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MediaTech

Sono Domenico Affinito, giornalista Rcs attualmente nella redazione di Io Donna e piccolo azionista di questa azienda.

«Negli ultimi sei anni il settore editoriale ha conosciuto un dimezzamento dei ricavi dovuto alla discesa verticale della pubblicità e alla rivoluzione digitale. Io però rifuggo dalla posizione di chi dice che il mondo del giornalismo sia in estinzione, anzi ci troviamo in una fase evolutiva. La sfida che dobbiamo affrontare è quella di un’editoria di qualità che non può prescindere da un giornalismo di qualità. Il giornalista di qualità è una risorsa, Questa è una sfida difficile in un quadro economico drammatico in cui ognuno deve assumersi le proprie responsabilità.»

Queste sono le parole che l'ingegner Maurizio Costa ha pronunciato all'ultimo congresso della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, dove io ero presente come delegato, e che sottoscrivo in pieno.

Crisi, giornalismo di qualità e responsabilità. Secondo il futuro presidente del nostro gruppo sono le tre chiavi per leggere il presente e proiettarsi nel futuro.

Intanto, però, Rcs ha un problema: oltre 480 milioni di debiti.

La leva finanziaria delle aziende Italiane dipende pesantemente dalla loro dimensione e poiché la fragilità di un’azienda dipende molto dalla leva, è chiaro che un obiettivo intermedio per aumentare la robustezza di un'azienda è l'aumento delle dimensioni della stessa, insieme alla patrimonializzazione.

Nel 2014 sono stati fatti 66 milioni di investimenti, metà dei quali nel digitale e l'amministratore delegato Pietro Scott Jovane ha dichiarato di avere «ambizioni di profittabilità del 15% nel 2018».

Il problema è che in tre anni Rcs ha bruciato cassa per 288 milioni, quasi quanto quelli incassati con le dismissioni. A fine 2011 Rcs aveva 938 milioni di debiti finanziari netti e da quel momento ha incassato 396 milioni da aumento di capitale, 397 milioni da dismissioni e ha convertito le azioni di risparmio con un introito di altri 49 milioni. Il debito sarebbe dovuto scendere sotto i 100 milioni, ma nel frattempo le perdite di cassa sono ammontate a 288 milioni e sono stati fatti investimenti per altri 116 milioni e 15 sono stati spesi in acquisizioni. Il che porta all'indebitamento attuale: quasi cinque volte superiore a quel che sarebbe potuto essere.

E le perdite sono continuate nonostante i tagli di personale (15% in meno) e il ricorso alla solidarietà e alla cassa integrazione tra i giornalisti.

Il punto è che gli investimenti fatti non hanno portato il reddito atteso e inoltre, tranne per Gazzetta Tv, non si sono focalizzati sull'informazione il cui settore non ha registrato nuove iniziative e neppure un rinnovamento profondo nel suo modello di business. Scelte che altri competitor hanno già fatto e, in alcuni casi, con buoni risultati.

 

E allora vediamoli alcuni di questi investimenti.

 

Twigis, il social network per i bambini

L’obiettivo dichiarato era quello di raggiungere più di 900mila utenti entro 12 mesi dal lancio. Oggi, a oltre dodici mesi dal lancio, il numero di utenti è di poco più di 69mila. Lo scarto è di 13 volte.

Made.com

Lanciato in Italia a fine settembre 2013, doveva essere un mix tra online e offline con un punto di riferimento fisico per spingere l’acquisto di prodotti di design. Non solo lo showroom, definito “fondamentale”, non è mai stato aperto. In quasi 500 giorni di vita la piattaforma ha venduto, per stessa ammissione di Rcs, 2400 prodotti. Neanche 5 al giorno. 

Youdeal

Youdeal doveva essere il «primo motore di ricerca semantico dedicato ai deal» una sorta di Google per cercare sul web proposte commerciali sulla base dei gusti dell’utente con l’obiettivo dichiarato di riunire sotto lo stesso tetto coupon e sconti proposti da Groupon, Groupalia, Letsbonus, Ebay. A due anni dal lancio il sito non è un motore di ricerca nel panorama deal, ma un mirror di quattro player del settore e nemmeno i più rappresentativi. Il profilo facebook di youdeal raccoglie appena 7683 like, lontanissimo dagli oltre 12 milioni e mezzo di Groupon

Networkmamas

Il socialnetwork dedicato alle mamme ed entrato nel sistema Rcs Mediagroup ha, per stessa ammissione dell’azienda, appena1500 utenti e 2400 su facebook.

Youreporter

Oltre due milioni e mezzo di euro spesi per una piattaforma di citizen journalism che, a detta del management, doveva «arricchire l’offerta video del Corriere della Sera» e attirare nuovi utenti. Nel dicembre 2013, prima dell'acquisizione, Youreporter aveva 78mila pagine viste e 31mila utenti unici nel giorno medio. A un anno dall’acquisizione e nonostante il posizionamento nella homepage del Corriere.it il pubblico di Youreporter è più che dimezzato: le pagine viste sono scese a 39mila e gli utenti unici a 12mila 700 nel giorno medio.

Corriere.it

Il restyling del sito del Corriere della Sera con una lettura orizzontale è stato bocciato dai lettori. I dati Audi­web del mese di marzo 2014 hanno evidenziato per Corriere.it la peg­gior per­for­mance tra le testate prese in considerazione con un calo delle pagine viste di ben il 30,6% ed una flessione degli utenti unici dell’8,4%. Solo dopo alcuni mesi il sito è tornato alla stessa audience di prima e dopo che la lettura orizzontale è stata abbandonata per tornare alla versione precedente.

Nella relazione del cda uscente leggiamo anche che, rispetto alla strategie future lato News, ci sarà lo sviluppo, soprattutto digitale, insieme a maggiori efficienze. Cioè altri tagli. Ma non leggiamo niente, invece, rispetto a un necessario e doveroso ridimensionamento delle funzioni corporate, dove figurano assunti 564 dipendenti, il 14% del totale. Questa è l'unica area del gruppo che nell'ultimo anno ha visto incrementare l'organico.

Certo, il digitale è il futuro, ma la strategia industriale messa in capo fino ad oggi da Rcs non ha pagato: anzi, si è riusciti perfino a chiudere l’unica Redazione contenuti digitali del gruppo, dove io ho lavorato per anni, per approvvigionarsi all’esterno con costi maggiori, in totale, e risultati inferiori.

I dati audiweb dimostrano come il consumo online si orienti su siti di ricerca (con circa il 92% degli utenti), portali generalisti (con il 90,6%), social network (con l’87,8%) e siti delle categorie “Videos / Movies” (con l’81,4%). Due su quattro di queste categorie afferiscono a prodotti di carattere informativo, quelli che in questi anni non abbiamo sviluppato.

Bisogna cambiare rotta. E per farlo è necessario valorizzare le professionalità interne che abbiamo. Ci vuole più sinergia, anche nelle scelte strategiche.

 

Mitbestimmung

Significa cogestione: è uno dei motori della locomotiva tedesca. In Italia si sta ipotizzando qualcosa di simile per il prossimo cda Rai, come peraltro previsto nella delega del governo sul Jobs Act.

È un modello che funziona perché coinvolge nel processo decisionale tutti gli stakeholder. In Rcs, invece, in questi anni si è tenuto conto solo degli interessi di azionisti e creditori. E i dipendenti non sono stati coinvolti nei piani industriali e nelle linee di sviluppo che, come abbiamo visto, non hanno portato risultati accettabili. Salvo poi chiedere all'Inpgi, all’Inps e allo Stato cospicui finanziamenti (sotto forma di contratti di solidarietà, cassa integrazione e prepensionamenti) per salvare i conti. Insomma noi dipendenti sovvenzioniamo Rcs senza avere voce in capitolo. E questo non è piu' accettabile. Vi assicuro, invece, che qualche idea per riportare l’azienda in utile l’abbiamo anche noi.

Dobbiamo chiedere nuove regole. La tassa Google, la difesa del copyright, una distribuzione più equa delle risorse pubblicitarie. In Italia solo 3 miliardi di euro scarsi su 7 del budget generale dell'advertising arrivano ai media, meno che negli altri Paesi europei.

Nel prossimo piano industriale devono essere coinvolti i lavoratori e si devono concentrare le risorse di sviluppo sull'informazione e non sulle alchimie di una multimedialità che è tutto fuorché informazione. Perché, come sostiene Rupert Murdoch, «le notizie sono ancora la materia prima più preziosa al mondo». "Il giornalista di qualita' e' una risorsa" ha detto il nostro prossimo presidente, l’ingegner Maurizio Costa, e in questo gruppo I giornalisti di qualita' ci sono eccome. E tanti. 

Infine vorrei richiamare il principio di responsabilità. Prerogative maggiori comportano oneri maggiori. Chi ha preso decisioni industriali sbagliate deve risponderne.

Nel mio piccolo ho la responsabilità di un giornalista che per mesi è stato messo in cassa integrazione. Oggi ho anche una maggiore responsabilità come consigliere nazionale della Fnsi, ma non rinuncio a cercare il bene di Rcs. La mia azienda.

Non rubateci il futuro. Grazie

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Riceviamo e pubblichiamo da MADE.COM

MADE.COM non è di proprietà del gruppo RCS: solo in Italia l'azienda ha stretto una partnership strategica con il gruppo editoriale.

Per quanto riguarda i dati riportati rispetto alle vendite effettuate da Settembre 2013 (ovvero da quando il brand è stato lanciato nel nostro Paese con il supporto di RCS), il Sig. Affinito parla di soli 2.400 pezzi venduti: la notizia non risponde al vero in quanto il dato ufficiale è di oltre 20.000 pezzi venduti.

E’ tempo di un primo bilancio per MADE.COM: a un anno e mezzo dal lancio in Italia, i fondatori possono ritenersi soddisfatti dei risultati raggiunti in termini di vendite e, soprattutto, del feedback degli oltre diecimila clienti che hanno acquistato più di ventimila mila prodotti.

Julien Callede, COO di MADE.COM, ha recentemente reso noti i numeri del giovane brand inglese che col suo modello di business innovativo (vendono arredi di design prodotti a marchio MADE.COM esclusivamente on-line) ha sfidato le regole del retail mkt tradizionale dimostrando come si possano eliminare gli intermediari fornendo prodotti di qualità a un prezzo “democratico”.

Un’azienda che oggi fattura £42,7M e che ha avuto nel 2014 una crescita del 63% può vantare oggi 160 dipendenti e oltre 1500 modelli diversi prodotti.

La ricetta è proprio questa: turn over di prodotti continuo (da gennaio oggi sono stati lanciati già 250 arredi nuovi) e la capacità di replicare la formula in sempre nuovi paesi (oggi sono presenti in Regno Unito, Italia, Francia, Olanda, Belgio e Germania).

Oggi il fatturato generato all’estero ha raggiunto una quota del 25% e – in Italia – si registra una crescita del 100%: merito di una serie di prodotti trendy e dal prezzo accessibile ma soprattutto della capacità di comunicare cosa, perché e come.

La chiarezza, il saper spiegare il valore aggiunto di un modello di business non convenzionale nell’ambito furniture sta conquistando anche i più restii: tantissimi clienti soddisfatti sono diventati brand ambassador di una vera e propria community di amanti del design.

 

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