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Safari umani a Sarajevo, la pista milanese: “gite” da 340 milioni di lire, bossoli-trofeo per ogni bambino ucciso

Dai racconti choc nel libro “I cecchini del weekend” all’inchiesta della Procura: i viaggi nei Balcani per sparare sui civili. La base a Milano in viale Mecenate

Safari umani a Sarajevo, la pista milanese: “gite” da 340 milioni di lire, bossoli-trofeo per ogni bambino ucciso
Sarajevo cecchini

Un magazzino alla periferia di Milano, in viale Mecenate, come punto di incontro. Da lì, negli anni ’90, sarebbero partiti italiani pronti a raggiungere i Balcani per unirsi alle milizie serbo-bosniache e sparare contro i civili durante l’assedio di Sarajevo. È uno degli elementi più inquietanti che emergono dal libro “I cecchini del weekend” dello scrittore Ezio Gavazzeni, pubblicato da Paper First, i cui contenuti sono confluiti in esposti già depositati alla Procura di Milano. L’indagine, coordinata dal pm Alessandro Gobbis, conta al momento tre indagati per omicidio volontario.

Il racconto del testimone: le “gite” potevano costare sino a 340 milioni di lire

Come racconta il quotidiano Il Giorno, al centro della ricostruzione c’è la testimonianza di un uomo indicato come “il francese”, che avrebbe fatto parte dell’organizzazione. Secondo il suo racconto, una società milanese di security con forti contatti internazionali avrebbe raccolto le adesioni di italiani disposti a partire nei fine settimana per partecipare a quelli che vengono definiti veri e propri “safari umani”. Viaggi che costavano cifre enormi. “Una gita” poteva arrivare fino a 340 milioni di lire, tra spese e tangenti da pagare anche a miliziani locali. Tra i partecipanti ci sarebbe stato anche un imprenditore italiano molto noto, che avrebbe speso centinaia di milioni in poche ore.

I “trofei”: bossoli colorati di rosa o azzurro se le vittime erano bambini

Tra i dettagli più macabri emerge il sistema dei “trofei”. Secondo la fonte, i partecipanti tornavano con bossoli colorati, con codici precisi per indicare il tipo di bersaglio colpito. “Il trofeo era un bossolo – racconta il testimone – sul quale l’accompagnatore indicava con un colore quale era il bersaglio colpito: azzurro o rosa per un bambino-bambina, ragazzo-ragazzina; rosso per uomo; rosso e verde se militare; giallo se donna; giallo e verde se donna militare; nero e azzurro se anziano; nero e rosa se anziana”.

Dalle ricostruzioni emergerebbero contatti con società con sede a Londra e in Belgio, oltre a collegamenti con la criminalità organizzata balcanica e russa, che avrebbe incassato parte dei proventi e garantito coperture e protezione. Chi partecipava ai viaggi, sempre secondo il racconto, veniva anche minacciato o ricattato nel caso in cui non rispettasse gli accordi economici con l’organizzazione.

Milano, Parma, Trieste: gli snodi dei safari umani verso i Balcani

L’indagine ricostruisce una rete che non si limiterebbe a Milano. Alcuni filoni portano a Parma, dove sarebbe stata attiva un’agenzia di viaggi, e a Trieste, possibile punto di partenza verso i Balcani. Un testimone parla di un’ex carrozzeria come base logistica: “Tutti con il Rolex, tutti i macchinoni arrivavano lì e li posizionavano nella carrozzeria e poi partivano con queste Volvo con lo stemma della Croce Rossa”. Secondo il racconto, alcuni viaggiatori si sarebbero finti operatori umanitari, sfruttando coperture legate anche a presunti traffici di farmaci per attraversare i confini.

L’inchiesta della Procura di Milano

Il lavoro di raccolta documentale e testimoniale, portato avanti con la collaborazione della criminologa Martina Radice e degli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini, ha dato origine all’inchiesta oggi in corso. Gli investigatori stanno verificando i nomi emersi, tra cui quello dell’imprenditore citato dal testimone, inserito in una lista già trasmessa alla Procura. Le accuse restano tutte da accertare, ma il quadro delineato riporta alla luce una vicenda che, a distanza di trent’anni, assume i contorni di uno dei capitoli più oscuri legati alla guerra nei Balcani.

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