L’industria globale dell’intelligenza artificiale ha segnato un record assoluto nei primi mesi del 2026. Secondo gli ultimi dati di mercato, infatti, gli investimenti nel settore hanno raggiunto la cifra record di 226 miliardi di dollari in un trimestre, superando ufficialmente il totale raccolto durante l’intero anno 2025. Questa accelerazione finanziaria può essere sorprendente se si considera quanto sia relativamente giovane questo comparto. In pochi anni, l’IA è passata da ambito di ricerca accademica a pilastro dell’economia mondiale, portando inevitabili innovazioni nella maggior parte dei settori della vita privata come di quella pubblica. Le sfide che questi cambiamenti comporteranno sono state al centro della rassegna “Incontri con la scienza – La coscienza nell’era dell’Intelligenza Artificiale” organizzata da Progetto Itaca il 22 aprile al Teatro Dal Verme di Milano. Alla conferenza è intervenuto anche Marcello Foa, giornalista, docente di Media Economics and Policy all’Università della Svizzera Italiana e presidente della Rai dal 2018 al 2021. Ecco cosa ci ha raccontato a margine dell’evento. L’INTERVISTA
Professore, partiamo da una data simbolica: nel 2026 sono venticinque anni dagli attentati alle Torri Gemelle, l’evento che secondo gli storici ha dato il via all’era dell’ipersicurezza, cambiando radicalmente la traiettoria della tecnologia e innescando lo strapotere delle Big Tech. Un quarto di secolo dopo a che punto siamo dell’epoca digitale?
A un punto piuttosto preoccupante perché vediamo come queste tecniche digitali possano essere usate per controllare le persone, per scandagliare la vita delle persone. Basta una cosa molto semplice: qualcuno va a vedere l’estratto conto della mia carta di credito e vede subito che ha speso in questo settore o in quell’altro. Queste, come sappiamo, sono cose banalissime con la digitalizzazione di oggi: quando – e io mi auguro che non accadrà mai in misura totalitaria – tutte le transazioni economiche e finanziarie saranno digitalizzate, ecco che a quel punto la privacy non ci sarà più se qualcun altro avrà accesso a quei dati.
Le persone sono consapevoli di questi potenziali rischi?
Il grande pubblico non mi sembra del tutto consapevole, anche perché si tratta di un tema complesso. Tuttavia bisogna affrontarlo proprio perché una delle prerogative del nostro sistema – come si suol dire – liberale, democratico, è senza dubbio quella di non sentirci spiati in maniera sistematica. Ovviamente è chiaro che un criminale dovrebbe essere attenzionato, ma anche i cittadini dovrebbero sentirsi al sicuro di poter vivere serenamente, coltivando la loro privacy. Questo è un pericolo di cui è bene parlare in continuazione non per angosciare le persone, ma per renderle consapevoli e dunque pretendere che ci siano delle contromisure a nostra tutela.
Negli ultimi tempi le industrie tecnologiche sembrano aver fatto un passo in avanti, distinguendo approcci diversi all’interno dello stesso settore e redigendo dei veri e propri manifesti. Abbiamo visto Anthropic parlare di “IA figlia di Dio”, Palantir presentarsi come baluardo della civiltà occidentale, OpenAI proporre una visione più di mercato in senso stretto. Come si pone, secondo lei, la politica nei confronti di queste nuove realtà imprenditoriali?
La politica è molto in ritardo perché un po’ non capisce, un po’ non ha più neanche gli strumenti per contrastare questa deriva. Io credo che sia molto pericoloso vedere una concentrazione non solo di ricchezza privata, ma anche di controllo potenziale delle masse in pochissime persone, in pochissime mani. Oggi, infatti, i vari Google, Elon Musk, Jeff Bezos, tra gli altri, hanno una potenza inimmaginabile perché possono setacciare o comunque condizionare un numero praticamente quasi infinito di persone. E questo è il punto rispetto al passato: allora abbiamo avuto dei grandi imperatori che avevano un’influenza su un numero limitato di paesi, oggi con la digitalizzazione chi controlla, ad esempio, l’intelligenza artificiale può, impostando l’algoritmo in una certa maniera, dare una certa visione del mondo e “ucciderne” contemporaneamente un’altra. E senza che il pubblico si renda conto di essere manipolato, anzi avendo l’impressione che la vincente fra le due sia oggettiva. Questo è il grande aspetto della questione. La politica è in ritardo, gli stati nazionali dovrebbero avere più voce in capitolo.
E per quanto riguarda i media?
I media, invece, mi sembrano più concentrati ad attuare un certo sminuire dell’essere umano per esaltare delle macchine che non sono altro che repliche di quanto noi umani abbiamo già fatto in natura (pensiamo a tutti gli articoli sui robot che corrono le maratone o battono i record umani). Da un lato, perciò, i mezzi di informazione tendono ad alimentare questo mito e d’altro lato non si rendono conto che invece tutta questa eccessiva digitalizzazione finirà per distruggere anche gli stessi media. Ribadisco: non c’è abbastanza consapevolezza per quello che è comunque un tema complesso e le grandi masse si interessano al calcio, alla musica ed è difficile renderle attente. Però anche le cosiddette élite dovrebbero mettere da parte interessi ed opportunismi per capire che il futuro della nostra civiltà dipende anche dal modo in cui ci approcceremo all’Intelligenza Artificiale.
Parlando di queste “cosiddette élite”, di questi “imperatori”, notiamo una cosa: nessuno di loro ha base in Europa, ma provengono tutti dal Nuovo Continente o, comunque, se sono europei come Peter Thiel sono emigrati in America. Perché l’Europa, e di conseguenza anche l’Italia, è così indietro nella corsa al digitale?
Di sicuro l’Europa, in primo luogo, non è stata capace di trattenere i talenti. Federico Faggin è un esempio: ha sviluppato il touchpad, il touchscreen e soprattutto il microprocessore ed è un italiano di Vicenza che a ventinove anni si è spostato negli USA. Lo stesso Dario Amodei, il creatore di Claude, è di origine italiana. Di sicuro l’economia europea ha basato negli anni il suo sviluppo dell’industria tradizionale, ma non ha sviluppato l’industria digitale. E non l’ha sviluppata perché anche negli Stati che avevano questa possibilità (Germania, Francia, la stessa Gran Bretagna non è fuori dai giochi) non c’è stato un vero investimento concettuale e non si è creduto in un’operazione di sistema. Perché un punto molto importante di cui pochi sono consapevoli è che negli Stati Uniti questo boom di grosse aziende tecnologiche non è che salta fuori semplicemente perché hanno trovato noi come talenti, ma anche grazie a dei forti investimenti militari. Ancora oggi, infatti, è elevata la mole di investimenti in venture capital da parte della CIA, dal Dipartimento di Stato, del Pentagono. Permane, quindi, un ecosistema che alimenta questo sviluppo digitale tecnologico, che viene poi capitalizzato anche da privati, ma alla base ci sono quasi sempre grossi investimenti pubblici.
Perché i governi europei non sono finora riusciti a creare un ecosistema simile? Quali sono stati i loro limiti?
In Europa questi grossi investimenti pubblici sono non sono venuti anche perché, secondo me, questa gabbia del Patto di Stabilità, in cui ci hanno messo soprattutto i tedeschi, e questa fissazione che loro hanno per la stabilità dell’Euro, alla fine hanno inibito la possibilità dei singoli governi di fare investimenti strutturali su grandi piani di sviluppo. Io sono convinto che l’Italia avrebbe una grande carta da giocare perché è un posto dove c’è una genialità superiore al resto del mondo, però se non puoi muovere un centesimo perché poi arriva l’Unione Europea e ti bacchetta, tu questo non puoi farlo. E l’Unione Europea non ha saputo, da parte sua, ideare un piano d’investimento a livello continentale perché è un grande moloch burocratico che finisce per soffocare l’iniziativa. Non è, quindi, che mancano i talenti. I talenti ci sono, ma non vengono valorizzati in maniera adeguata.
L’effetto è che, senza l’interesse pubblico, le imprese italiane, oltre a non riuscire a valorizzare i loro talenti, non riescono nemmeno a dare idee alla politica, a influire sullo sviluppo delle nazioni. Qual è una visione che gli imprenditori possono adottare per approcciarsi in modo proficuo al mondo dell’IA?
Ovviamente dipende dai vari settori, ma il vantaggio che abbiamo in Italia è che l’imprenditore italiano è abituato ad adattarsi costantemente ad un clima che cambia. Nel momento di difficoltà è abituato ad arrangiarsi sempre, ad essere flessibile, mentre il tedesco e il francese sono molto più rigidi, gestiscono meglio l’ordinario, ma non sanno gestire bene lo straordinario. Per cui io ho fiducia che l’imprenditore italiano saprà come rapportarsi con l’intelligenza artificiale, proprio per sfruttarla a suo vantaggio. Quello che mi preoccupa sono quei report angoscianti che sembrano dire che in pochi anni spariranno gli entry level dei nuovi consulenti, dei nuovi ingegneri, dei nuovi informatici e via dicendo. Mi auguro davvero che si sbaglino perché come si potrebbero portare i giovani nel mondo del lavoro senza un entry level? Non si può salire una scala partendo dal terzo gradino, ma bisogna, logicamente, partire dal primo. E invece se l’intelligenza artificiale farà sparire quelle che sono le posizioni di formazione, di “svezzamento professionale”, avremo da qui a meno di un decennio un grave vulnus. E quando poi la classe dirigente di una certa età andrà in pensione mancheranno i quadri, i semiquadri e via dicendo.
E’ così tragica la situazione?
No, non voglio essere catastrofista e, del resto, la storia insegna che non tutto va come ci viene annunciato. Ricordo alcuni annunci clamorosi in passato che non si sono realizzati. Pensiamo a Second Life, ma anche allo stesso Metaverso di Zuckerberg o ai Google Glass. Di certo stiamo vivendo un’epoca di rapidissimo cambiamento in tutti i campi. Guardiamo, per esempio, il mio, ovvero la comunicazione e il giornalismo: da Gutenberg alla fine del Quattrocento alla nascita dei giornali e poi a quella della radio e della televisione all’inizio del Novecento. Televisione, radio e stampa convivono e poi arriva Internet e oggi Internet è considerata già vecchia perché siamo nell’era delle app, anzi oramai nell’era dell’intelligenza artificiale. Dunque i cicli di diffusione tecnologica tendono ad assottigliarsi: prima erano di secoli, poi di decenni, ora sono addirittura di anni. E questa, secondo me, è una velocità un po’ folle, cioè che supera le nostre necessità di esseri umani e anche sfida le capacità di adattamento perché le persone che hanno tra i cinquanta e i sessant’anni hanno già difficoltà con lo SPID.
Perciò dove ci porterà questa digitalizzazione estrema? E’ veramente nel nostro interesse?
Stiamo un po’ sfidando le leggi del buon senso di un normale percorso di adattamento e sembriamo agire un po’ come l’apprendista stregone che non sa gestire la materia su cui lavora. Purtroppo il sistema della globalizzazione ha fatto sì che questa divenga una competizione estrema dove il vincitore prende tutto.
In chiusura: Milano, già capitale economica e capitale morale d’Italia, può anche diventare il luogo da cui riparte l’innovazione tecnologica italiana?
In teoria sì, anche perché c’è il progetto Mind nell’ex-area dell’Expo. Lì sta nascendo un polo dove coesisteranno ospedali all’avanguardia oltre naturalmente alle nuove sedi della Statale. Milano è da sempre un polo di attrazione, di rivitalizzazione, ma vediamo che è cambiata negli ultimi anni. Certo, è sempre imprescindibile, però io noto che il vero talento innovativo, il vero genio innovativo è in provincia. Spesso il milanese è quello che catalizza e fa crescere, ma il vero talento si sviluppa fuori e poi magari viene a Milano. Per cui il mio auspicio è che Milano possa non perdere questa bella funzione. E’ stata sempre una grande città, ma non una megalopoli e aveva una sua forte identità.
Oggi non è più così?
Oggi quei valori un po’ sono andati persi, ma resistono ancora. Se, però, Milano diventasse col tempo un polo di attrazione eccessivo per nuovi ricchi che vengono qui per pagare poche tasse – perché alla fine il boom delle dell’edilizia è trainato da questo fenomeno, come era successo a Londra – non so quanto sarebbe sano in termini di sviluppo imprenditoriale. L’imprenditoria milanese, infatti, storicamente è quella dove ti rimbocchi le maniche, costruisci e poi magari diventi ricco. Qui invece noi attraiamo ricchi che vogliono pagare meno tasse. E questo è un pericolo. Ciò detto, il mio auspicio è che con le iniziative che sono in corso, con il know how che ci portiamo dietro e con un’altra eccellenza europea che è il Politecnico ci sia la possibilità di trattenere qui talenti (digitali e non) affinché il Nord Italia e Milano siano ancora di più il principale polo finanziario e il traino economico di tutto il paese. Se questo accadrà, sarà senz’altro di beneficio per tutta l’Italia.

