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Assistenza domiciliare, un settore da 17 miliardi frenato dal lavoro nero: il nodo fiscale che pesa su famiglie e Stato

Quello dell’assistenza domiciliare è ormai un comparto strategico per il Paese, destinato a crescere insieme all’invecchiamento della popolazione, ma che continua a muoversi con il freno tirato

Assistenza domiciliare, un settore da 17 miliardi frenato dal lavoro nero: il nodo fiscale che pesa su famiglie e Stato
Rosario Rasizza

Un settore da 17 miliardi di euro all’anno, quasi l’1% del PIL nazionale. Quello dell’assistenza domiciliare è ormai un comparto strategico per il Paese, destinato a crescere insieme all’invecchiamento della popolazione, ma che continua a muoversi con il freno tirato. A pesare è soprattutto il lavoro nero, che ne limita sviluppo, qualità e impatto economico.

Può sembrare un problema di pochi, ma riguarda tutti. Oggi quasi la metà dei rapporti di lavoro tra famiglie italiane e colf o badanti è irregolare. Un dato che si traduce in minore gettito fiscale, meno contributi versati, minori garanzie per lavoratori e assistiti e un sistema che fatica a reggersi su basi solide. Non solo: il sommerso riduce anche la qualità complessiva del servizio, lasciando le famiglie spesso sole nella gestione di bisogni complessi.

È questo il quadro che emerge dall’analisi di Family Care, Agenzia per il Lavoro del gruppo Openjobmetis specializzata nell’assistenza alla persona, che da tempo monitora l’evoluzione del settore e le sue criticità.

«Quando un settore di queste dimensioni presenta livelli così elevati di irregolarità, il costo non è solo individuale ma collettivo: si riducono le entrate fiscali, si comprimono i diritti dei lavoratori e si indebolisce l’intero sistema di welfare», sottolinea Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis, agenzia per il lavoro con quartier generale tra Milano e Gallarate.

Il punto è che il problema non nasce da una mancanza di domanda, che anzi cresce in modo costante, ma da un equilibrio economico difficile da sostenere. Per molte famiglie, assumere regolarmente significa affrontare costi elevati e adempimenti complessi. Da qui il ricorso diffuso a forme irregolari che, nel breve periodo, sembrano più sostenibili.

Per questo da anni Family Care promuove una soluzione strutturale: la defiscalizzazione delle spese sostenute per l’assunzione di personale domestico. Un modello già adottato in diversi Paesi europei, come la Francia, dove è possibile detrarre una quota significativa dei costi. «Intervenire sulla leva fiscale significa rendere sostenibile il lavoro regolare: ridurre il costo per le famiglie, aumentare la platea di chi può permettersi un’assunzione in regola e, allo stesso tempo, far emergere una base imponibile e contributiva oggi sommersa – spiega Rasizza -. È un meccanismo che produce benefici su più livelli: per i lavoratori, che ottengono tutele e continuità; per le famiglie, che possono contare su servizi più qualificati; e per lo Stato, che recupera gettito».

Non si tratta però soltanto di una questione economica o normativa. Il nodo è anche culturale. In Italia, l’assistenza alla persona è ancora percepita come un tema privato, delegato alle famiglie, più che come una componente strutturale del welfare.

«La cura della persona non può essere relegata a una dimensione privata: è una responsabilità collettiva che riguarda la qualità della vita e la coesione sociale del Paese. Riconoscerlo significa fare un salto di qualità, anche nelle politiche pubbliche», osserva Rasizza.
Il rischio è evidente: l’Italia è già oggi il Paese più anziano d’Europa e, nei prossimi vent’anni, gli over 65 arriveranno a quota 18,6 milioni. Una trasformazione che rende inevitabile un salto di scala nelle politiche di assistenza domiciliare.

Senza interventi mirati, la crescita del settore rischia di alimentare ulteriormente il sommerso. La sfida, come evidenzia anche Family Care, è trasformare una necessità demografica in un’opportunità economica e occupazionale, portando alla luce un comparto che oggi, troppo spesso, resta invisibile.