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Caso Rogoredo, il cugino di Mansouri accusa: “Cinturrino voleva mettere i suoi spacciatori, lo minacciava di morte”

Nuove accuse nel caso dell’uccisione di Abderrahim Mansouri, parla il cugino: “L’agente tornava anche fuori servizio. Diceva: ‘Io prima o poi ti ammazzo’”

Caso Rogoredo, il cugino di Mansouri accusa: “Cinturrino voleva mettere i suoi spacciatori, lo minacciava di morte”

Nuove accuse pesanti nel caso dell’uccisione diAbderrahim Mansouri, il 36enne morto il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo, per cui è in carcere l’assistente capo di Polizia Carmelo Cinturrino. A parlare è Morad, cugino della vittima, in una testimonianza raccolta dal Tg3.

“Aveva un’ossessione per lui”

“Da novembre fino a quando è stato ucciso ogni volta che ci incontravamo ogni discorso che facevamo era sempre su questo Luca ‘Corvetto’ o Luca ‘Martello’. Mio cugino aveva paura perché vedeva l’ossessione che aveva questo Luca su di lui. Anche quando finiva il lavoro andava a casa e tornava, anche la notte tardi per i fatti suoi, da solo”. Morad racconta di presunte pressioni e minacce ripetute nei confronti del cugino, fino a delineare uno scenario di intimidazioni costanti.

Le presunte minacce e le richieste di denaro

“Entrava alla mattina col ‘figlio di Luca’, il suo collega, il suo braccio destro, che faceva tutto quello che voleva lui – racconta ancora – Entravano la mattina presto, col martello minacciava tutti: ‘Datemi tutto quello che avete o vi colpisco’. Ha picchiato un ucraino in sedia rotelle e prendeva tutto quello che c’era: soldi cocaina ed eroina ma l’eroina non la portava via la distribuiva agli altri tossici per farli stare zitti”.

Secondo il racconto, al centro ci sarebbe stato il controllo dello spaccio nella zona di Rogoredo. “Ogni giorno a mio cugino chiedeva 200 euro al giorno e 5 grammi di cocaina. ‘Se vuoi stare qui a lavorare questo devi darmi’ oppure ‘lavori lavori sotto di me, io ti procuro le sostanze e tu le vendi’”. Morad sostiene che l’obiettivo fosse quello di appropriarsi della piazza per “poter mettere i suoi spacciatori italiani lì, non in palazzina al Corvetto ma a Rogoredo perché c’era più via vai”. E ancora: “Diceva: ‘Io ti toglierò da qua in ogni modo. Io prima o poi ti ammazzo’”.

“Chiediamo giustizia, anche per eventuali complici”

In chiusura, l’appello del familiare: “Chiediamo giustizia – conclude Morad che vengano arrestati tutti quanti anche i complici che erano lì. Perché non l’hanno fermato sul momento? Dovevano fermarlo, arrestarlo, sono poliziotti”. Le dichiarazioni, tutte da verificare nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Milano, si inseriscono in un quadro investigativo ancora in evoluzione. Gli accertamenti dovranno chiarire dinamica, eventuali responsabilità ulteriori e la fondatezza delle accuse mosse dal familiare della vittima.