Dal nostro inviato a Washington– “Una civiltà intera morirà stanotte“: con queste parole, pubblicate martedì mattina su Truth Social nel pieno della crisi con Teheran, Donald Trump ha scatenato una tempesta politica senza precedenti negli Stati Uniti. Mentre sui social la gente comune temeva l’uso del nucleare da parte di Washington contro l’Iran, oltre 85 deputati democratici alla Camera, insieme ad alcuni senatori, hanno invocato il 25° emendamento della Costituzione americana per rimuovere il presidente dalla Casa Bianca.
La minaccia di Trump, poi ritirata, era legata all’ultimatum nei confronti di Teheran: riaprire lo Stretto di Hormuz oppure subire pesanti attacchi militari. Il presidente aveva minacciato di “obliterare” le infrastrutture critiche iraniane, inclusi impianti energetici, reti di comunicazione e sistemi idrici. Le parole di Trump hanno spaventato tutti: dai politici di lunga data agli analisti militari, fino alla massima leadership statunitense, che si è trovata costretta a spiegare più volte che il presidente non intendesse colpire civili o utilizzare armi di distruzione di massa contro l’Iran.
Dopo la pubblicazione del messaggio su Truth, secondo il “Washington Post” e “Politico”, il Pentagono si sarebbe trovato costretto a lavorare, dal punto di vista legale, per evitare accuse di crimini di guerra legate alla possibile distruzione di infrastrutture civili. Come spiegato da Harold Hongju Koh, ex consulente legale del Dipartimento di Stato durante l’amministrazione Obama e attualmente professore di diritto internazionale presso la Yale Law School, “il diritto internazionale umanitario protegge dagli attacchi gli oggetti indispensabili alla sopravvivenza dei civili; quindi, se attuate, le azioni minacciate da Trump potrebbero costituire crimini di guerra”.
Come sappiamo, Trump non ha, alla fine, distrutto alcuna civiltà, accettando la proposta del Pakistan di estendere l’ultimatum di due settimane e dando il via a un nuovo periodo di negoziati che inizieranno sabato a Islamabad. Nel frattempo, però, l’unione di decine di
senatori e deputati per invocare il 25° emendamento rimane un momento storico. Non sono stati solo i democratici a chiedere la rimozione del presidente: voci della destra e della galassia MAGA si sono unite al coro. L’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, il podcaster di estrema destra Alex Jones e la commentatrice conservatrice Candace Owens hanno tutti invocato l’emendamento, proposto dal Congresso e ratificato dagli Stati nel periodo successivo all’assassinio del presidente John F. Kennedy, che stabilisce le procedure per sostituire il presidente o il vicepresidente in caso di morte, rimozione, dimissioni o incapacità.
L’emendamento fu introdotto perché, fino ad allora, non esisteva un quadro giuridico definitivo per affrontare situazioni di incapacità presidenziale. Al centro del dibattito di questi giorni c’è la Sezione 4 del 25° emendamento, che stabilisce che il vicepresidente e la
maggioranza del Gabinetto possono votare per dichiarare un presidente “incapace di esercitare i poteri e i doveri della propria carica”, trasferendo immediatamente al vicepresidente le funzioni di presidente ad interim. In questo caso, James David Vance e la maggioranza dei principali funzionari dei dipartimenti esecutivi trasmettono al presidente pro tempore del Senato e allo speaker della Camera una dichiarazione scritta in cui affermano che il presidente è incapace di esercitare i propri poteri.
Se Trump contestasse la decisione, cosa praticamente certa, avrebbe la facoltà di trasmettere a sua volta una dichiarazione scritta in cui afferma che nessuna incapacità esiste. A quel punto, il Congresso deve riunirsi entro 48 ore per decidere la questione. Infine, il Congresso avrebbe 21 giorni per determinare, con una maggioranza di due terzi di entrambe le Camere, se il presidente sia effettivamente incapace. Solo in quel caso il vicepresidente continuerebbe a esercitare le funzioni di presidente ad interim.
La Sezione 4 non è mai stata formalmente invocata. L’emendamento nel suo complesso è stato attivato sei volte, ma sempre attraverso la Sezione 3, quella del trasferimento volontario dei poteri. Reagan lo usò nel 1985 durante un intervento chirurgico; George W. Bush per due procedure mediche di routine; Joe Biden nel 2021 per un breve intervento. La Sezione 4 è tornata al centro del dibattito dopo il 6 gennaio 2021, quando alcuni parlamentari e commentatori esortarono il vicepresidente Mike Pence e il Gabinetto a valutarne l’applicazione contro Trump. Pence rifiutò. Oggi, con JD Vance al suo posto, le probabilità sembrano ancora più remote.
La Casa Bianca ha liquidato le richieste con disprezzo. “È patetico. I democratici parlano di impeachment contro il presidente Trump da prima che prestasse giuramento“, ha dichiarato il portavoce Davis Ingle. “I democratici al Congresso sono deliranti, deboli e inefficaci, il che spiega i loro minimi storici nei sondaggi”. Il 25° emendamento rimane, per ora, uno strumento politico più che giuridico: un tamburo che i democratici battono per segnalare ai propri elettori di star resistendo, in attesa che le elezioni di midterm del 2026 ridisegnino gli equilibri al Congresso.

