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Persone senza dimora in Italia: bisogni, difficoltà e possibili soluzioni

L’analisi di un fenomeno articolato che coinvolge aspetti sociali, sanitari e relazionali spesso difficili da affrontare

Persone senza dimora in Italia: bisogni, difficoltà e possibili soluzioni

Persone senza dimora: vite ai margini e percorsi difficili da comprendere, una realtà realtà spesso invisibile

Uno sguardo nel limbo socio- sanitario, dove non esistono per loro spazi o percorsi distinti e protetti. Tra la salute mentale, dipendenze, abbandoni, delusioni, cancellazioni e scomparse, in altre parole fantasmi avvolti nel mistero più profondo. Invisibili ma dovunque. Per chi continua a girarsi dall’altra parte, è un senso di impotenza e frustrazione. Come approcciarli, come aiutarli, dove indirizzarli, quali riferimenti? Chi risponde con competenza e coscienza, a queste domande che emergono in quel momento e poi finiscono poco tempo dopo? Strapparli dalla strada non basta, bisogna gradualmente reinserirli nella società.

Difficile pensarlo, quasi impossibile realizzarlo. Uno sforzo ed un tentativo che dobbiamo sentire il dovere di provare a finalizzare, perché noi passanti occasionali non possiamo restare indifferenti. Non sono esclusivamente di competenza sanitaria, ma la salute mentale sembra dire il contrario. Sono una questione sociale, ma i servizi sociali e le associazioni di volontariato non si possono caricare da soli di situazioni così complesse e complicate, in quanto in molti casi si tratta di persone che hanno disturbi psichiatrici, psicologici, familiari, lavorativi.

Come si può invertire il loro destino? Possiamo per un momento immaginare dove rischiano di finire? Il freddo e la legge della giungla sono sempre in agguato per il colpo di grazia. Non capita comunemente di impattare con le loro figure, ma quando avviene ognuno di noi resta sorpreso. Individui riversi per terra, coperti da cartoni, avvolti da ogni genere di involucro occasionale, circondati da bottiglie, buste di plastica, cappellini, cibo di scarsa qualità forse deteriorato. Una sagoma che si fa fatica a distinguere nel buio.

Le persone in questa condizione, sono intorno a 100.000 in Italia, numeri approssimativi, difficile una verifica più precisa. Non sono facilmente catalogabili, né rintracciabili nelle zone periferiche o impervie e quasi impossibili da rilevare. Ma non tutto è cumulabile nelle definizioni apparentemente uguali. Una netta differenza riguarda le persone appartenenti alle culture nomadi, come i ROM. Questa categoria si caratterizza da una vita di comunità, quindi un gruppo omogeneo che vive nello stesso modo, seguendo un filone culturale riconducibile a vicende storiche. Anche il termine vagabondo non è assimilabile a senzatetto, perché questi ultimi fanno del vagabondaggio il loro stile di vita. Sono riportati esempi di personaggi noti, geniali nel loro genere che hanno vissuto in queste condizioni, il matematico russo Grigorij Perelman, Tommaso Lipari, George Orwell scrittore, Pablo Picasso che ha vissuto un periodo da senzatetto, girovagando anche a Parigi “Blue Period”. Vi sono molte possibili cause che portano alla perdita della casa. Alcuni scelgono volontariamente, ivi inclusi quelli che hanno forti convincimenti spirituali anti-materialistici. Rientrano tra le altre motivazioni, l’abuso domestico, vedovanza, salute fisica e soprattutto mentale, mala giustizia, fuoriuscita dalle carceri, perdita di lavoro, tossicodipendenza, accumulo di debiti, ragazze madri.

Difficile se non impossibile tracciare un percorso o numerare questi sconosciuti. Il tipo di comportamento per i senzatetto “tradizionali” per intenderci è differente. Non tutti sono uguali nel loro complicato manifestarsi. Il livello di compromissione e autonomia, di interfaccia, lucidità, contatto esterno, di cui sono portatori, non è facilmente decifrabile. Non esiste un livello standard di queste persone, così da poterle in qualche modo catalogare.  Si può immaginare che possono avere avuto una forte motivazione per trovarsi in quelle condizioni. Abbandonati a sé stessi, senza un parente, un amico interessato a cercarli, a sapere che fine abbiano potuto fare. 

Perdita del lavoro, se mai c’è stato, disturbi mentali, dipendenze patologiche, pregresse o successive, esiti di traumi, percosse, violenze, abbandoni. Le famiglie? I servizi sociali? Le associazioni di volontariato e di carità, sono in grado da soli di affrontare questa indecifrabile condizione? E gli altri? Quanti di questi individui sono rientrati alla vita reale e si sono reinseriti nella società tra i calori umani? Di che livello di patologia sono portatori? Risulta difficile risalire alle loro generalità e la provenienza, figurarsi come ripercorrere l’origine, l’appartenenza locale, i familiari, le cause della loro seconda vita.      

Quando si riesce a scambiare qualche parola, si cerca di decodificare l’origine della loro odissea, le loro ferite. Violenza, rifiuto, vergogna, difficoltà a tornare indietro, alterata percezione della realtà, senso di fallimento. Psicosi, depressione, ansia, fanno loro compagnia, insieme al loro aspetto: gli indumenti che portano, la mancanza di “decoro”, decenza e del pur minimo livello di igiene. I centri di accoglienza, tentano di accoglierli, ma con scarsi risultati legati alla resistenza preconcetta alla diffidenza, alla paura di perdere la libertà.

Accettano quanto basta per tirare un’altra giornata, cibo, vestiti, coperte, vino o birra, per non parlare di denaro. Sono timorosi di essere aggrediti, derubati, percossi. Il clima è un’altra variabile importante soprattutto il freddo e la pioggia. Adesso con l’estate in arrivo si passerà dal freddo al caldo e saranno sempre in cerca di un riparo. Insieme al sonno frammentato in un giaciglio di fortuna, sono portati a divenire ancora più diffidenti ed in qualche caso aggressivi, pur di difendere la loro incolumità. L’isolamento, all’interno di grandi città, avviene automaticamente. Ma non si può fare qualcosa di più per aiutarli, pur non sapendo nulla o quasi della loro precedente vita?      

L’ideale sarebbe portarli in un centro di accoglienza e gradualmente recuperare quel minimo di dignità umana perduta. I fortunati che accolgono queste opportunità, sarebbero già una promettente base di partenza perché spezzando l’isolamento e lo stato confusionale possono riprendere con fatica, il contatto con il mondo reale. Tra gli psicologi e gli altri sanitari solo con l’impegno e la collaborazione delle forze dell’ordine, attraverso il loro identikit, si potrebbe arrivare usando in qualche modo l’intelligenza artificiale a recuperare la loro vera identità così da collegarsi con le autorità locali della sede di origine in modo da facilitare il coinvolgimento e il responsabile apporto dei familiari e dei parenti tutti. 

Da quella posizione si può iniziare a prendersi cura dello stato di salute e migliorare la loro autostima. Fiducia, primi risultati, rivalutazione delle capacità e reinserimento protetto sarebbero davvero un grande successo. Un doloroso capitolo da affrontare per queste persone “invisibili” e sconosciuti personaggi che si vedono sempre e dappertutto. Con l’andare degli anni, il deterioramento è inevitabile e la mortalità in mancanza di cure e protezione sanitaria, tra aggressioni, violenze, sovraesposizione climatica, infezioni, sono gli acceleratori finali.  

La ricerca di un punto di riferimento per i bisogni più essenziali, l’igiene, i bisogni corporali, un pasto caldo o freddo, l’essenziale per vestirsi, da adeguare in base alla stagione. Loro non sono sempre in grado di orientarsi sia a livello termico che a livello temporo spaziale. Questo spiega il continuo vagare da un posto a un altro, da una città a un quartiere sconosciuto. Al contrario possono ricorrere a un posto fisso inamovibile dal quale poi finiranno per essere rimossi forzatamente in quanto scomodi occupanti spazio e sgraditi ospiti. Il pensiero del giorno dopo, l’ansia del risveglio, affrontare un nuovo giorno, immaginare la tappa successiva. Un vero enigma, operare senza punti di riferimento. Come faranno a coprire i loro bisogni di sopravvivenza con queste gravi limitazioni? Più tempo passa, più difficile sarà un contatto in grado di riaprire le speranze di un recupero.  Uno sguardo non ci costa nulla, i soldi, purtroppo non risolvono il problema, anzi in alcuni casi lo peggiorano perché attivano le attenzioni di altri parigrado o li inducono a reiterare le loro debolezze, alcol e droghe, il primo pensiero.

Accendere le luci nella visione dei più deboli, di quelli che sfuggono ai radar delle più frequenti e consolidate fragilità, deve certamente considerarli alla stessa stregua degli altri meno fortunati. Per loro, sconosciuti, ingestibili, invisibili, non vi potrà essere nessuna riconoscenza né successo o ritorno di immagine per i potenziali benefattori. Aldilà di religiose considerazioni, di conflitti di competenza territoriale, di parate verso i più deboli e i più bisognosi, se ci fosse un’attenzione concreta anche per loro, ci sentiremmo tutti meno lontani e più consapevoli delle potenzialità che ancora oggi, in un mondo impegnato a farsi del male, potremmo offrire.