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Zerocalcare, fuori su Netflix “Due spicci”: com’è la nuova serie e quanti soldi dietro il tax credit

La nuova serie di Zerocalcare su Netflix conta otto episodi e chiude il ciclo di Zero. Alla produzione attribuiti 3 milioni di tax credit

Zerocalcare, fuori su Netflix “Due spicci”: com’è la nuova serie e quanti soldi dietro il tax credit
Due Spicci di Zerocalcare Fan Event al Circo Massimo (Foto Ipa)

Zerocalcare torna su Netflix con una serie più lunga, più adulta e più malinconica. Otto episodi per chiudere il ciclo di Zero e dei suoi amici, tra debiti, relazioni tossiche e una generazione che non sa più dove mettere la giovinezza. Sullo sfondo anche il dato economico: 3 milioni di tax credit alla produzione.

Otto episodi, Zero e Cinghiale nei guai e un tax credit da 3 milioni di euro

Zerocalcare è tornato su Netflix con Due spicci, la nuova serie animata disponibile da ieri 27 maggio 2026. Otto episodi, durata più ampia rispetto al passato e un racconto che prova a chiudere il ciclo aperto con Strappare lungo i bordi e proseguito con Questo mondo non mi renderà cattivo.

La serie è creata, scritta e diretta da Zerocalcare, al secolo Michele Rech, ed è prodotta da Movimenti Production, parte di Banijay Kids & Family, in collaborazione con BAO Publishing. Nel cast vocale tornano Zerocalcare e Valerio Mastandrea, voce dell’Armadillo.

Il punto di partenza è semplice, almeno in apparenza. Zero e Cinghiale gestiscono un piccolo locale a Roma. L’attività non gira, i soldi mancano e i conti cominciano a non tornare. Cinghiale si ritrova nei guai con persone poco raccomandabili e il gruppo di amici prova a tenerlo a galla, mentre ognuno fatica già abbastanza a tenere insieme la propria vita.

C’è anche Smeralda, una figura del passato di Zero. Sarah gli chiede di ospitarla dopo la fuga da un compagno violento. La sua presenza riapre una cotta mai dichiarata e costringe il protagonista a fare i conti con quello che non ha detto, non ha fatto, non ha chiuso.

Due spicci resta dentro il mondo di Rebibbia, ma sposta il baricentro. La politica non sparisce, però questa volta il racconto è più intimo. La serie parla di responsabilità, relazioni tossiche, amicizie che cambiano forma, debiti, paura della vita adulta e difficoltà di restare fedeli all’immagine che si aveva di sé a vent’anni.

Il titolo richiama i “two cents” anglosassoni: l’opinione che nessuno ha chiesto, ma che arriva lo stesso. Dentro questa formula Zerocalcare costruisce un flusso continuo di pensieri, digressioni, ansie, ricordi e cortocircuiti generazionali. È ancora la sua lingua. Romana, velocissima, piena di cultura pop, videogiochi, film, sigle, canzoni e immagini mentali che diventano personaggi.

Rispetto alle due serie precedenti, l’impianto è più ambizioso. Gli episodi sono otto, con durate variabili e una trama più articolata. C’è una linea quasi crime intorno ai problemi di Cinghiale, c’è il racconto della violenza sulle donne, c’è il ritorno di Smeralda, c’è la fatica di Zero davanti alle responsabilità che non può più schivare.

Funziona quando Zerocalcare riesce a tenere insieme commedia e malinconia. La sua forza resta quella di raccontare una generazione attraverso dettagli riconoscibili: matrimoni che sembrano arrivati troppo presto, figli degli altri, lavori precari, amicizie che si sfilacciano, genitori con cui il confronto resta aperto, l’impressione di essere adulti solo per età anagrafica.

Il limite è lo stesso che accompagna una parte del suo cinema animato. Il flusso di coscienza, dopo tre serie, rischia a tratti di apparire più stanco. Alcuni passaggi sembrano tornare su dinamiche già viste. Le citazioni pop, da Star Wars a Dragon Ball, da Final Fantasy alla musica generazionale, sono ancora efficaci, ma a volte danno la sensazione di funzionare come appigli emotivi prima ancora che come racconto.

Non è un difetto che rovina la serie, ma piuttosto il prezzo di un autore che ha costruito un universo molto riconoscibile e che continua a muoversi dentro quei confini. Due spicci è Zerocalcare fino in fondo: nelle nevrosi, nella tenerezza, nella colpa, nella paura di essere inadeguati, nell’Armadillo che traduce in frasi secche quello che Zero prova a non guardare.

La serie avrebbe ricevuto 3 milioni di euro di tax credit. Non significa che Due spicci sia costata 3 milioni. Il tax credit è un credito d’imposta: una agevolazione fiscale riconosciuta alle imprese della produzione audiovisiva sulla base dei costi sostenuti.

In pratica, quei 3 milioni non vanno letti come budget complessivo della serie, ma come beneficio fiscale. La produzione può usarlo per compensare debiti fiscali e previdenziali. Il dato segnala comunque che Due spicci è un prodotto industriale pieno, non un progetto piccolo o laterale. Netflix, Movimenti Production e BAO Publishing lavorano ormai su un marchio narrativo riconoscibile, con pubblico, evento di lancio, colonna sonora e forte identità editoriale.

La serie arriva infatti dopo un’operazione promozionale molto visibile, con l’evento al Circo Massimo a Roma, performance musicali e attività pensate per il pubblico cresciuto dentro l’immaginario di Zerocalcare.

Alla fine Due spicci sembra davvero il capitolo di chiusura di una trilogia. Meno fulminante di Strappare lungo i bordi, meno esplicitamente politica di Questo mondo non mi renderà cattivo, ma più concentrata sulle emozioni e tutte quelle piccole crepe che si affrontano quotidianamente. Zero e i suoi amici non devono più solo capire da che parte stare. Devono capire come si resta in piedi quando non si è più ragazzi e non si è ancora diventati adulti come ci si aspettava.

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