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Medicina
Depressione da coronavirus? No, diseducati alle emozioni. LO PSICOTERAPEUTA

Il Mondo corre veloce e lascia indietro i sentimenti. Oramai il contesto che viviamo non ammette defezioni, cortocircuiti, silenzi, passeggiate nei boschi, distanza dal caos. Bisogna starci dentro, bisogna fare punteggio, stare al passo coi tempi, con la tendenza, con i social, con le paure – anche quelle si sono standardizzate e seguono protocolli globali ben precisi. Insomma, anziché “ad ognuno la propria strada”, arriviamo al “per ognuno lo stesso percorso”, emarginando chi non segue.

In questo marasma di contraddizioni e con l’emergenza coronavirus in corso in Italia, abbiamo deciso di intervistare lo psicologo-psicoterapeuta Oscar Travino. Autore di L’ora o il mai più (2016), Sette Secondi (2018), HeartQuake (2020). Con studio in provincia di Napoli, Caserta e Padova.

 

Dottor Travino, in queste settimane l’Italia è stata messa in ginocchio dal Coronavirus. Crede che le misure adottate dal Paese, e dalla gente indotta dai media, siano state di sana prudenza oppure s’è scatenato altro?

“Abbiamo assistito a scene di ogni tipo, come prevedibile. Comportamenti che si possono collocare su un continuum i cui vertici sono rappresentati da due posizioni opposte: quella della negazione, un meccanismo di difesa psichico piuttosto diffuso, espressa attraverso la sottovalutazione del rischio (“ma in fondo è poco più che un’influenza”), e quella del panico, con comportamenti irrazionali e disorganizzati (scorte alimentari, episodi di violenza fobica, etc.), espressione di un funzionamento tipico della paura, quello del sistema limbico e dell’amigdala, che predispone comportamenti di attacco\fuga che non vengono vagliati dalla corteccia celebrale e quindi dal comportamento razionale e cosciente.

Negli ultimi due giorni, dopo il decreto ministeriale che stabilisce la zona rossa in tutto il territorio nazionale, sembra esserci stata un’impennata di presa di consapevolezza della reale portata dell’emergenza.”

 

Leggendo alcuni dati dell’Agenzia del Farmaco, Censis e CNR, emerge un quadro allarmante di cui però nessuno parla.  Dal 2015 al 2019 c’è stato un + 23% nel consumo di ansiolitici, undici milioni di italiani sono sotto psicofarmaci per una spesa annua di 350 milioni di euro. Siamo una società depressa? Non esiste altra via rispetto alla farmacologizzazione dei sintomi?

“Non siamo una società depressa, siamo una società che è diseducata al voler sentire le emozioni, quelle negative. Ha mai fatto caso alla nostra forma di saluto tipica? ‘Tutto bene?’, diciamo, ma non aspettiamo davvero una risposta o, se accade, non siamo predisposti all’ascolto di una risposta negativa.

Dovremmo capire tutti che non esistono emozioni ‘positive’ o ‘negative’, le emozioni sono tutte funzionali, anche quelle che non vogliamo sentire. La paura segnala potenziali minacce (laddove siano davvero presenti, ma spesso si ha paura di situazioni soltanto immaginate), la tristezza permette un ‘ritirarsi in sé’ che può essere la base per valutare il corso della propria esistenza, valutare quello che non è o non è più in linea con i nostri valori e desideri profondi, e rappresentare la spinta per un cambiamento.

Nessuna parte di noi ci è nemica, nessun sintomo e nessuna emozione. Tutto compare per una ragione, e rappresenta un segnale - da ascoltare e non soffocare - della necessità di un cambiamento di vita. Spegnere un sintomo con un farmaco è un po’ come disattivare la spia di un guasto sulla nostra auto: la luce di segnalazione scompare, ma il guasto è ancora presente.”

 

Sta facendo discutere da alcune settimane una fantomatica pillola che cancellerebbe i ricordi. O meglio, una terapia che mira a riprogrammare i ricordi per far sì che fatti ed emozioni vengano registrati diversamente, perdendo il dolore. Secondo lei nel futuro questa strada sarà preferibile? O c’è qualcosa di oscuro nella trattazione dei sentimenti last minute?

“Il trend è sempre quello: volere tutto e subito, cancellare invece che elaborare, il segnale di una totale incapacità ad accettare anche ‘il negativo’ come parte integrante del nostro essere al mondo. Non esiste gioia senza dolore, non esiste esperienza che non abbia in sé il seme della controparte.

Vivere è bello anche per questo: si ride, si piange, ci si emoziona, ci si dispera. Felicità è proprio questo: vivere pienamente tutto ciò che la vita ci offre. È ridere con tutto il nostro sorriso e piangere con tutte le nostre lacrime.”

 

Oltre all’educazione civica od all’interno di essa – a parer suo - a scuola dell’obbligo sarebbe auspicabile insegnare la “psicologia di base”? La gestione del panico, dell’ansia, dello stress, non ci renderebbe cittadini più sani?

“Assolutamente sì. Un intervento educativo o rieducativo efficace parte sempre dalle basi, e la formazione primaria in questo ha un ruolo assolutamente cruciale. Insegniamo ai nostri figli a sentire e non coprire, a gestire anche la noia o l’inattività. Recenti studi sulla meditazione nelle scuole hanno mostrato risultati ed effetti assolutamente benefici e incoraggianti sullo sviluppo del bambino.”

 

È possibile evitare le manipolazioni? Che siano esse commerciali, politiche, sociali. Viviamo circondati dagli input, in questa tempesta di frequenze, come si trova la pace interiore?

“La manipolazione è possibile laddove ci sia un centro poco stabile. Spesso ci si lascia trascinare in questa corrente come se fosse qualcosa di naturale o inevitabile. Non lo è affatto. Posso reclamare e riscoprire un mio diritto fondamentale, quello al silenzio. Il diritto di non comunicare, di non rispondere, di non accettare manipolazioni da partner, genitori, social network. Siamo nati legati ad un cordone ombelicale, poi reciso. Abbiamo pianto, terrorizzati da quel taglio. Ma subito dopo abbiamo scoperto qualcosa di molto importante: la capacità di saper respirare da soli. Non dimentichiamolo mai.”

 

 

FB @andrealorusso1991

 

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