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Trump è davvero pazzo? Mencacci: “Basta diagnosi a distanza”. La versione dello psichiatra

Ad Affaritaliani l’analisi di Mencacci sui dubbi legati alla salute mentale di Trump

Trump è davvero pazzo? Mencacci: “Basta diagnosi a distanza”. La versione dello psichiatra

Trump è davvero “pazzo”? Lo psichiatra: “La salute mentale non sia un’arma politica”

Mentre il secondo mandato di Donald Trump scivola verso il punto più basso del gradimento popolare, con l’economia paralizzata dalla crisi dello Stretto di Hormuz e l’ombra di una guerra con l’Iran, a scuotere la Casa Bianca è ora un verdetto impietoso dei sondaggi: per sei americani su dieci, il Presidente non ha più la lucidità mentale per governare. Le immagini di Trump assopito durante i vertici e i dubbi sulla sua tenuta fisica hanno trasformato il dibattito politico in un caso clinico a cielo aperto.

Nonostante le rassicurazioni dell’amministrazione e i riferimenti ai test cognitivi superati con successo, il Paese appare spaccato tra chi vede un leader ormai inadeguato e chi denuncia una manovra per delegittimarlo. Ma quanto c’è di scientifico in questo giudizio collettivo e quali sono i rischi di usare la salute mentale come parametro di consenso?

A fare chiarezza è il Professor Claudio Mencacci, psichiatra e tra i massimi esperti del settore, che ad Affaritaliani analizza il confine tra percezione pubblica e realtà clinica:“Trasformare il conflitto politico in una diagnosi è un’operazione pericolosa. Si rischia di usare la clinica come un’arma per colpire l’avversario, finendo per trasformare la malattia mentale in un insulto che danneggia prima di tutto chi ne soffre davvero”.

Professor Mencacci, quanto è corretto, dal punto di vista clinico, attribuire etichette come “non lucido mentalmente” a un leader politico come Donald Trump sulla base di percezioni pubbliche o sondaggi?

“Formulare diagnosi a distanza è un’operazione scorretta. Noi clinici siamo tenuti a esprimerci su situazioni specifiche solo se la persona è stata esaminata direttamente e ha fornito il proprio consenso.

È certamente legittimo che un cittadino, un giornalista o un avversario politico valutino lo stile comunicativo di un leader o i suoi eventuali errori, ma tali valutazioni devono restare nella sfera del giudizio pubblico e politico. Trasformarle in diagnosi psichiatriche è un errore grave che abbassa la qualità del dibattito e, soprattutto, finisce per stigmatizzare chi soffre realmente di disturbi mentali. La “politicizzazione” della salute mentale la trasforma in un insulto: è un danno non solo per l’interessato, ma per l’intera comunità dei pazienti. Trasformare impressioni mediatiche in pseudo-diagnosi è, in ultima analisi, profondamente antietico”.

Esistono indicatori oggettivi che permettano di valutare l’idoneità psicologica di un capo di Stato?

“Ci troviamo di fronte a figure che detengono un potere enorme; non possiamo confrontare i loro tratti con quelli di una persona comune. In questi contesti, la leadership può essere interpretata in chiave carismatica, autoritaria o democratica, senza che ciò implichi necessariamente una patologia.

Tuttavia, esistono strumenti di valutazione oggettivi. Ogni anno, il Presidente degli Stati Uniti si sottopone a un check-up completo (l’Annual Physical) presso un ospedale militare. Parte di questa visita include il test MoCA (Montreal Cognitive Assessment): una valutazione di circa dieci minuti che rileva eventuali decadimenti cognitivi lievi, deficit di memoria, problemi di attenzione, orientamento o linguaggio.

Sappiamo che sia Trump che Biden si sono sottoposti a tali test. Trump, ad esempio, ha dichiarato di aver ottenuto il massimo punteggio (30/30) sia nel primo mandato che nuovamente nel 2025. Ciò indica che, a un’analisi macroscopica, non vi sono segnali di decadimento cognitivo. Non dobbiamo cadere nell’errore di usare la clinica come arma retorica per delegittimare l’avversario: se il conflitto politico diventa diagnosi morale, si cerca di colpire l’altro in quanto “malato” e non per le sue idee. Ricorrere a metafore come “pazzo” o “demente” per descrivere comportamenti eccentrici non aiuta nessuno ed è estremamente pericoloso”.

Quindi, il dubbio sulla “lucidità” di un leader riflette più dinamiche di paura e sfiducia sociale che reali preoccupazioni cliniche?

“Esattamente. Attribuire a un leader tratti di irragionevolezza, impulsività o imprevedibilità alimenta un clima di profonda incertezza. Definire l’avversario “inidoneo” o “incapace” significa uscire dal perimetro della politica e delle identità sociali, creando spaccature profonde nel Paese: i sostenitori minimizzano, gli oppositori amplificano.

In questo scenario, gli ecosistemi mediatici giocano un ruolo cruciale di amplificazione. Attraverso il montaggio selettivo di errori verbali, espressioni colorite o momenti imbarazzanti decontestualizzati, i media costruiscono una narrazione mirata a ridicolizzare o indignare. Sappiamo che più un messaggio è emotivamente forte, più genera coinvolgimento; purtroppo, però, l’effetto finale è quello di alimentare la paura e svuotare di senso il dibattito critico, che dovrebbe invece restare ancorato ai fatti e ai programmi politici”.

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