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Salute mentale: un settore dimenticato, scomodo e poco conosciuto

Salute mentale tra solitudine, famiglie e percorsi di cura, fino alle sfide del TSO

Salute mentale: un settore dimenticato, scomodo e poco conosciuto

Riforma attesa da anni per tutelare i pazienti, sostenere le famiglie e migliorare l’uso del TSO nella sanità territoriale

Una riforma attesa da anni. Una vera tutela agli inconsapevoli pazienti. Un reale inserimento sociale. I ruoli e le figure dedicate. Le famiglie e le incomprensioni. Soli e disperati nei momenti più critici. L’utilità delle strutture sanitarie e la medicina territoriale. Come e quando ricorrere al Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO)

Le persone affette da disturbi mentali, in Italia, come in altri paesi, sono un esercito silenzioso pronto alla battaglia, senza armi e senza riferimenti. Quando esplode un’emergenza, si comincia con le stesse criticità, alla ricerca di punti di riferimento. A differenza di altre patologie, queste persone, non sempre sono collaboranti, non gradiscono figure e luoghi sanitari, né si presentano con facilità al medico di famiglia o allo specialista. Ancora più difficile è la puntuale pratica terapeutica, sia farmacologica che psicologicapsichiatrica. Un problema tra i problemi, con tanta responsabilità, rischi per loro, i familiari ed il personale a loro dedicato.

Una branca della medicina ai margini e ancora non inserita nei più avanzati progressi tecnologici e strategici, appena arrivati per facilitare il percorso diagnostico e terapeutico. Ma quanti sono questi invisibili? In Italia una persona su quattro, nel corso della vita. Un milione seguiti ogni anno dai servizi pubblici. Non sono numeri precisi, ma solo indicativi perché molti sfuggono alla rete territorialeospedaliera, altri ricorrono al privato, altri mantengono l’anonimato restando al domicilio protetto, al riparo da occhi indiscreti o invasioni di campo. La maggior parte soffre di ansia e depressione, da moderata a marcata. Una parte minore, di psicosi, disturbo bipolare ed altre condizioni meno frequenti e conosciute, ma più complesse da comprendere e da curare.

Per affrontare ed aiutare adeguatamente la difficile varietà di patologie, occorre una diagnosi precoce, una terapia farmacologica adeguata, monitorata e modulata. Altra esigenza la psicoterapia da fare comprendere ed accettare nei territori ove è possibile trovarla disponibile, soprattutto a livello pubblico. Più difficili da affrontare gli aspetti relazionali, il lavoro, l’autonomia. Per non considerare il rischio di autolesionismo o di aggressività verso gli altri. Le idee presuicidarie, sono da sorvegliare per evitare il peggio, e poche risorse umane e strutturali a disposizione, non sono molte volte in grado di coprire questa necessità.

Le aggressioni imprevedibili ed il timore di reiterarle. La forza fisica per il contenimento. Il ricorso al trattamento sanitario obbligatorio (TSO), ultima barriera prima del vuoto assoluto. Quando si fa ricorso, e come, a questa procedura? Sono necessari tre fondamentali riscontri: un disturbo mentale grave, il rifiuto alle cure, l’impossibilità di essere gestito sul piano terapeutico extra ospedaliero. Se manca uno solo di questi requisiti non si può procedere. Ancora più complessa la fase procedurale burocratica. La decisione deve essere condivisa dal medico proponente, col medico del Servizio Sanitario Nazionale che lo conferma, il Sindaco del luogo di residenza che lo autorizza (nella veste di autorità sanitaria), il giudice tutelare che ne controlla la legittimità.

Considerata la delicatezza decisionale, i rischi, le ricadute, i potenziali abusi, sembra tutto o quasi pienamente giustificato. Ma non finisce qui. Da quel momento si cerca una collocazione presso gli Ospedali Generali dotati di Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, definito SPDC. Considerata la particolare fase di agitazione, rischio suicidiario, terapie infusionali forzate, ed il successivo passaggio di mantenimento e di predimissione, non si trovano facilmente disponibilità di posti letto. Il che comporta trasferimenti alle sedi disponibili anche distanti dal proprio territorio, con altri disagi per i familiari. Comincia così un lavoro forzato ad una persona che rifiuta ogni approccio terapeutico, pur avendone un disperato bisogno.

Lo psichiatra lo valuta sul piano genetico, clinico, etico, umano e terapeutico. Educatori, infermieri specializzati, psicologi, psichiatri, riabilitatori, non bastano mai per organici così complicati. I turni di sorveglianza per 24 ore al giorno, sono una grande difficoltà organizzativa. Solide reti sociali e Centri di Salute Mentale, oltre a presidiare il territorio fanno da collante tra domicilio e Ospedale d’urgenza. L’aspetto ancora più delicato è la necessità di dedicare molto tempo per essere curati, confortati e psicologicamente rigenerati.

Chi soffre di gravi disturbi mentali ha una aspettativa di vita mediamente ridotta di 10-20 anni, rispetto alla popolazione normale. Diversi i fattori negativi, abuso di farmaci, alcol, droghe, alimentazione scorretta e disordinata, scarsa o nulla prevenzione, difficoltà a farsi controllare e curare dagli altri specialisti. In questa branca della medicina ricadono anche patologie come le demenze, ivi inclusa quella di Alzheimer, le tossicodipendenze, numerose malattie ereditarie con importanti ricadute mentali. Le immancabili cronicità evolutive, a loro connesse sono difficili da gestire nel tempo e da prevedere prognosticamente.

L’approccio umano, l’integrazione sociale, il supporto territoriale ed eventualmente ospedaliero, devono essere sicuramente migliorati, affinati e potenziati. L’esigenza rimane quella di aumentare la disponibilità di posti letto emergenziali per evitare trasferimenti in altre città o regioni, ridurre i tempi di attesa per le valutazioni e trattamenti, psicoterapia inclusa, nel settore pubblico per non incidere sulle classi sociali più deboli.

E ancora ridurre il divario geo-sanitario, evitando se possibile il ricorso a centri specializzati distanti, difficili da mantenere nel tempo. Incoraggiante il potenziamento della psicologia di base, dell’attenzione verso la scuola nella fase evolutiva, della maggiore presenza e disponibilità dei servizi sociali e territoriali, con l’oramai collaudato uso della telemedicina domiciliare.

Il nuovo Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025 – 2030 (PANSM) è una strategia che punta a rafforzare i servizi territoriali, migliorare la gestione, integrare scuole, famiglie, servizi sociali e sanitari. L’approccio biopsicosociale li considera essenziali. I correttivi attuali indicano un tentativo concreto di rafforzare il sistema, ma la vera sfida sarà trasformare le riforme in pratica quotidiana. La capacità di passare da un modello avanzato, sulla carta ad un sistema realmente accessibile, equo e orientato alla prevenzione sarebbe davvero un grande risultato.