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Medicina
iAMGENIUS, Piero Dominici (Università Perugia): come "umanizzare" il digitale

Oggi a Roma Amgen ha presentato la terza e ultima fase del suo progetto iAMGENIUS.

Il percorso si conclude con l'hackhaton di 24 ore nel quale programmatori, startupper, sviluppatori, web-designer, maker, app developer, digital expert e data scientist si sfidano per ideare le soluzioni tecnologiche più innovative in grado di umanizzare i percorsi di cura.

In questa occasione, abbiamo incontrato Piero Dominici, Direttore Scientifico del Complexity Education Project, Università degli Studi di Perugia

Lei ha approfondito le dinamiche della società interconnessa nella quale oggi viviamo basata sull’economia della condivisione e dell’immateriale e mediata dai sistemi digitali: quali sono le principali differenze tra questo modello e i precedenti modelli di condivisione delle informazioni? Come cambiano valori, relazioni e priorità?
Stiamo provando ad abitare un’era ipertecnologica, sempre più segnata da “spinte” entropiche e caotiche che, al di là delle innegabili accelerazioni e avanzamenti in ogni campo della prassi sociale e umana, avrebbe dovuto definire e determinare condizioni ideali anche in termini di controllo e prevedibilità dei comportamenti, dei processi, dei sistemi. Una fase di mutamento radicale e globale che, come ribadito più volte anche in passato, ci costringe a ripensare categorie, codici, linguaggi, strumenti, identità, soggettività, norme e modelli culturali, comunità (aperte), spazi relazionali e comunicativi, ambienti, ecosistemi. Mai, come in questo momento, l’innovazione tecnologica, con tutti i rischi/le opportunità che essa comporta, pone gli attori sociali e le organizzazioni di fronte alla possibilità di operare un ulteriore e irreversibile salto di qualità. Questo progressivo impossessarsi delle leve della propria evoluzione mette radicalmente in discussione modelli e categorie tradizionali, obbligandoci a rivedere/riformulare addirittura anche la stessa definizione del concetto di Persona. A ripensare l’umano e la sua interazione, per certi versi, ambigua con la tecnica e il tecnologico: un’interazione da cui non può che scaturire una sintesi complessa di cui non siamo ancora in grado di valutare prospettive, sviluppi e implicazioni. 


Siamo dentro la società interconnessa/iperconnessa che, come ho avuto modo di affermare in passato, è una società ipercomplessa, in cui il trattamento e l’elaborazione delle informazioni e della conoscenza sono ormai divenute le risorse principali; una tipo di società in cui alla crescita esponenziale delle opportunità di connessione e di trasmissione delle informazioni, che costituiscono dei fattori fondamentali di sviluppo economico e sociale, non corrisponde ancora un analogo aumento delle opportunità di comunicazione, da noi intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza che implica pariteticità e reciprocità (inclusione). La tecnologia, i social network e, più in generale, la rivoluzione digitale, pur avendo determinato un cambio di paradigma, creando le condizioni strutturali per l’interdipendenza (e l’efficienza) dei sistemi e delle organizzazioni e intensificando i flussi immateriali tra gli attori sociali, non sono tuttora in grado di garantire che le reti di interazione create generino relazioni, fino in fondo, comunicative, basate cioè su rapporti simmetrici e di reale condivisione. In altre parole, la Rete crea un nuovo ecosistema della comunicazione (1996) ma, pur ridefinendo lo spazio del sapere, non può garantire, in sé e per sé, orizzontalità o relazioni più simmetriche. La differenza, ancora una volta, è, e sarà, nelle persone e negli utilizzi che si fanno della tecnologia, al di là dei tanti interessi in gioco.

Per queste stesse ragioni, ho sempre parlato di “tecnologie della connessione” e non di “tecnologie della comunicazione” (Dominici 1996, 2014 e sgg.). Il nuovo ecosistema globale, sempre fondato sul modo di produzione capitalistico, vive e si alimenta, a differenza del passato, di risorse immateriali, e di logiche della condivisione, che hanno fatto progressivamente saltare vecchi assetti e logiche di controllo, tipici della cosiddetta società industriale. Di fatto questa smaterializzazione, questa virtualizzazione di tutti i processi e delle dinamiche, va a ridefinire confini e culture, linguaggi e pratiche; scardina logiche e pratiche consolidate. Si passa da processi e dinamiche materiali, in qualche modo controllabili e gestibili, a dimensioni immateriali, che, non soltanto per la straordinaria accelerazione introdotta dal digitale (che è cultura/culture!), si rivelano instabili e imprevedibili. A ciò si aggiunga che – come ripeto sempre - la conoscenza è una “risorsa” del tutto particolare: non perde il proprio valore con la sua riproduzione, distribuzione, condivisione. Non possiamo non rilevare, in ogni caso, come la civiltà ipertecnologica e iperconnessa sia caratterizzata anche da paradossi e contraddizioni, oltre alla poca consapevolezza delle implicazioni epistemologiche della cosiddetta rivoluzione digitale. Il digitale, d’altra parte, non è uno strumento, non è un insieme/sistema di strumenti, il digitale è cultura, anzi è culture e non soltanto ambienti interconnessi e iperconnessi. E, prima o poi, dovremmo anche provare a superare quella falsa dicotomia tra cultura e tecnologia (1996), non cadendo nell’errore o nella tentazione di pensare che le tecnologie e il digitale, da soli, possano ricreare il legame sociale e riattivare i meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione, laddove questi sono in crisi. Le tecnologie possono rivelarsi estremamente importanti e utili nel tentativo di colmare la nostra incompletezza e le nostre vulnerabilità come esseri umani; ma le condizioni sociali e culturali di condivisione, di accesso, di inclusione e cittadinanza, possono essere garantite solo mettendo seriamente mano all’educazione e alla formazione. Altrimenti, le tecnologie possono diventare fattori di divisione, separazione e asimmetria.

Un’altra questione riguarda l’impatto che queste tecnologie hanno (e avranno) sui nostri valori. Ritengo che, anche a livello di ricerca scientifica, non abbiamo ancora preso consapevolezza, fino in fondo, del cambiamento profondo che il digitale e le nuove tecnologie della connessione determinano, essendo entrate a far parte, appunto, della sintesi di nuovi valori e di nuovi criteri di giudizio (1995). Gli strumenti tecnologici a nostra disposizione, di cui ancora non sappiamo valutare le implicazioni, e le straordinarie scoperte scientifiche, mettono in discussione i codici, i modelli culturali, ma anche le identità e le soggettività, il rapporto dell’individuo con la società, il nostro stesso modo di pensare la vita, la prospettiva della vita umana. Cambiano così anche la nostra idea e visione di cura e del “prendersi cura”: il rapporto diretto, personale, fisico, tra il paziente e il medico o l’operatore sanitario, oltre a dover essere letto in chiave sistemica, non è più l’unico scenario. L’affidarsi alle tecnologie, a questo livello di analisi, è una via inevitabile, ma fondamentale deve essere pensato e integrato dentro una “nuova cultura della comunicazione” che ponga al centro, concretamente, l’incontro con la persona, l’ascolto profondo dei suoi bisogni, proprio per non perdere la dimensione umana della relazione di cura.

Dentro la società iperconnessa è più facile o più complicato far valere i propri diritti anche rispetto a un tema delicato come quello della gestione della propria salute? Un progetto come iAMGENIUS è un modello coerente con le nuove dinamiche della comunicazione e della partecipazione?


Rispetto alla prima domanda: come ripeto da molti anni, basandomi su ricerche e studi condotti, la cittadinanza non è più una questione giuridica. È sempre più legata alle “variabili” istruzione ed educazione e le stesse possibilità di “essere cittadini” sono intimamente legate all’accesso all’istruzione e all’educazione. Istruzione ed educazione sono fondamentali, per dirla in altre parole, per far sì che la connessione possa tradursi in comunicazione. In linea di continuità con i punti toccati nel testo, iAMGENIUS è un progetto interessante, stimolante, che si inquadra in una logica e in una cultura differente dell’ascolto, in questo caso l’ascolto di persone che convivono e lottano con una patologia tutt’altro che semplice.

Il tema fondamentale è che, mentre ci avvaliamo di queste straordinarie tecnologie che sono in grado di agevolare una maggiore prossimità tra gli attori coinvolti, non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo un disperato bisogno di una visione sistemica, a maggior ragione quando affrontiamo le malattie che non sono mai di una singola persona, ma coinvolgono anche tutte le persone che sono legate al paziente. La cultura dell’ascolto e la cultura della comunicazione devono necessariamente incontrare e riguardare tutti gli attori coinvolti: non si può delegare alla relazione uno-a-uno, mediata dalla risorsa digitale, la complessità del rapporto di cura. Le tecnologie ci possono dare un grande aiuto ma ci deve essere sempre qualcuno al fianco di queste persone: una rete non solo tecnologica ma umana, che non le faccia sentire sole. In questo senso, iAMGENIUS integra bene questi due aspetti perché orienta l’uso delle tecnologie verso l’ascolto di questi bisogni ed esigenze della singola persona che, talvolta, possono rimanere inespressi.    

Gli strumenti digitali nella loro implacabile logica, istantaneità, iperframmentazione connettono realmente le persone o le distanziano? Può nascere un nuovo umanesimo nell’era digitale? Come si possono realmente mettere al centro le persone?


La società iperconnessa può offrire delle straordinarie opportunità di aperture e accesso ma, mi ripeto, l’educazione e la formazione delle persone continueranno ad essere decisive. Trovo urgente la rinascita di un nuovo umanesimo che rimetta al centro la Persona: se vogliamo che tali concetti non rimangano soltanto degli slogan di successo, occorre iniziare a pensare, realmente, al lungo periodo, recuperando le dimensioni complesse della complessità educativa (1996 e sgg.). Osservando le realtà che viviamo quotidianamente, potremmo dire che gli “strumenti” tecnologici avvicinano chi è lontano ma allontanano chi è vicino, rendendo le persone distanti pur nella prossimità fisica.

Ancora una volta la differenza sarà fatta dal modo in cui utilizziamo le tecnologie. Come sempre, dipende/dipenderà tutto come dal “noi”, dalle persone che sono soggetti di relazione (NOI). Dobbiamo saper ri-portare la dimensione dell’empatia e dell’autenticità non soltanto all’interno dei processi educativi e formativi. E questi aspetti si possono apprendere e quindi insegnare. Rimettere al centro la persona significa ripensare lo spazio relazionale e comunicativo ma anche, nella civiltà ipertecnologica, ricomporre la frattura tra l’umano e il tecnologico (ibid.). Solo in questo modo potremo costruire una società della condivisione più aperta e inclusiva, che sappia caricarsi sulle spalle i soggetti più deboli e sofferenti.

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    l'incontro con il direttore scientifico del complexity education project alla presentazione del progetto di amgen iamgenius
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