Se Noè dovesse essere chiamato dall’Altissimo a costruire una nuova arca, questa volta per salvare non gli animali ma le partiture musicali (un quartetto d’archi, una sonata per pianoforte, un’opera lirica, una passione, una sinfonia, un settimino, un ottetto, un concerto per flauto e arpa, un quintetto per clarinetto ecc. ecc. ) e mi chiamasse a scegliere quale Requiem salvare dalla distruzione (nuovo diluvio universale, guerra nucleare, tutte e due insieme, scegliete voi) io gli risponderei: “Noè, posso portarne tre? Quello di Brahms, quello di Fauré, quello di Verdi”. E se Noè mi dicesse: “No, figliolo, solo uno”, allora, mi volterei col cuore pieno di lacrime verso Gabriel e Giuseppe: “Scusatemi, salverò il Requiem di Joahhnes; spero che capiate la mia scelta e che mi perdonerete.”
Al che Noè mi chiederebbe perché e io risponderei: “Ein deutsches Requiem non è una Messa per i defunti ma un’opera rivolta ai vivi. La sua consolazione è umana, calda, profonda e personale. Ogni movimento respira compassione e una quieta forza interiore. Una musica che non travolge né opprime, ma avvolge e accoglie.” “Bene, mi hai convinto, portiamo nell’arca il Requiem di Brahms”. E io direi a Noè: “Non sono io ad averti convinto: la motivazione che ti ho dato è quella di Emmanuel Tjeknavorian, che ha diretto il Requiem all’Auditorium di Milano in questa vigilia pasquale”.
Mercoledì 1 e giovedì 2 aprile l’Orchestra Sinfonica e il Coro sinfonico di Milano hanno eseguito il capolavoro brahmsiano in un Auditorium gremito e profondamente coinvolto. La proposta pasquale del 2025 era stata lo Stabat Mater di Rossini, così teatrale, così operistico; quest’anno invece l’intimismo contemplativo di Brahms: “Musica religiosa non liturgica, sacra ma non ecclesiastica”, come ebbe a dire Christian M. Schmidt.
Se i due Deutsches Requiem di riferimento nella storia dell’interpretazione degli ultimi decenni sono probabilmente quello di Herbert von Karajan (mistico e visionario) e quello di Bernard Haitink (ascetico e meditativo), Emmanuel Tjeknavorian, il trentenne direttore della compagine milanese, sembra fare riferimento nelle sue scelte estetiche al grande direttore olandese (che chi scrive ebbe la fortuna di ascoltare proprio nel Requiem brahmsiano alla Scala nel 2017). Una lettura scarna, rarefatta, che esalta sia i momenti di maggior vigore, caratterizzati dall’omaggio all’arte bachiana della fuga, sia quelli più raccolti e di profonda serenità. Ci ha colpito particolarmente il secondo movimento corale (“Denn alles Fleisch es ist wie Grass” – “Perché ogni carne è come erba”), impostato con un metronomo lentissimo, per esaltare il continuo dei timpani, chiamati a scandire la metafora del tempo che scorre inesorabile (eccellente Matteo Manzoni).

Impeccabile la prova del Coro sinfonico di Milano istruito da Massimo Fiocchi Malaspina, ogni volta la conferma di un livello di assoluta eccellenza: magnifico il pianissimo dell’ultimo movimento che nello struggente dialogo con il flauto – Nicolò Manachino – e le arpe – Elena Piva e Morgana Rudan – accompagna gli uomini verso l’eterno riposo.
Quanto ai due solisti, il soprano Chelsea Marilyn Zurflüh e il baritono Alexander Grassauer sono due buoni cantanti ma niente di più: la prima non ha la seta di Kathleen Battle o la luce di Gundula Janowitz, il secondo non ha la profondità avvolgente di José van Dam (scomparso ottantacinquenne il mese scorso, sarà senz’altro salito sull’Arca con la partitura brahmsiana sotto il braccio) tanto per citare gli interpreti di riferimento dell’ultimo mezzo secolo. Ma al di là dei singoli, questa è un’opera che vive di insiemi: l’orchestra e il coro, densi e compatti, profondi e allo stesso tempo luminosi. Una serata memorabile non solo per i credenti (la lettura di Haitink, ateo dichiarato, era spiritualità pura) ma per tutti gli esseri umani che si confrontano con il mistero della morte.

