Carlo Acutis, un santo tra fede e digitale per una Chiesa al passo coi tempi
Domenica 27 aprile sarà canonizzato Carlo Acutis, il primo santo millennial. Nato nel 1991 e morto a soli 15 anni, Acutis è già venerato come “patrono di Internet” per il suo impegno nella diffusione online della fede con un pionieristico sito dedicato ai miracoli eucaristici. La sua figura, a cavallo tra spiritualità e cultura digitale, rappresenta un ponte inedito tra tradizione e modernità. Simona Turbanti, docente di Digital Humanities all’Università Statale di Milano, riflette sul significato culturale e simbolico della canonizzazione di Acutis. “Anche la Chiesa sa fare i conti con lo strumento e la cultura digitale”. L’intervista.
Professoressa Turbanti, Carlo Acutis viene spesso definito “il primo santo millennial” o “il patrono di Internet”. Sono solo slogan, o dicono qualcosa di più profondo?
Per cominciare, trovo molto interessante la voce Wikipedia di Acutis. È davvero raro leggere una voce così dettagliata sulla biografia di un santo, per giunta dalla vita così breve. La raffigurazione con il computer e la sua predisposizione per l’ambito digitale sono segnali significativi. La figura di Acutis può rappresentare un bel messaggio. È giovane, vicino al linguaggio dei giovani, e ha saputo usare il web come strumento per veicolare meglio i messaggi ai credenti. È un simbolo innovativo.
La figura di Carlo Acutis rappresenta una nuova forma di devozione, più vicina al linguaggio e agli strumenti dei giovani di oggi?
Ogni contesto ormai – dalla scuola all’università, passando per lo sport e la religione – non può più ignorare la cultura digitale. Luciano Floridi afferma che la nostra vita è “onlife”, un connubio tra online e vita reale. Il digitale è una grande agevolazione. Non è solo uno strumento: è una cultura, un modo di ragionare, di concepire i progetti in modo diverso. In questo, la figura di Acutis è perfettamente rappresentativa del nostro tempo.
Acutis ha usato Internet per evangelizzare, realizzando un sito sui miracoli eucaristici. È un esempio di “Umanistica Digitale” applicata alla religione?
Certamente. In lui c’è una forte connotazione digitale. E non è una novità per la Chiesa: il legame con l’informatica e il mondo digitale affonda le radici nel passato, grazie a un pioniere come padre Busa. La canonizzazione di Acutis conferma che il binomio tra ambito ecclesiastico e digitale si sta sviluppando sempre di più.
A livello storico, qual è il rapporto tra Chiesa Cattolica e mondo del digitale?
Un legame più profondo di quanto si possa pensare. La religione, in quanto ponte tra la dimensione umana e quella divina, è naturalmente orientata alla ricerca di forme di comunicazione e connessione: in questo senso, il digitale non rappresenta un’eccezione, ma una continuità. Padre Roberto Busa, gesuita appartenente a un ordine da sempre attento agli scambi culturali, è stato una figura pionieristica dell’informatica umanistica, un ambito fortemente interdisciplinare. Negli anni Cinquanta si recò a New York per incontrare Thomas Watson, fondatore della IBM, con l’obiettivo di realizzare l’Index Thomisticus, ovvero la lemmatizzazione dell’opera omnia di Tommaso d’Aquino. Inizialmente accolto con scetticismo – come spesso accade ai precursori – il progetto trovò pieno riconoscimento decenni dopo, approdando online nel 2005. Solo un anno più tardi, Carlo Acutis moriva, dopo aver realizzato portali digitali dedicati ai miracoli eucaristici: due percorsi distanti nel tempo, ma sorprendentemente vicini nello spirito.
In un’epoca dominata dai social e dall’informazione veloce, la figura di Acutis racconta qualcosa del legame tra fede, cultura digitale e identità contemporanea?
La fede è oggi chiamata a confrontarsi con un approccio “onlife”, in cui il confine tra esperienza digitale e vita reale si fa sempre più sottile. La Chiesa, come l’università, è una delle istituzioni più antiche del nostro tempo: ha le sue procedure, i suoi tempi e le sue tradizioni, ed è naturale che non possa cambiare radicalmente da un giorno all’altro. Tuttavia, il digitale offre grandi potenzialità per la diffusione del messaggio evangelico, per l’educazione e per il superamento del divario digitale. È uno strumento che può connettere il mondo e facilitare l’incontro tra culture e fedi. Questo è stato colto da numerosi pensatori e uomini di fede, come il cardinale Gianfranco Ravasi e don Paolo Benanti, membro del Comitato sull’Intelligenza Artificiale delle Nazioni Unite. Da tempo, all’interno della Chiesa, si riflette sul significato e sulle implicazioni dello sviluppo digitale. Ed è giusto che anche la voce del pensiero religioso trovi spazio in questo dibattito. L’intelligenza artificiale, oggi, solleva più interrogativi sul piano umanistico che su quello tecnico: le sfide etiche e politiche che pone sono enormi. Non a caso, uno dei più importanti studiosi del digitale, Luciano Floridi, è prima di tutto un filosofo. È fondamentale che anche la Chiesa partecipi attivamente a questa riflessione globale.

