Milano, pusher ucciso a Rogoredo: ci sono altri quattro agenti indagati - Affaritaliani.it

Milano

Ultimo aggiornamento: 07:38

Milano, pusher ucciso a Rogoredo: ci sono altri quattro agenti indagati

La Procura di Milano ipotizza favoreggiamento e omissione di soccorso. Nel mirino presunte omissioni sui testimoni e un ritardo nell’allertare i sanitari

di Giorgio d'Enrico

Milano, pusher ucciso a Rogoredo: ci sono altri quattro agenti indagati 

Si allarga l’inchiesta della Procura di Milano sulla morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso il 26 gennaio scorso durante un controllo antidroga nel boschetto di Rogoredo. Oltre al poliziotto che ha sparato – già indagato per omicidio volontario – risultano ora indagati altri quattro agenti del commissariato Mecenate. Il pm Giovanni Tarzia, che coordina le indagini con il procuratore Marcello Viola, ha notificato agli agenti gli inviti a comparire per gli interrogatori fissati nei prossimi giorni. Le ipotesi di reato, riferisce Ansa, sono favoreggiamento e omissione di soccorso aggravata, perché commessa violando i doveri inerenti a un pubblico servizio. Secondo l’accusa, avrebbero aiutato il collega che ha esploso il colpo “ad eludere le investigazioni della Squadra mobile”, omettendo di riferire elementi rilevanti quando vennero sentiti subito dopo i fatti.

Le "versioni non veritiere sui movimenti" e la presenza sul luogo del delitto di altre persone

In particolare, ai quattro agenti viene contestato di non aver parlato “della presenza, sul luogo del delitto, di persone diverse dagli operanti della Polizia”, ovvero di eventuali testimoni presenti sulla scena. Avrebbero inoltre fornito versioni non veritiere sui loro “movimenti”, sulla “posizione e la condotta degli altri soggetti presenti” e sui “tempi impiegati per allertare i soccorsi”.

Un aspetto centrale riguarda proprio la gestione dei minuti successivi allo sparo: quando Mansouri era a terra, ferito e “agonizzante”, secondo quanto riportato negli inviti a comparire non sarebbe stato dato “immediato avviso all’Autorità sanitaria”. Da qui l’ipotesi di omissione di soccorso aggravata. La decisione di convocare gli agenti – tre intervenuti poco prima per fermare un bengalese e un quarto che si trovava alle spalle del collega che ha sparato – è maturata dopo settimane di accertamenti della Squadra mobile e della Polizia scientifica.

Le dichiarazioni dell'agente che ha sparato: "Il pusher ha tirato fuori la pistola e me l'ha puntata"

Le testimonianze raccolte, le analisi delle telecamere della zona e la ricostruzione balistica della traiettoria del colpo avrebbero restituito un quadro non coincidente con quello descritto dal poliziotto indagato e con le dichiarazioni rese dai colleghi.

Iscriviti alla Newsletter Frontale - a cura di Fabio Massa

“Lui aveva la mano in tasca, ha tirato fuori la pistola (poi risultata una replica a salve, ndr) e me l’ha puntata. Io mentre stavo per fare lo scatto per andare avanti ho estratto l’arma ed ho esploso un colpo (…) per paura”, aveva dichiarato l’agente, sostenendo di aver agito per legittima difesa. Una versione che il collega presente in quel momento aveva confermato come teste. Dai primi esiti dell’autopsia, effettuata il 3 febbraio, non erano però emersi elementi decisivi per avvalorare in pieno né la tesi della legittima difesa, sostenuta dal legale dell’agente Pietro Porciani, né quella dell’omicidio prospettata dai difensori dei familiari della vittima, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli. È stato accertato che Mansouri non era né di schiena né pienamente frontale, ma con la testa lievemente girata a sinistra, e che il colpo sarebbe stato esploso da circa venti metri di distanza.

“Come diciamo dall’inizio, molte persone, alla fine di questa vicenda, dovranno chiedere scusa alla famiglia Mansouri. Molte, molte persone dovranno scusarsi anche tra i giornalisti e opinionisti. Noi attendiamo fiduciosi”, hanno dichiarato i legali della famiglia.

Aperto anche un fascicolo per falso ideologico

Parallelamente, la Procura ha aperto un ulteriore fascicolo autonomo con l’ipotesi di falso ideologico su un verbale di arresto redatto nel 2024 a carico di un 20enne tunisino, poi assolto, sempre dal poliziotto oggi indagato per l’omicidio del 28enne. L’inchiesta entra così in una fase cruciale, con nuovi interrogatori e accertamenti destinati a chiarire dinamica, responsabilità e gestione dei soccorsi in quei concitati minuti nel boschetto di Rogoredo.

LEGGI TUTTE LE NOTIZIE DELLA SEZIONE MILANO