Sfruttamento Made in Italy è un libro che arriva nel momento esatto in cui il Paese è costretto a interrogarsi sul costo reale del proprio modello produttivo. Non è un pamphlet ideologico, né un racconto emotivo costruito su casi isolati: è un’inchiesta strutturata, fondata su atti giudiziari, testimonianze raccolte sul campo e un’analisi rigorosa dei meccanismi economici che regolano le filiere del lavoro contemporaneo.
Il grande valore dell’opera sta nel lavoro giornalistico di Sara Monaci e Ivan Cimmarusti. Entrambi cronisti del Il Sole 24 Ore, hanno maturato anni di esperienza nelle inchieste su reati finanziari, corruzione e criminalità economica. Questo bagaglio professionale si avverte in ogni pagina. Il libro non si limita a descrivere condizioni di sfruttamento: ricostruisce architetture societarie, catene di subappalti, meccanismi di esternalizzazione sistemica. Le società fantasma, i contratti irregolari, la manodopera migrante ricattabile non sono elementi narrativi, ma tasselli di un sistema documentato.
La lettura acquista ulteriore forza se messa in relazione con le recenti indagini della Procura della Repubblica di Milano. Le inchieste sui rider hanno riportato al centro del dibattito pubblico il tema del cosiddetto “caporalato digitale”, con accertamenti che hanno coinvolto piattaforme di food delivery come Deliveroo e Glovo, mettendo in discussione modelli organizzativi fondati su autonomia solo formale e controllo algoritmico sostanziale. Allo stesso modo, le verifiche sulla filiera di alcune case di moda hanno acceso i riflettori su subforniture opache e condizioni di lavoro incompatibili con l’immagine patinata del lusso italiano.
È proprio questo il punto che Monaci e Cimmarusti avevano già colto e sistematizzato nel loro lavoro: lo sfruttamento non è l’eccezione deviante di pochi imprenditori senza scrupoli, ma un rischio strutturale insito in un sistema produttivo che frammenta responsabilità e scarica i costi sull’ultimo anello della catena. Nei capannoni dell’hinterland milanese, nei laboratori tessili, nei servizi di logistica urbana, emergono turni estenuanti e paghe minime; in cima alla piramide restano marchi celebrati e gruppi quotati.
Il merito degli autori non è soltanto quello di denunciare. È quello di aver costruito un quadro coerente, verificabile, supportato da fonti solide. La scrittura è chiara, mai enfatica, e proprio per questo più incisiva. Il libro costringe il lettore a porsi una domanda scomoda, la stessa richiamata nella prefazione di Tito Boeri: siamo disposti a riconoscere il prezzo reale dei diritti, o preferiamo che il costo resti invisibile?
In un momento in cui la magistratura milanese sta portando alla luce dinamiche che confermano molte delle criticità descritte nel volume, Sfruttamento Made in Italy si rivela non solo attuale, ma quasi anticipatore. È un lavoro che restituisce al giornalismo d’inchiesta la sua funzione originaria: illuminare le zone d’ombra dell’economia reale e rendere visibile ciò che, troppo spesso, scegliamo di non vedere. Ma soprattutto fa emergere una questione che va oltre le singole inchieste: è possibile che sia la magistratura, attraverso provvedimenti e amministrazioni giudiziarie, a ridefinire di fatto le regole del mercato del lavoro, laddove il Parlamento non è intervenuto con riforme strutturali?

