenendo Israele nella guerra dei dodici giorni, ma un’azione contro Teheran avrebbe l’obiettivo ben più ambizioso di assestare una spallata al regime, oggi attraversato da proteste represse nel sangue, su cui Washington medita in attesa di certezze", commenta l'analista. 

Forte delle lezioni apprese in Iraq, l’amministrazione americana sa di non poter intervenire senza garanzie di stabilità e senza un progetto politico credibile per il “dopo”. "In Iran - conclude Ferraro - si cerca una quadra che accompagni una transizione: senza una spinta esterna il regime difficilmente crollerà, nonostante il coraggio dei giovani iraniani, perché poggia su quarant’anni di consolidamento e su una frangia islamista radicale e antioccidentale". La volontà di ridisegnare gli equilibri internazionali è forse uno dei passaggi più delicati ma anche più ambiziosi della presidenza Trump, tanto oggi quanto sull'eredità che il tycoon intende lasciare. 

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