La Procura generale di Milano ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza che lo scorso novembre ha ridotto la condanna per Alessia Pifferi, passata dall’ergastolo a 24 anni di carcere per l’omicidio della figlia Diana, morta nel luglio 2022 dopo essere stata lasciata sola in casa per quasi sei giorni. Nel ricorso depositato alla Suprema Corte, l’avvocato generale Lucilla Tontodonati chiede l’annullamento della decisione con rinvio a un nuovo processo, contestando in particolare la concessione delle attenuanti generiche da parte della Corte d’Assise d’Appello di Milano. La pena era stata inizialmente stabilita all’ergastolo dalla Corte d’Assise, al termine delle indagini della Polizia e del pm Francesco De Tommasi.
“Diana abbandonata per sei giorni”
Nel ricorso la pg descrive la condotta della donna come un fatto di “straordinaria gravità ed eccezionalità”. Secondo la Procura generale, Alessia Pifferi avrebbe lasciato la figlia, che aveva meno di un anno e mezzo, “da sola in casa, prigioniera di un lettino da cui non poteva uscire”, per quasi sei giorni, senza cibo né acqua sufficienti e con temperature molto elevate. Una condotta che, scrive Tontodonati, riguarda “l’essere umano più fragile e totalmente dipendente da lei” e che provoca “orrore”. La bambina morì di stenti.
Il nodo delle attenuanti e dell’aggravante familiare
Al centro del ricorso c’è la decisione dei giudici d’appello di riconoscere le attenuanti generiche equivalenti all’aggravante del vincolo parentale, unica rimasta dopo l’esclusione di quella dei futili motivi. Secondo la Procura generale, la motivazione della Corte d’Assise d’Appello sarebbe illogica, contraddittoria e carente. Per la pg, il movente della donna – descritto come egoistico, legato al desiderio di trascorrere alcuni giorni con il compagno – non può essere valutato positivamente ai fini della concessione delle attenuanti. La magistrata sottolinea inoltre che, durante il processo, la donna ha continuato a mentire e a non mostrare resipiscenza.
Un altro punto fortemente contestato riguarda il riferimento, nelle motivazioni della sentenza d’appello, al clamore mediatico suscitato dal caso. Secondo la Procura generale, la risonanza sui media non può costituire un elemento per concedere attenuanti. Si tratta, scrive la pg, di “fenomeni inerenti alla contemporaneità” che non riguardano la capacità a delinquere dell’imputato ma il contesto sociale in cui si svolge il processo. Se si accettasse questo principio, si introdurrebbe nel giudizio un “dato metagiuridico”, creando un precedente per qualsiasi imputato che invochi la pressione mediatica come fattore attenuante.
“Venne meno l’accudimento più elementare”
Nel ricorso si sottolinea anche come la donna sia venuta meno al più basilare istinto di protezione della prole. Secondo la Procura generale, è mancato quell’“accudimento minimo, basilare, di nutrimento della prole” che rientra “nel più elementare istinto di sopravvivenza e di protezione della specie, elemento distintivo dei mammiferi”. La pg evidenzia inoltre che tutti i periti nei due gradi di giudizio hanno stabilito la piena capacità di intendere e di volere della donna.
Ma anche la difesa ricorre contro la sentenza d’appello
Contro la sentenza d’appello ha presentato ricorso in Cassazione anche la difesa di Alessia Pifferi, ma con richieste opposte rispetto alla Procura generale. L’avvocato Cristian Scaramozzino sostiene che il caso non dovrebbe essere qualificato come omicidio volontario, ma al massimo come omicidio colposo con colpa cosciente o come abbandono di minore. Il legale chiede inoltre di tenere conto del disagio psichico e del contesto personale dell’imputata, sottolineando la presenza di un disturbo psichico strutturato e di un funzionamento cognitivo compromesso. Secondo la difesa non sarebbe dimostrata l’accettazione consapevole della morte della bambina, elemento necessario per configurare l’omicidio volontario con dolo eventuale.

