Pd, l’invito dei segretari da Milano e dalla Lombardia a Matteo Renzi è a prendere tempo
L’invito dei segretari da Milano e dalla Lombardia è a prendere tempo. Con le dimissioni di Matteo Renzi nell’aria, dal Pd che ha performato meglio in tutta la Nazione arriva un invito a “ragionare” e a non fare tutto da solo, come il segretario è abituato a fare. “La decisione deve essere presa in maniera ponderata e con la dirigenza”, afferma il segretario lombardo Alessandro Alfieri, che nonostante la debacle, ha almeno la consolazione di poter portare ora la sua voce anche in Senato a Roma.
Ed è proprio questo il punto su cui si può leggere tra le righe un invito: ascoltare quello che dice Milano. Lo ha ribadito il segretario metropolitano Pietro Bussolati sciorinando i numeri: “Il Pd raccoglie in media il 23 per cento dei consensi a livello metropolitano e in città è il primo partito con il 27 per cento. Il Pd e +Europa pareggiano nel capoluogo lombardo il risultato di Lega e Movimento 5 Stelle”. Per questo motivo dovrà essere – finalmente – proprio Milano il “laboratorio del riformismo e l’argine al populismo”.
Proprio la città dove ha la sua sede principale la Lega di Matteo Salvini. Altri numeri fanno riflettere: “Il Pd ha preso 20mila voti in più rispetto alle comunali del 2016”. Questo non vuol dire “stringersi nel proprio recinto” ma “allargare verso fasce popolazione che non siamo riusciti a convincere”. Ad esempio le periferie e le valli più recondite di una regione grande come uno stato medio d’Europa.
Ad Alfieri qualcuno ha fatto la domanda diretta: “Non crede che a questo punto Milano debba farsi sentire di più, visto che ha fatto il risultato migliore?”. Ma la risposta di Alfieri è pacata: “Milano e la Lombardia si fanno sentire coi fatti e con la forza dei risultati. Non con la voce”. Continuare a lavorare sui territori per allontanare l’ipotesi dimissioni. A ogni livello.
E anche i renzianissimi ora fanno un’analisi: “Il risultato di oggi è il rovescio della medaglia di quello delle Europee: allora vincemmo di tanto e in modo inspiegabile. Oggi perdiamo di tantissimo e nessuno se lo aspettava”. Ma a parte le constatazioni al segretario si rimprovera quello che normalmente sarebbe una dote: il suo senso del dovere. La sua obbedienza (a sé stesso). Perché dopo quelle Eruopee si sarebbe dovuto batter cassa. Andare a elezioni e magari rimandare o evitare il referendum. “A quest’ora staremmo ancora governando”, riflette qualcuno.
Ci sono poi i più pessimisti, raccolti al comitato di Giorgio Gori, che si chiedono: “Ma il Partito Democratico, dopo, ci sarà ancora?”. Lo sconforto e il punto interrogativo è anche – e soprattutto – negli occhi di chi da domani e magari per la prima volta dovrà sedere su uno scranno del Parlamento.
