Milano
Giovani al Centro, ecco il Manifesto delle Politiche Pubbliche della Città metropolitana di Milano
Giorgio Mantoan, Consigliere delegato: "Oltre le politiche giovanili, per politiche pubbliche vere e proprie”. Il Manifesto con 17 piste di lavoro, i comitati locali, la valutazione di impatto generazionale. L'intervista

Giorgio Mantoan
Giovani al Centro, ecco il Manifesto delle Politiche Pubbliche della Città metropolitana di Milano
Non un documento simbolico, ma un passaggio operativo. Con la presentazione a Palazzo Isimbardi del Manifesto delle Politiche Pubbliche costruite dai giovani, la Città metropolitana di Milano ha avviato la fase 2 di Giovani al Centro, un percorso partecipativo che coinvolge 35 realtà e quasi 100 under 35 dell’area metropolitana. Dalle 17 piste di lavoro emerse – 14 dedicate ai bisogni concreti dei giovani e 3 alla governance – prende forma un modello che punta a integrare stabilmente il protagonismo giovanile nelle scelte pubbliche.
Mobilità, diritti, lavoro dignitoso, accesso alla casa, ambiente e transizioni digitale e climatica sono le priorità indicate dalla rete. Ma il punto, sottolinea Giorgio Mantoan, Consigliere delegato a Sviluppo Economico e Politiche Giovanili della Città metropolitana di Milano, è più profondo: “La ricchezza di questa rete dimostra una cosa: i giovani non sono ‘da coinvolgere’, ma già coinvolti e protagonisti”. Il Manifesto, spiega, non si limita a proporre politiche giovanili settoriali, ma ambisce a incidere sull’intero impianto decisionale: “Lo sforzo è andare oltre le ‘politiche giovanili’, in una dimensione di ‘politiche pubbliche’ vere e proprie”.
Ora la sfida è trasformare le proposte in strumenti concreti: comitati locali permanenti, laboratori di governance partecipata e la sperimentazione della valutazione di impatto generazionale per misurare come le politiche incidano sulla vita delle nuove generazioni. In un territorio metropolitano definito da forti differenze interne, l’obiettivo dichiarato è costruire un’“architettura comune” capace di coordinare senza uniformare, rafforzando le connessioni tra centro e periferie. L'INTERVISTA
La rete coinvolge 35 realtà e quasi 100 under 35. Di quali realtà si tratta e quali priorità hanno espresso?
La rete è composta da realtà estremamente diverse per forma, storia e provenienza, e questa è la sua forza. Abbiamo associazioni giovanili consolidate, gruppi informali sostenuti dai Comuni, organizzazioni culturali e sportive, realtà legate al terzo settore, spazi civici, collettivi nati dal basso, giovani attivi nel sociale o nella tutela dell’ambiente, realtà legate al mondo professionale. È un ecosistema ricco, che rispecchia la complessità della nostra area metropolitana e che con forza abbiamo voluto affinché lo spirito di questo percorso possa essere davvero inclusivo. Durante il percorso partecipativo, queste realtà hanno portato ai tavoli temi molto concreti. In particolare, sono emerse quattro grandi priorità comuni:
1. Mobilità e connessioni territoriali, un tema particolarmente sentito nelle zone meno centrali, dove gli spostamenti possono determinare isolamento e minori opportunità.
2. Diritti e condizioni di vita dei giovani, con un’attenzione forte a un lavoro dignitoso, a compensi equi, all’accesso alla casa e alla possibilità di progettare un futuro stabile.
3. Formazione e sviluppo di competenze, soprattutto in relazione alle transizioni digitale e ambientale, ma anche per quanto riguarda il supporto nella costruzione di percorsi di vita e professionali.
4. Cura dell’ambiente e dei territori, con una visione che vede i giovani non solo fruitori, ma veri e propri progettisti del cambiamento.
La ricchezza di questa rete dimostra una cosa: i giovani non sono “da coinvolgere”, ma già coinvolti e protagonisti. Il Manifesto nasce proprio dalla loro capacità di osservare il territorio e di proporre una visione e soluzioni concrete.
Il Manifesto individua già 17 piste di lavoro. Quali di queste ritiene più urgenti nel contesto sociale attuale?
Le 17 piste di lavoro raccontano la complessità delle sfide che i giovani vivono oggi. Sono tutte importanti, ma alcune rappresentano urgenze che non possiamo più permetterci di rinviare. La prima riguarda la mobilità, intesa non solo come trasporto pubblico, ma come possibilità di accedere a opportunità, servizi, cultura, formazione. Il Manifesto parla di una Città metropolitana interconnessa e questo è un messaggio forte: la distanza fisica non deve tradursi in distanza sociale. Oggi, per molti giovani, vivere in un Comune periferico o in un quartiere mal collegato significa avere meno occasioni. Dobbiamo lavorare su questo divario per ripensare come funziona il nostro territorio.
La seconda urgenza riguarda i diritti e le condizioni materiali di vita delle nuove generazioni. L’accesso a un lavoro dignitoso e adeguatamente retribuito, la possibilità di costruire autonomia abitativa, il riconoscimento delle competenze acquisite nei percorsi formali e informali: sono tutti elementi che incidono direttamente sulla capacità dei giovani di immaginare il proprio futuro. Infine, considero centrale la dimensione ambientale e climatica. Le realtà giovanili ci chiedono politiche concrete, non solo una narrazione. Giovani che si prendono cura dei territori, che sperimentano nuove forme di partecipazione, che chiedono di essere centrali nelle scelte che li riguardano. Questi tre assi sono urgenti perché toccano punti fondamentali della cittadinanza: muoversi, vivere, lavorare, abitare il proprio territorio in modo sostenibile. Già da qui si vede bene quanto lo sforzo del Manifesto sia quello di andare oltre le “politiche giovanili”, in una dimensione di “politiche pubbliche” vere e proprie: lo sguardo e il pensiero sono quelli dei giovani ma l’obiettivo e la visione sono il benessere di tutta la comunità.
Il rischio è che resti tutto sulla carta. Quali strumenti sono previsti per accompagnare la fase attuativa?
I ragazzi e le ragazze nell’elaborazione del Manifesto ci hanno indicato una strada operativa: delle 17 piste di lavoro, 3 sono dedicate proprio alla governance che ci servirà per rendere concreto tutto questo. Il percorso Giovani al Centro non si ferma alla redazione del Manifesto, ma si struttura in una fase attuativa vera e propria, con strumenti concreti e continuativi:
1. Comitati locali di confronto: il primo strumento è la creazione di comitati locali, ovvero tavoli permanenti in cui giovani e istituzioni del territorio si confrontano direttamente. Non incontri sporadici, ma spazi di lavoro continuativo, dove le piste di lavoro possono essere monitorate, aggiornate e soprattutto tradotte in azioni concrete.
2. Laboratori di governance partecipata: laboratori tematici misti - istituzioni, tecnici, giovani - che permetteranno di lavorare su mobilità, lavoro, diritti, ambiente e altri temi strategici. Uno degli strumenti più innovativi che vogliamo sperimentare è la valutazione di impatto generazionale, che ci consentirà di valutare le politiche pubbliche guardando a come incidono sulla vita dei giovani. È un cambio di paradigma importante.
3. Regia territoriale e integrazione strutturale nelle politiche: la Città metropolitana ha aderito ai Piani di Zona 2025‑27, assumendo un ruolo di supporto e collaborazione per integrare le politiche giovanili all’interno delle strategie territoriali. Significa che questo percorso non viaggia in parallelo alle altre politiche pubbliche: ne fa parte, contribuendo a orientarle. In questo modo passiamo dal rischio delle “buone intenzioni” a un modello strutturato di governance intergenerazionale.
La Città metropolitana è un territorio molto diverso al suo interno. Come si trova un minimo comune denominatore tra periferie e città di Milano?
È una delle sfide più delicate. La Città metropolitana di Milano è un mosaico: grandi Comuni, aree rurali, territori industriali, quartieri densamente urbanizzati e zone con bassa densità abitativa. I giovani vivono condizioni e opportunità molto diverse, e sarebbe sbagliato cercare una risposta unica. Il nostro obiettivo non è uniformare, ma coordinare, valorizzando le specificità lungo linee comuni. Il primo passo è riconoscere e valorizzare le specificità locali. Il Manifesto nasce proprio da questo: non un documento calato dall’alto, ma la sintesi di bisogni territoriali emersi dal basso, raccolti e messi in rete. Questo garantisce che la visione metropolitana non cancelli o ignori le differenze, ma le tenga insieme dentro un’architettura comune. Il secondo passo è lavorare sulle connessioni. La dimensione interconnessa non riguarda solo il trasporto pubblico, ma le reti tra enti, tra spazi giovani, tra realtà culturali, tra percorsi di formazione.
Creare una Città metropolitana connessa significa garantire che un giovane di un Comune periferico possa accedere alle stesse opportunità di chi vive a Milano, e possa sentirsi protagonista della stessa comunità. Del resto, questo è il ruolo dell’ente di area vasta: costruire ponti, mettere in rete, rendere possibile ciò che da soli i territori non riuscirebbero a fare. Il Manifesto ci aiuta proprio in questo: definire un linguaggio comune e un'agenda condivisa da attuare.
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