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Cinturrino detto “Thor”, il poliziotto col martello si dice “pentito davanti all’Italia”. Il punto sulle indagini

Sparatoria a Rogoredo, emergono sempre maggiori dettagli sui metodi da sceriffo dell’agente che si aggirava armato di martello nel bosco della droga. Cinturrino si dice pentito, oggi la decisione sul fermo

Cinturrino detto “Thor”, il poliziotto col martello si dice “pentito davanti all’Italia”. Il punto sulle indagini

Il poliziotto che nel boschetto di Rogoredo si era guadagnato il soprannome di “Thor” oggi si dice “pentito nei confronti di tutta l’Italia”. Carmelo Cinturrino, assistente capo del commissariato Mecenate, fermato per l’omicidio volontario del 28enne Abderrahim Mansouri, ha parlato ieru per due ore davanti al procuratore capo Marcello Viola e al gip Domenico Santoro, ammettendo la messinscena della pistola ma respingendo con forza le accuse di corruzione, violenze e tangenti.

La linea difensiva di Cinturrino: “Ho sbagliato, ma non sono corrotto”

Nel corso dell’interrogatorio di convalida del fermo, Cinturrino ha riconosciuto di aver fatto collocare accanto al corpo della vittima una riproduzione di Beretta caricata a salve. L’arma, portata da un collega su sua richiesta, sarebbe stata sistemata tra le sterpaglie dopo lo sparo. “Dovevo far osservare la legge e ho sbagliato”, ha dichiarato, parlando di un errore dettato dal panico. “L’ho fatto da solo”, ha aggiunto, sostenendo di non aver avuto complici nella messinscena. Secondo la sua versione, Mansouri si sarebbe piegato per raccogliere una pietra e lui avrebbe reagito sparando. Ma l’agente ha escluso di aver voluto uccidere il 28enne e ha negato ogni altra accusa: nessuna tangente, nessun accordo con pusher o tossicodipendenti, nessun consumo di droga. A suo dire, il test tossicologico a cui è stato sottoposto lo dimostrerà.

Il difensore, l’avvocato Pietro Porciani, ha spiegato che il suo assistito “ha ammesso tutte le responsabilità e gli errori, è pronto a pagare. Ma non per quello che non ha fatto”, definendo le accuse di estorsioni e pestaggi un “Carnevale” privo di riscontri.

Il “martello” e il soprannome di Thor

Nei verbali dell’inchiesta compaiono dichiarazioni di colleghi e frequentatori dell’area di Rogoredo, Corvetto e Ponte Lambro che parlano di presunti schiaffi, “martellate” e accordi sottobanco nella gestione della piazza di spaccio. Accuse che la difesa respinge integralmente. Il “martello” citato da alcuni testimoni sarebbe in realtà un “martelletto” utilizzato per scavare nei nascondigli della droga. Cinturrino “nega di averlo mai usato per colpire” e “garantisce” di non aver “mai preso un centesimo da nessuno”.

Cinturrino detto “Thor”, il poliziotto col martello si dice “pentito davanti all’Italia”. Il punto sulle indagini

Eppure, secondo quanto ricostruito da Il Giorno, proprio quel martello gli sarebbe valso il soprannome di “Thor”: lo avrebbe tirato fuori “dalla manica del giubbotto con un gesto fulmineo” per minacciare o colpire gli eroinomani che si rifiutavano di consegnare soldi e dosi. Una ricostruzione che la difesa contesta ma che pesa sul quadro investigativo.

“In commissariato si sapeva”: il nodo delle omissioni

Il fronte più delicato dell’indagine riguarda ora ciò che accadeva all’interno del commissariato Mecenate di via Quintiliano. Secondo Il Giorno, due dei quattro colleghi indagati – l’agente G.R. e il vice ispettore L.R. – avrebbero riferito che “si parlava spesso in commissariato del fatto che fosse una persona poco raccomandabile” e che molti cercavano di limitare al minimo i servizi con lui. Gli stessi colleghi hanno ammesso di non aver segnalato ai superiori presunte irregolarità, limitandosi a starne alla larga. Neppure quando avrebbero saputo che la vittima non aveva in mano una pistola al momento dello sparo lo avrebbero comunicato immediatamente, attendendo di essere interrogati in Questura il 19 febbraio, da indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso.

“No, non ce la siamo sentita – ha detto il vice ispettore –. Ci siamo dissociati da questa cosa e abbiamo deciso di organizzarci per comunicarlo insieme a un avvocato”. E ancora: “Diceva sempre ‘mi raccomando, mi raccomando’, cercava di influenzarci, non con minacce”. Gli inquirenti, coordinati dal pm Giovanni Tarzia, insieme all’attività ispettiva interna disposta dal questore Bruno Megale, stanno ora verificando se esistesse un “sistema” di complicità e connivenze oppure se si sia trattato di silenzi dettati dal timore nei confronti di un collega descritto come “aggressivo e violento”.

L’immagine del “paladino” anti-droga: un castello che crolla

Alcuni colleghi lo descrivono come un “paladino” negli arresti, capace di risultati operativi significativi, ma dal carattere difficile, con cui non tutti volevano lavorare. Secondo una testimonianza riportata dal quotidiano milanese, i giovani agenti “facevano affidamento” su di lui e lo chiamavano “Luca Corvetto” per i numerosi arresti nell’area. Ma è proprio quell’immagine di poliziotto carismatico e inflessibile ad essersi incrinata con l’emergere dell’ipotesi di una messinscena costruita per sostenere la legittima difesa.

E adesso? La decisione del gip e i prossimi passi

Nelle prossime ore il gip Domenico Santoro dovrà decidere se convalidare il fermo e disporre la custodia cautelare in carcere oppure accogliere la richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla difesa. Parallelamente proseguono gli accertamenti sulle presunte estorsioni e sulle modalità operative nel boschetto di Rogoredo. L’indagine non riguarda più soltanto uno sparo e una pistola a salve, ma un possibile sistema di condotte irregolari che, se confermate, andrebbero ben oltre l’errore dettato dal panico rivendicato dall’agente. E mentre Cinturrino si dice “pentito nei confronti di tutta l’Italia”, la Procura cerca di capire se quel pentimento riguardi solo una messinscena o un intero metodo di lavoro rimasto troppo a lungo nell’ombra.

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