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Osservatorio ANBI: nel 2026 già 184 località colpite da eventi meteo estremi, cresce l’allarme per la resilienza dei territori

Un paradosso che si ripete in diverse aree del Mezzogiorno: eventi estremi che causano danni ma, allo stesso tempo, ricaricano falde e invasi dopo anni di siccità. In Sardegna, le dighe sono oggi oltre il 95% della capienza, mentre in Basilicata i volumi invasati hanno raggiunto quasi 400 milioni di metri cubi

Osservatorio ANBI: nel 2026 già 184 località colpite da eventi meteo estremi, cresce l’allarme per la resilienza dei territori
Osservatorio ANBI

Osservatorio ANBI: 184 località già colpite nel 2026, cicloni e nubifragi mettono sotto pressione i territori mentre cresce l’urgenza di infrastrutture e prevenzione

L’Italia continua a fare i conti con un’escalation di fenomeni meteo estremi. Dall’inizio del 2026 sono già 184 le località colpite lungo le coste tirreniche, nelle aree insulari e nelle regioni ioniche di Puglia e Calabria. A fotografare la situazione è l’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche, che evidenzia come eventi sempre più violenti e concentrati stiano ridisegnando il quadro climatico del Paese. Dopo i cicloni mediterranei Harry, Francis e Kristin, è stato Jolina l’ultimo a colpire duramente il Sud Italia, con nubifragi, tornado e piogge record che hanno interessato in particolare la Sicilia centro-orientale e la Calabria ionica e settentrionale. Eventi che, pur causando danni e dissesti idrogeologici, non hanno fortunatamente provocato vittime.

Alla base di questa intensificazione c’è il riscaldamento del Mar Mediterraneo, con temperature superiori di circa un grado rispetto alla norma. Una condizione che, combinata con correnti fredde polari, genera una quantità crescente di energia in atmosfera, innescando fenomeni estremi come grandinate, alluvioni e veri e propri uragani mediterranei. I numeri registrati nelle ultime settimane sono emblematici. In Calabria, in appena 48 ore sono caduti oltre 100 millimetri di pioggia su centinaia di località, con picchi straordinari: 308 mm a Cotronei e oltre 350 mm tra San Sostene e Santa Cristina d’Aspromonte. Le fiumare sono esondate, allagando centri abitati e infrastrutture, mentre la popolazione è stata evacuata in via precauzionale.

Situazione analoga in Sicilia, dove tra Messina e Catania si sono registrati accumuli superiori ai 200 mm in due giorni. Le piogge, se da un lato hanno provocato disagi, dall’altro hanno contribuito a riempire i bacini dell’isola, oggi oltre l’80% della capacità. Un paradosso che si ripete in diverse aree del Mezzogiorno: eventi estremi che causano danni ma, allo stesso tempo, ricaricano falde e invasi dopo anni di siccità. In Sardegna, le dighe sono oggi oltre il 95% della capienza, mentre in Basilicata i volumi invasati hanno raggiunto quasi 400 milioni di metri cubi. Più lenta invece la ripresa in Capitanata, in Puglia, dove i serbatoi sono ancora fermi intorno al 40%.

Al Nord, piogge abbondanti e nevicate hanno fatto crescere i livelli dei fiumi e dei grandi laghi. Il Po è in piena, con portate superiori del 226% rispetto alla media a Piacenza, mentre in Piemonte il fiume Sesia ha registrato un aumento record. Anche i laghi Maggiore e Garda mostrano livelli elevati, rispettivamente al 100% e al 95% di riempimento. Non mancano però situazioni critiche: in alcune aree del Centro Italia persistono deficit idrici, come nei fiumi appenninici dell’Emilia-Romagna o nel lago Trasimeno in Umbria, ancora sotto il livello minimo vitale.

Di fronte a questo scenario sempre più frammentato e imprevedibile, l’ANBI lancia un appello chiaro. “C’è bisogno di un’urgente strategia di adattamento per aumentare la resilienza delle comunità”, sottolinea il presidente Francesco Vincenzi, indicando quattro priorità: manutenzione del territorio, nuove infrastrutture idrauliche, innovazione e ricerca, cultura dell’acqua. Sulla stessa linea anche il direttore generale Massimo Gargano, che evidenzia la necessità di trasformare il rischio in risorsa attraverso infrastrutture capaci di gestire e trattenere l’acqua. In questo senso, il Piano Invasi, proposto insieme a Coldiretti, punta a raccogliere e riutilizzare le acque piovane per irrigazione, produzione energetica e tutela degli ecosistemi. Il quadro che emerge è quello di un’Italia sempre più esposta agli effetti del cambiamento climatico, dove l’alternanza tra siccità e precipitazioni estreme impone un cambio di passo nelle politiche di gestione del territorio. Perché, come dimostrano i dati del 2026, l’emergenza non è più episodica, ma strutturale.