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Energia, terre rare la chiave della sfida geopolitica Usa-Cina. Ecco perché
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Energia, la stretta cinese sull'export 

La Cina colpisce sull’export con una legge sul controllo delle merci. Varata lo scorso ottobre dal Comitato permanente dell’Assemblea nazionale ed entrata in vigore il primo dicembre, consentirà a Pechino di “tutelare la sicurezza e gli interessi nazionali”, attraverso l’imposizione di restrizioni su beni o servizi “sensibili”. Nella lista compaiono prodotti hi-tech, chip, apparecchiature dual-use, per applicazioni civili e militari, nucleari, e in generale tecnologie essenziali per la sicurezza del Dragone. Le compagnie coinvolte e i consumatori esteri dovranno agire in "piena conformità alle prescrizioni previste", in caso contrario scatteranno subito delle penalizzazioni. 

Per alcuni si tratta di "un'accelerata alla guerra commerciale e tecnologica" tra Cina e Stati Uniti. Una sorta di provvedimento speculare a quanto fatto negli ultimi mesi dal dipartimento del Commercio statunitense nei confronti di Huawei e altre compagnie cinesi. I criteri infatti seguiranno ragioni di interesse e sicurezza nazionale, la destinazione geografica, la natura del prodotto o servizio, il numero degli operatori coinvolti e infine le normative vigenti a livello domestico e internazionale. Ma ciò che sorprende maggiormente è che le terre rare, i 17 metalli presenti nei dispositivi hi-tech e fondamentali per il loro assemblaggio e funzionamento, non saranno soggetti a restrizioni. Componenti tanto rari, quanto sempre strategici sul fronte geopolitico.

Energia, il controllo della Cina sulle terre rare

Le industrie cinesi controllano più dell’85% dei processi di lavorazione delle terre rare, producendo oltre del 70% della domanda mondiale. Ma non finisce qui. Secondo il rapporto del Dipartimento della Difesa, riportato da Pandora Rivista, “la strategia commerciale cinese ha di fatto favorito joint venture con le aziende occidentali, garantendo un accesso a prezzi contenuti ai minerali, e progressivamente scalato le catene del valore fino a consolidare il controllo sui prodotti finiti a più alto valore aggiunto”, precisando che “la Cina sta estendendo anche il suo controllo capillare nella produzione di magneti al neodimio”. Mosse lungimiranti che proiettano il Dragone in una posizione di rilievo anche per ciò che riguarda il controllo del mercato "verde" e della componentistica ad esso collegato. Nel complesso si stima che la Cina concentri nelle sue mani circa il 95 per cento del mercato globale delle terre rare.

Energia, gli Stati Uniti sotto pressione e l'Europa rischia

Gli Stati Uniti di fronte al monopolio cinese cercano alternative. L' amministrazione Trump ha più volte definito la dipendenza dalle importazioni cinesi come un pericolo per la sicurezza nazionale. In tempi recenti si sono varate soluzioni che prevedono sia l’aumento della produzione interna, che la collaborazione con alleati esteri, come l'Australia. Come si apprende da Cesi-Italia, nei mesi scorsi "il Pentagono ha annunciato un finanziamento a favore della compagnia privata MP Materials che controlla la miniera californiana Mountain Pass, l’unica fonte attiva di terre rare in America". Inoltre, "lo scorso anno è stato stretto un memorandum d’intesa con l’australiana Lynas Corporation e l’azienda texana Blue Line Corporation". Sarà curioso vedere quali strategie adotterà l’amministrazione Biden nei confronti del Dragone, proiettandosi su una linea più distensiva o conflittuale.

Ma, come riporta un articolo del Financial Times, “la dominanza cinese sulle terre rare è solo la punta dell’iceberg", aggiungendo che "oltre il 70% della produzione mondiale di batterie per i veicoli elettrici è in Cina, gli Stati Uniti non arrivano al 10. La Cina produce da sola il 60% dei catodi e l’80% degli anodi per le batterie. Se lasciata senza controllo, la dominanza diventerà una vulnerabilità strategica devastante per Usa e Ue”. L'invito è quello di "trovare alternative valide alle terre rare, sviluppando una catena di approvvigionamento di minerali critici meno dipendente dalla Cina". Comprendere la direzione e gli spostamenti degli assetti futuri energetici resta una sfida aperta. Verso dove dirigersi per ovviare alla subordinazione da Pechino? 

 

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