Milano
"Piano Casa, Milano si è di nuovo fatta Stato per affrontare l'emergenza. Ma serve una svolta nazionale: sia istituito un Ministero per le città"
Intervista all'assessore al Bilancio del Comune di Milano Emmanuel Conte, regista del Piano straordinario casa che ha l'obiettivo di mettere a disposizione 10mila alloggi a prezzi sostenibili per il ceto medio cittadino

Emmanuel Conte
"Piano Casa, Milano si è di nuovo fatta Stato per affrontare l'emergenza. Ma serve una svolta nazionale: sia istituito un Ministero per le città"
La sfida è imponente e ambiziosa. Ed è lanciata al cuore di quella che è una delle emergenze più grandi a Milano: quella abitativa. L'assessore al Bilancio Emmanuel Conte si è preso carico dell'obiettivo di mettere a disposizione ben 10mila alloggi da dare in affitto ad altrettanti nuclei familiari cittadini. E' questo il cardine del Piano casa varato dal Comune e rivolto al ceto medio. Quei lavoratori che guadagnano tra i 1.500 ed i 2.500 euro al mese, non sono poveri, ma sono quelli il cui potere di acquisto è stato maggiormente eroso dall'impressionante mismatch tra costo dell'abitare e stipendi. Un problema non solo milanese. Ed anzi, europeo. In attesa di soluzioni sistemiche e strutturali, come da tradizione, a Milano c'è chi si è rimboccato le maniche per iniziare a trovare soluzioni. E salvarsi da sé.
"Milano, come spesso è avvenuto nella sua storia, si è fatta Stato ed ha adottato un suo Piano, in completa solitudine istituzionale, a livello nazionale, ma in sintonia con le direttive dalla commissione Casa del Parlamento europeo", commenta Conte ad Affaritaliani.it Milano. Il target è "garantire un costo dell’abitare che non superi un terzo del proprio stipendio". Ma non basta. Servirebbe un cambio di passo anche a livello nazionale. Per questo l'assessore rilancia una suggestione forte: "L’istituzione di un Ministero per le città perché riassuma e rilanci l’esperienza fatta, negli anni Ottanta con il Ministero delle Aree Urbane, carica ricoperta per primo dal sindaco di Milano Carlo Tognoli. Un nuovo Ministero non per affermare un privilegio, "ma come condizione per il funzionamento della democrazia urbana". Perché "una città che gestisce un bilancio da oltre 4 miliardi di euro non può essere governata con le stesse regole di un piccolo comune e non può procedere inseguendo le emergenze". L'INTERVISTA
Piano straordinario casa del comune di Milano, partiamo dal cronoprogramma: come illustrato nell’incontro del 22 gennaio, a febbraio dovrebbero essere varati i bandi per Bovisasca, San Romanello e Sant’Elia, seguiti a marzo da Zama-Salomone e Porto di Mare. A che punto siamo?
Il cronoprogramma è confermato. In queste settimane siamo nella fase di messa a punto dei primi bandi su Bovisasca, San Romanello e Sant’Elia. Seguiranno poi Zama-Salomone e Porto di Mare, l’area più grande del Piano. Parliamo di circa 3.500 alloggi potenziali, che vogliono essere il segno di una nuova presenza pubblica sull’abitare per il ceto medio.
L’emergenza abitativa per il ceto medio è una sfida non solo milanese ma nazionale ed europea. Due riflessioni: quali politiche macro territoriali vorrebbe vedere attuate per contrastare il fenomeno? La crisi nasce dall’aumento del costo degli alloggi molto più significativo di quello degli stipendi: il problema è il mercato immobiliare o il mercato del lavoro?
Si, questa crisi non è solo milanese, ma italiana e europea; quindi, la risposta non spetta ai cittadini né può essere affidata alla capacità dei Comuni. E Milano, come spesso è avvenuto nella sua storia, si è fatta Stato ed ha adottato un suo Piano, in completa solitudine istituzionale, a livello nazionale, ma in sintonia con le direttive dalla commissione Casa del Parlamento europeo, presieduta dall’onorevole Irene Tinagli e con il commissario Jorgensen. Ma non basta, servono norme nazionali innovative di finanza e di sistema, un piano e un’autorità di Governo del settore, decisivo non solo a fini sociali ma anche per lo sviluppo economico e la vivibilità della città. Ripropongo, come ho già fatto mesi fa, l’istituzione di un Ministero per le città perché riassuma e rilanci l’esperienza fatta, negli anni Ottanta con il Ministero delle Aree Urbane, carica ricoperta per primo dal sindaco di Milano Carlo Tognoli. Un segnale di visione, oggi abbiamo bisogno della stessa ambizione e dello stesso coraggio istituzionale.
Quali sono le cause?
Quanto alle cause va preso atto che sono strutturali e perciò politiche, sono il frutto velenoso della mancanza di una politica dei redditi, in Italia fermi da troppi anni. È lì che nasce lo squilibrio. La crisi del mercato immobiliare e quella del lavoro si intrecciano, ma il punto centrale è che troppe persone oggi fanno più fatica a vivere nella città in cui lavorano. Comunque, quali che siano le cause, c’è un limite oltre il quale non si deve andare. Milano può fare la sua parte anche sul lato dell’offerta abitativa, ma se non riapriamo una nuova stagione di politica dei redditi e di valorizzazione del lavoro urbano continueremo a inseguire gli effetti senza risolvere le cause.
A Milano il 20% delle abitazioni è sfitto: come si è arrivati a questo dato, paradossale se si pensa al bisogno abitativo esistente?
Anche se il dato va letto con attenzione, ci segnala che non siamo solo di fronte a un problema di offerta, ma di fiducia e di convenienza. Servono garanzie per i piccoli proprietari, incentivi fiscali per chi affitta a canone calmierato e, parallelamente, strumenti fiscali che scoraggino l’immobilizzazione speculativa. È una leva che può attivare solo il Governo, mettendo in condizione le grandi città di concorrervi con propri interventi di accompagnamento e garanzia. Quello dell’abitare è un diritto che va garantito a tutti, va inteso come funzione di integrazione sociale. Per cui va garantito in base al bisogno, che, oggi, a Milano, più che per le case popolari, riguardano l’accessibilità alla casa per la fascia di reddito fra i 1500 e i 2500 euro al mese. Per cui l’obiettivo è garantire un costo dell’abitare che non superi un terzo del proprio stipendio. È il motivo per cui abbiamo scelto una strategia d’impatto sociale: smettere di vendere patrimonio pubblico, recuperare quello esistente, acquistare immobili da altri enti pubblici e rimetterli rapidamente sul mercato a canone calmierato.
Su Affaritaliani.it Milano abbiamo sostenuto un po’ provocatoriamente che esiste un diritto all’abitare, ma non all’abitare in centro: ma come si può riuscire a far sentire più milanesi anche coloro che vivono nelle zone periferiche, nei Comuni di prima fascia o nell’hinterland?
Il diritto ad abitare non può essere condizionato dal dove, centro e zone periferiche sono parti complementari della città, e vanno integrate tra loro con i servizi, con il trasporto pubblico, con il welfare. La storia di Milano ci insegna che non è centrale l’abitare, ma il vivere, Il nostro Piano casa non prevede solo alloggi, ma servizi di prossimità, scuole, mobilità, verde pubblico. Non si ferma ai confini fisici del Comune, guarda a confini più vasti, a partire da quelli della città metropolitana che esprime una caratteristica storica di Milano, il policentrismo. Abitare significa vivere in quartieri connessi, accessibili, inclusivi e il Piano Casa in questo senso è anche una politica di coesione urbana e metropolitana. Milano deve essere il motore, non il confine. Stiamo lavorando insieme ad alcuni sindaci della prima cintura per costruire un’offerta coordinata di abitare accessibile, con standard comuni di qualità, servizi e mobilità. Non si tratta di delocalizzare il problema, ma di costruire un sistema metropolitano dell’abitare. Il futuro dell’abitare non è dentro o fuori Milano, ma nella cooperazione tra Comuni. Se non governiamo insieme il mercato, sarà il mercato a governare noi.
C’è un punto di sintesi possibile per Milano tra ambizione a mantenere una marcata attrattività internazionale e sostenibilità per tutte le fasce della popolazione?
Sostenibilità e attrattività non sono alternative, sono due facce della stessa medaglia, di cui Milano è stata un prototipo, sempre in sperimentazione, di valore europeo e deve continuare ad esserlo, come sta dimostrando con le Olimpiadi
Costruttori e stakeholder condividono gli obiettivi di fondo e lo spirito del piano casa o, essendo portatori di altri interessi, con loro è necessario attivare processi di mediazione, trattative, compromessi?
Il Piano Casa non è una trattativa, è una scelta programmatica e operativa e tale sarà nel rispetto delle regole, compresi diritto di superficie gratuito, canoni calmierati, che sono obiettivi verificabili. Il pubblico deve tornare a esercitare una funzione di indirizzo e di controllo; le partnership funzionano se l’interesse generale è esplicito e misurabile.
10mila alloggi in dieci anni, partnership pubblico privata, forte regia pubblica ed altre intuizioni forti come l’acquisizione di alloggi da altri enti pubblici: con la strategia legata al piano casa il Comune di Milano esprime non solo un progetto ma una visione di futuro della città. Di quanti e quali altri piani straordinari avrebbe bisogno Milano per immaginare il suo domani?
Il Piano Casa esprime una politica negli obiettivi, per le esigenze del ceto medio; e nella visione, per rendere organiche e coerenti le scelte dell’abitare perché da esse dipendono anche occupazione, lavoro, imprenditoria e modelli di vita. È improprio parlare di un piano straordinario per l’autonomia delle città, per la mobilità metropolitana, per la transizione ecologica. Vuole e deve rappresentare per Milano un modo di governare in continuità. Qui sta il punto politico: una città che gestisce un bilancio da oltre 4 miliardi di euro non può essere governata con le stesse regole di un piccolo comune e non può procedere inseguendo le emergenze. Per questo continuo a sostenere la necessità di un Ministero delle Città ovvero non come privilegio, ma come condizione per il funzionamento della democrazia urbana.
Declinando questa riflessione in chiave più politica, quali ritiene siano i temi su cui la sua lista e la maggioranza nel suo complesso devono maggiormente insistere in chiusura di mandato e per impostare la campagna elettorale?
Si deve governare la complessità senza rinunciare alla visione. La casa e la cura della città sono la condizione per garantire coesione sociale, diritti e sviluppo. Anche la sicurezza va affrontata in questa prospettiva: non come risposta emergenziale o solo repressiva, ma come presenza organizzata e stabile delle istituzioni nei quartieri. Serve un coordinamento permanente tra forze dell’ordine locali e nazionali. Una regia unitaria che unisca prevenzione, presidio urbano e servizi. Perché una città più giusta nell’abitare deve essere anche una città più sicura.












