Violetta Bellocchio ha trentaquattro anni e un buco nella memoria: tre anni cancellati, dai venticinque ai ventotto, perduti in un buco nero da cui emergono all’improvviso dolorosissimi flash. Tre anni da alcolista, da “binge drinker”. Una storia fatta di angoscia, di incontri sbagliati, ricoveri in ospedale, bruciature, svenimenti, del terrore di chiudere gli occhi per l’ultima volta.
Una storia iniziata quasi per caso, «come altre cadono negli incontri di lotta clandestina, oppure vanno a recitare nei porno con calci e sputi», una storia che resta tatuata sulla pelle con tutta la sua violenza ma anche con l’assurdo splendore delle esperienze estreme. Così che, per liberarsene, la sola via è trovare il coraggio di rievocarla, e anche di ammettere tutto il fascino che emana.
La dipendenza fa sentire «in ginocchio davanti a qualcosa che non capiamo», a un dio terribile che ha il potere di esaltare e di umiliare. «E’ difficile smettere perché è impossibile accettare che niente ci farà sentire mai più così». Comincia il lungo cammino della disintossicazione, quando tutti ti dicono che ce l’hai fatta e tu hai paura che basti un passo falso per rimandarti nell’abisso. Con terrore e pazienza, scheggia dopo scheggia, Violetta Bellocchio ricostruisce se stessa attorno a parole chiave che, come calamite, chiamano intorno a sé immagini e storie; e così facendo dà vita a un libro che è un mémoire di graffiante autoironia, e un documento letterario di grande forza emotiva.
L’AUTRICE – VIOLETTA BELLOCCHIO (1977), figlia della psicanalista Lella Ravasi, e nipote del regista Marco, con Mondadori ha pubblicato il romanzo Sono io che me ne vado (2009). Dopo aver terminato questo libro ha fondato la rivista online “Abbiamo le prove”, un contenitore di storie nonfiction scritte da donne italiane.

