Il presidente americano, Donald Trump, ha affermato di valutare “un’acquisizione pacifica” di Cuba. “Il governo cubano sta parlando con noi e, come sapete, ha grossi problemi. Non ha soldi, non ha niente in questo momento, ma sta parlando con noi e forse assisteremo a una pacifica presa di potere di Cuba“, ha detto il presidente degli Stati Uniti ai giornalisti mentre lasciava la Casa Bianca per un viaggio in Texas.
Solo ieri la Guardia costiera cubana ha aperto il fuoco contro un’imbarcazione proveniente dagli Stati Uniti: il bilancio è risultato pesante, e il Ministero dell’Interno dell’Avana ha parlato di infiltrazione con “fini terroristici”. “È plausibile leggere l’accaduto come un segnale: il regime cubano intende ribadire di non accettare imposizioni da parte di Trump né interferenze nelle proprie acque territoriali. Considerate le condizioni in cui versa oggi il Paese, questo episodio appare come il colpo di coda di un regime al potere da quasi settant’anni, che sembra avviato verso una fase conclusiva ancora incerta”, ha detto ai nostri microfoni l’esperto di geopolitico Arduino Paniccia.
“Si tratta, a mio avviso, di una definizione eminentemente tattica. Anche qualora fosse vero che l’imbarcazione stesse tentando di portare via familiari o conoscenti dall’isola, qualificare l’episodio come terrorismo appare una forzatura. La situazione a Cuba è drammatica: mancano beni essenziali, carburante, prospettive economiche. In questo contesto, la lettura offerta dal governo sembra avere una funzione politica più che descrittiva. Il regime è in una fase di evidente logoramento e lascia la popolazione in una condizione di profonda incertezza sul futuro. Al di là della retorica pubblica, è plausibile che siano in corso contatti riservati tra il segretario di Stato americano, esponenti della famiglia Castro e i vertici del regime. Potrebbe profilarsi una soluzione “alla venezuelana”. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, questo sembra lo scenario più realistico”, ha concluso l’esperto.

