Esteri
La forza torna a prevalere sulla norma. Con l'attacco in Venezuela Trump ha trasformato gli Usa in una “democratura”
Addio al mondo dell’ordine liberale post 1989. Analisi

Il blitz in Venezuela potrebbe dunque essere ricordato come il primo grande evento di una nuova era geopolitica
L’operazione militare condotta dagli Stati Uniti nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, culminata con la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, rappresenta un punto di rottura nella storia recente delle relazioni internazionali. Secondo la ricostruzione degli eventi accaduti, il raid — condotto da forze speciali statunitensi — ha portato al trasferimento immediato di Maduro in un centro di detenzione federale a New York, dove è ora incriminato per narcotraffico e terrorismo.
Al di là della dinamica operativa, già di per sé senza precedenti nella storia contemporanea — un Paese che cattura il capo di Stato di un altro Paese sovrano senza dichiarazione di guerra — ciò che colpisce è il significato politico-sistemico dell’azione voluta dal presidente Donald Trump.
Da almeno quarant’anni, il diritto internazionale ha rappresentato il quadro di riferimento entro cui gli Stati hanno formalmente collocato le proprie azioni: un insieme di norme, consuetudini e istituzioni volto a limitare l’uso unilaterale della forza e a preservare la stabilità globale. L’operazione statunitense in Venezuela sembra quindi sancire definitivamente l’ingresso in una nuova fase: quella in cui la forza torna a prevalere sulla norma. Non a caso, la legalità dell’attacco non è stata chiarita nemmeno dalle autorità statunitensi, come riportato da diverse fonti giornalistiche.
Il quadro che emerge è quello di un diritto internazionale sempre più interpretato (e quindi anche applicato) come opzionale, subordinato alla capacità di proiezione militare ed economica dei singoli Stati. È il ritorno — per molti versi esplicito — alla politica delle cannoniere ottocentesca: la potenza come fondamento della legittimità.
Infatti, l’azione americana in Venezuela non è un episodio isolato, ma si inserisce in una tendenza più ampia: la progressiva erosione del multilateralismo e la crescente centralità della forza come strumento di tutela degli interessi nazionali. Non a caso, nelle dichiarazioni successive al blitz, il presidente Donald Trump ha affermato che gli Stati Uniti “controlleranno il Venezuela finché non sarà possibile una transizione ordinata del potere” e che le compagnie petrolifere americane “faranno grandi affari con le riserve venezuelane”. Parole che evocano un approccio apertamente neo imperiale, in cui l’intervento militare è funzionale alla ridefinizione degli equilibri economici e strategici internazionali.
In questo contesto, la domanda non è più se un’azione sia conforme al diritto internazionale, ma se uno Stato abbia o meno la forza per compierla e sostenerne le conseguenze. Si prefigura così la possibilità che altri Stati facciano la stessa cosa: per fare degli esempi concreti e attuali, non solo la Russia con l’Ucraina, ma anche la Cina con Taiwan o la Turchia con il Kurdistan.
Un altro elemento che merita attenzione è il modello di leadership incarnato dall’attuale presidenza statunitense. Molti osservatori hanno notato come lo stile decisionale e comunicativo di Donald Trump, soprattutto in politica estera, presenti tratti più affini ai leader delle cosiddette “democrature” — regimi formalmente democratici ma sostanzialmente autoritari — che alle tradizionali democrazie liberali occidentali.
In particolare, l’idea di “gestire” temporaneamente, come una sorta di protettorato, un Paese straniero, come dichiarato dallo stesso Trump, richiama una concezione del potere esecutivo fortemente personalistica e del tutto insensibili ai vincoli istituzionali e, nuovamente, agli equilibri internazionali.
È in questo scenario che torna attuale una previsione formulata decenni fa dal futurologo Alvin Toffler: l’avvento, nel XXI secolo, di nuove forme di autoritarismo globale, non necessariamente basate sulla dittatura tradizionale, ma su un mix di tecnologia, potere economico e leadership carismatica. Un autoritarismo “post moderno”, capace di emergere anche all’interno di sistemi formalmente democratici.
Il blitz in Venezuela potrebbe dunque essere ricordato come il primo grande evento di una nuova era geopolitica: un’era in cui il diritto internazionale perde centralità, in cui la forza torna a essere il principale strumento di regolazione dei rapporti tra Stati, in cui anche le democrazie consolidate mostrano tratti di crescente assertività autarchica e concentrazione individuale del potere.
Se questo rappresenti una parentesi oppure l’inizio di un nuovo paradigma dipenderà dagli sviluppi dei prossimi mesi. Ma una cosa appare chiara: il mondo del 2026 assomiglia sempre meno a quello immaginato dai costruttori dell’ordine liberale post 1989, e sempre più a un sistema in cui la potenza — economica, militare, tecnologica — torna a essere la vera moneta delle relazioni internazionali.
