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Andrée Ruth Shammah, la signora del Parenti al crocevia della vita culturale e politica di Milano

Dalle polemiche per l’evento di Fratelli d’Italia al Teatro Parenti alla lunga storia con via Pier Lombardo, passando per Israele, i Bagni Misteriosi, la Triennale e le voci su Palazzo Marino: ritratto di una protagonista della vita cittadina

Andrée Ruth Shammah, la signora del Parenti al crocevia della vita culturale e politica di Milano
Andrée Ruth Shammah

L’ultimo capitolo della lunga storia pubblica di Andrée Ruth Shammah si è aperto con la polemica per l’iniziativa di Fratelli d’Italia ospitata al Teatro Franco Parenti, con la presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni per la campagna sul referendum sulla giustizia. La scelta ha provocato una raffica di contestazioni social, ma la direttrice del teatro ha rivendicato con nettezza la decisione, sostenendo che il Parenti sia un luogo “aperto al confronto” e che non avrebbe avuto senso rifiutare il teatro “a chi vuole dibattere di giustizia”. In un’intervista pubblicata oggi sul Corriere, Shammah ha ribadito di aver accolto “con molta serenità” la richiesta e ha aggiunto che c’è “un grande bisogno di dibattito”, arrivando anche a dire che voterà Sì al referendum, in nome di una coerenza che a suo dire appartiene storicamente anche alla cultura della sinistra.

Ma parlando di Shammah non ci si può fermare alla polemica del giorno. Perché Shammah, a Milano, non è solo una direttrice teatrale. È da anni una figura che divide, attrae, influenza. Una donna di cultura che non resta mai confinata nel recinto della cultura. E forse è proprio questo il punto: ogni volta che parla o apre le porte del suo teatro, la discussione finisce rapidamente per allargarsi alla città, ai suoi equilibri politici, alla sua identità borghese, ai suoi conflitti simbolici. Insomma, Shammah non dirige semplicemente un teatro: da tempo è diventata essa stessa un pezzo della scena pubblica milanese.

Le origini al Piccolo e la nascita del Salone Pier Lombardo

La sua storia artistica nasce al Piccolo Teatro, accanto a Giorgio Strehler e Paolo Grassi, ma prende forma compiuta nel 1972 con l’apertura del Salone Pier Lombardo, il nucleo originario di quello che oggi è il Teatro Franco Parenti. Shammah lo fonda insieme a Franco Parenti, Giovanni Testori, Dante Isella e Gian Maurizio Fercioni: non un semplice spazio di programmazione, ma un laboratorio culturale che rompe subito gli schemi del teatro più convenzionale. Il suo esordio forte coincide con la Trilogia di Testori, che segna anche il suo stile: uso non tradizionale dello spazio, rapporto fisico con la scena, una regia che non si limita a illustrare il testo ma lo reinventa.

Dal 1989 Shammah è responsabile unica della Cooperativa Teatro Franco Parenti. Da allora il Parenti diventa, sempre più chiaramente, un luogo riconoscibile della Milano culturale: teatro, ma anche salotto, presidio, crocevia, piattaforma di incontri, dibattiti, festival, libri, politica, conversazioni pubbliche. Sul suo palco o attorno al suo mondo transitano nomi come Peter Brook, Robert Wilson, Patrice Chéreau, Eduardo De Filippo. Nel frattempo lei costruisce una carriera da regista molto ricca, con oltre cento regie, e consolida il proprio profilo di direttrice-animatrice-imprenditrice culturale, una figura che in Italia non è così comune: meno sacerdotessa del repertorio, più costruttrice di ecosistemi.

Il Parenti come pezzo di città, non solo come teatro e l’intuizione dei Bagni misteriosi

La cifra di Shammah, in fondo, è sempre stata questa: trasformare un luogo teatrale in un pezzo di città. Non è un caso che uno dei progetti che più la rappresentano sia quello dei Bagni Misteriosi, cioè il recupero dell’ex piscina Caimi, saldata idealmente e fisicamente al sistema del Franco Parenti. Il sito del teatro descrive quell’intervento come un progetto unico in Italia, pensato per integrare cultura, benessere, attività performative e spazio pubblico recuperato. Parliamo di oltre 15 mila metri quadrati restituiti alla cittadinanza, dove il teatro si allarga fino a diventare ambiente urbano, piazza, acqua, estate milanese, evento diffuso.

È anche grazie a questa idea espansiva del teatro che Shammah è diventata qualcosa di più di una regista. Il Parenti, sotto la sua direzione, è stato insieme marchio culturale, luogo di rappresentanza della città, spazio del dibattito liberal milanese, contenitore di mondi diversi e a volte incompatibili. Durante il lockdown, per esempio, l’esperienza di #CasaParenti e poi i progetti ibridi tra teatro, radio e contenuti digitali hanno confermato questa capacità di adattamento e di occupazione dello spazio pubblico anche quando lo spazio pubblico era fisicamente chiuso. È una cultura che non si ritira, ma prova sempre a restare al centro del tavolo.

Shammah, protagonista milanese ma al di fuori della retorica ufficiale

Negli ultimi anni Shammah è diventata anche una delle voci che intervengono più spesso, e con più libertà, sullo stato della città. In una lunga intervista rilasciata a fine 2024, si definiva uno dei simboli della “Milano che non dorme”, salvo poi dire che forse alla città farebbe bene rallentare, recuperare calma, smettere di vivere in un’accelerazione permanente. Nello stesso colloquio offriva un ritratto molto milanese e molto ambivalente della metropoli: da una parte eccezionale, unica, ancora capace di esprimere il meglio del Paese; dall’altra attraversata da paure, disuguaglianze, espulsione dei giovani e crescita di una massa di super ricchi. Una città, insomma, che lei continua a difendere ma senza più indulgere troppo nella favola autocelebrativa. E già qui si vede una costante: Shammah è dentro Milano, ma sempre anche un po’ di traverso rispetto alla sua retorica ufficiale.

Questo spiega perché il suo nome ritorni spesso quando si parla non solo di teatro, ma di indirizzo culturale della città. Non è solo una grande operatrice culturale; è una figura che interpreta Milano, la commenta, la provoca, la incarna in una delle sue versioni più sofisticate e contraddittorie: borghese ma irrequieta, istituzionale ma allergica all’obbedienza, integrata ma mai del tutto allineata. Uno di quei personaggi che in città diventano quasi un genere in sé.

Andrée Ruth Shammah e il conflitto israelo-palestinese: le contestazioni al Parenti

Un altro terreno su cui Shammah è diventata particolarmente esposta è quello del conflitto israelo-palestinese. Dopo il 7 ottobre 2023, le sue prese di posizione e le iniziative ospitate al Parenti l’hanno resa bersaglio di critiche, boicottaggi e contestazioni. In più occasioni ha denunciato le violenze compiute contro le donne israeliane, ha insistito sulla necessità di non derubricare l’antisemitismo a effetto collaterale del conflitto e ha difeso la necessità di tenere aperto uno spazio di confronto che non si riducesse alla tifoseria pro o contro un solo fronte. In un’intervista al Foglio del giugno 2025, per esempio, sosteneva che chi chiede davvero la pace dovrebbe scendere in piazza “con due bandiere, quella palestinese e quella israeliana”, e denunciava il fatto che in una parte della sinistra italiana esistesse un problema reale nel contrasto all’antisemitismo.

Dietro queste prese di posizione non c’è solo una scelta politica contingente, ma anche una biografia precisa. Shammah proviene da una famiglia ebraica sefardita originaria di Aleppo, fuggita in seguito ai pogrom anti-ebraici successivi alla nascita di Israele. È un elemento importante perché spiega perché il tema, per lei, non sia mai soltanto geopolitico o ideologico. C’è un dato di storia familiare, di memoria, di appartenenza, che entra inevitabilmente nel suo sguardo. Allo stesso tempo lei stessa ha rifiutato più volte di essere ridotta a etichetta identitaria, rivendicando di essere “milanese, italiana” prima che definita da altri come “ebrea” o “sionista”. È proprio in questa tensione tra identità e rifiuto della riduzione identitaria che si colloca una buona parte della sua esposizione pubblica.

Il Parenti, in questo quadro, è finito spesso per essere trattato come un simbolo. Non solo un teatro che ospita incontri, ma un luogo da colpire o contestare. Nel 2025 le polemiche con una parte del mondo teatrale milanese, tra cui lo scontro con Renata Ciaravino, hanno mostrato proprio questo cortocircuito: la critica alle posizioni di Shammah sul conflitto mediorientale si è trasformata, in alcuni casi, in un appello al boicottaggio del teatro stesso. È un passaggio che lei ha sempre rigettato, insistendo sul fatto che il teatro debba restare luogo del dubbio, del confronto, del dissenso civile. Non tutti le credono, naturalmente. Per una parte dei suoi critici, il richiamo al dialogo finisce per mascherare una posizione sostanzialmente schierata. Per i suoi difensori, invece, il Parenti rappresenta uno degli ultimi spazi cittadini in cui si prova ancora a tenere insieme libertà culturale e conflitto delle idee senza passare subito all’epurazione morale.

La verità, probabilmente, è che proprio su questo terreno Shammah ha smesso da tempo di essere una semplice operatrice culturale ed è diventata una figura politico-culturale. Non nel senso di appartenenza di partito, ma nel senso pieno: ciò che dice o fa produce effetti nel dibattito pubblico, mobilita reazioni, divide ambienti, costringe a prendere posizione. Un tratto che oggi la rende preziosa per alcuni e poco digerita da altri.

Il nome di Shammah per la Triennale di Milano

Non stupisce allora che il suo nome sia entrato anche nella partita per la presidenza della Triennale. Secondo quanto riportato in questi giorni, il ministro della Cultura Alessandro Giuli continua a considerarla il nome giusto per la guida dell’istituzione di viale Alemagna, mentre il sindaco Giuseppe Sala preferirebbe un profilo diverso, più legato al mondo dell’architettura e del design, come quello di Carlo Ratti. Il risultato, al momento, è uno stallo: il ministero insiste su Shammah, Palazzo Marino frena, e la nomina resta congelata in un equilibrio delicato che intreccia non solo la Triennale ma anche altri dossier aperti tra Milano e Roma.

Anche qui il punto è politico prima ancora che amministrativo. La candidatura di Shammah alla Triennale è una mossa che tocca il rapporto tra governo e Comune, tra centrodestra nazionale e centrosinistra milanese, tra due idee diverse di che cosa debba essere oggi una grande istituzione culturale. Da una parte il ministro vede in lei una figura di forte visibilità, radicata nella città e riconoscibile Dall’altra Sala sembra ritenere più coerente un profilo tecnico e disciplinare. E in mezzo c’è lei, che secondo le ricostruzioni avrebbe anche manifestato la preferenza a restare nel suo mondo, quello del teatro e del futuro del Parenti.

Le suggestioni politiche: da La Russa al ticket con Lupi

La politica, però, continua a cercarla. Già nel 2025 il suo nome è circolato nella cena a casa di Ignazio La Russa in cui il centrodestra ha iniziato a ragionare sul dopo-Sala e su una possibile architettura della sfida per Palazzo Marino. In quel contesto è emersa la suggestione di un ticket con Maurizio Lupi, con Shammah in un ruolo di primo piano. Lei aveva reagito con ironia, ringraziando per la stima ma chiarendo che la sua vera ambizione è un’altra: “far durare il mio teatro oltre me”. Nello stesso passaggio, però, non aveva nascosto rispetto sia per La Russa, definito “una persona molto per bene”, sia per Lupi, considerato uno che “ama Milano” e che potrebbe essere “un buon sindaco”. Il centrodestra continua tuttavia ad osservarla perché la considera una personalità nota, con radicamento cittadino e con un profilo civico decisamente non banale. E sicuramente le polemiche di questi giorni riavvicinano i due mondi.

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