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Milano, l’omelia pasquale di Delpini: “Gli uomini sono impazziti, ma c’è un morire che chiama alla vita”

L’arcivescovo di Milano durante la celebrazione della Passione: “La storia umana è assurda, ma c’è un morire che chiama alla vita anche i morti”

Milano, l’omelia pasquale di Delpini: “Gli uomini sono impazziti, ma c’è un morire che chiama alla vita”
Mario Delpini

Nel Duomo di Milano, durante la celebrazione della Passione del Signore, l’arcivescovo Mario Delpini ha pronunciato un’omelia intensa sull’assurdità della storia umana e sul significato salvifico della Croce. “Gli uomini sono impazziti”, ha detto, descrivendo una realtà segnata da violenza e contraddizioni. Ma proprio nella morte di Cristo si apre una speranza radicale: “C’è un morire che chiama alla vita anche i morti”. Un messaggio che invita i cristiani a rispondere al male con il bene, attraverso perdono, speranza e libertà dal possesso.

Delpini parte da una constatazione netta e senza sconti: “Bisogna riconoscere che la storia umana è assurda. Niente è come dovrebbe essere. Gli uomini sono impazziti e commettono pazzie. Non solo pazzie catastrofiche che lasciano tracce nei libri di storia. Nella vita (…) si manifestano pazzie ordinarie e assurdità quotidiane”. Una riflessione che si estende anche al racconto evangelico della Passione, dove emerge la stessa logica capovolta: “Anche la pagina del Vangelo che racconta la passione di Gesù conferma questa assurdità: un processo ingiusto, un potere reso impotente dagli istinti della folla, un criminale liberato al posto di un innocente”.

Il punto di svolta: “Un morire che chiama alla vita”

Dentro questo scenario segnato da “l’accumularsi delle tragedie, delle frustrazioni, del soffrire”, l’arcivescovo indica però un evento che rompe la spirale dell’assurdo: “Nella vicenda contraddittoria della storia umana c’è un evento che cambia la storia: c’è un morire che chiama alla vita anche i morti”. È il cuore del messaggio cristiano, che trasforma la morte in passaggio e promessa, ribaltando il senso stesso della sconfitta.

Da qui deriva una responsabilità precisa per i credenti: “I cristiani sono incaricati della mite e audace contestazione dell’assurdità: coloro che riconoscono che Gesù, questo crocifisso, è la rivelazione di Dio possono decidersi a essere testimoni della gloria di Dio”. Una gloria che, precisa Delpini, non coincide con una rivincita spettacolare: “La gloria di Dio che glorifica il crocifisso non sarà una spettacolare rivincita del condannato che annienta coloro che lo hanno condannato. Sarà, piuttosto, una tenace coerenza con la manifestazione della gloria del Crocifisso”.

Perdono, speranza e libertà: la risposta all’assurdo

L’omelia si chiude con indicazioni concrete, quasi un programma di vita: “Rispondere al male con il bene, perdonare, perdonare ogni giorno”. E ancora: “La contestazione dell’assurdo della storia è la speranza che viene dal Crocifisso (…) la rivelazione che morendo si risorge a vita nuova”. Fino a un passaggio che tocca anche lo stile quotidiano dell’esistenza: “È la libertà dall’ossessione del possesso, lo stile di vita di chi ha il buon senso di fidarsi di Dio invece che di sé stesso”. Un messaggio che, nel pieno delle contraddizioni contemporanee, prova a rovesciare lo sguardo: dall’assurdo alla possibilità, dalla morte alla vita.