Mi mancherete Brünnhilde, Siegfried, Siegmund, Sieglinde, Alberich, Mime, Fricka, Hagen, Donner, Froh, Freia, Loge, Fafner, Fasolt. Erda, Woglinde, Wellgunde, Flosshilde, Gerhilde, Ortlinde, Waltraute, Schwertleite, Helmwige, Siegrune, Grimgerde, Rossweisse. E anche tu, Wotan, Dio delle stragi, che avresti bisogno di farti vedere da Siegmund (pardon, non questo, quell’altro, quello senza la e, Sigmund, quel dottore di Vienna, sì Freud…). Ma anche Grane, il cavallo, e Notung, la spada. È il primo Das Ring des Nibelungen (L’anello del Nibelungo) del vostro cronista (aveva visto più volte le quattro opere, ma singolarmente, non legate nell’insieme unitario), che adesso, in piena crisi di astinenza cerca di raccontare quello che significa assistere a un Ring sequenziale; 16 ore di musica nell’arco di 6 giorni, come voleva quel pazzo visionario del suo creatore (musica, testo, scenografia) Richard Wagner.
Significa farsi prendere dalle onde alte e lunghe del mare di notte, venire trasportati al largo e lì essere insieme sballottati e cullati da un fluire musicale senza fine, senza pause, un continuum che dà insieme allucinazioni e lampi di lucidità. Significa immergersi in un unicum della creazione artistica di tutti i tempi. Impossibile raccontare nel dettaglio tutta la materia musicale e drammaturgica di questo immane capolavoro. Citerò solo il momento a mio parere musicalmente più alto del ciclo: il primo atto di Die Walküre, un duetto d’amore lungo quasi un’ora – interrotto solo nella parte centrale dall’ingresso del marito di lei – che inizia quando Siegmund e Sieglinde si incontrano e timidamente cominciano a conoscersi, con la sublime trama cameristica prima dei violoncelli poi di tutti gli archi con gli innesti di clarinetto e oboe, ad accompagnare il lento riconoscimento amoroso intorno ai minuti 7-12 (questo è per chi pensa che Wagner sia solo incitazione all’invasione della Polonia, vero Woody Allen?) Poi arriva:
“Winterstürme wichen Si è arreso il gelo
dem Wonnemond, al chiaro tepore,
in mildem Lichte in mite chiarore
leuchtet del Lenz maggio risplende”
iniziato dal dolce canto di Siegmund che diventa duetto fino all’esplodere della passione tra i due, riconosciutisi fratelli gemelli, che decideranno — violando il tabù dell’incesto — di lasciare un segno umano delle loro vite mortali, una continuazione che avrà il nome di Siegfried. Musica sublime, teatro sublime. E sublime la Sieglinde di Vida Miknevičiūtė, quarantaseienne soprano lituano di grandezza assoluta, capace dei vibrati dolci e luminosi di una Schwarzkopf e insieme di acuti dalle lame d’acciaio di una Nilsson.
A parte la divina Miknevičiūtė, compagnia di canto di livello mediamente alto. Eccellente il Wotan dalla voce chiara e scolpita di Derek Welton. Commovente nella sua vocalità limpida e morbida il Siegfried di Klaus Florian Vogt. Luminoso David Philip Butt nella parte di Siegmund. Potente e lirica, scenicamente magnetica, la Brünnhilde di Camilla Nylund. Menzioni d’onore per una magnifica Christa Meyer nella parte di Erda e una stellare Nina Stemme in quella di Waltraute. Günther Groissböck è convincente nella parte oscura e cattiva di Hagen. E poi Okka von der Damerau come Fricka, Olga Bezsmertna come Freia, Yongmin Park come Fasolt e un Ain Anger che nella parte di Fafner riscatta la pessima prova del Simon Boccanegra di due anni fa. Ma è impossibile citarli tutti (la produzione ha impegnato complessivamente 33 cantanti) ; chiudiamo l’elenco con l’unica italiana nel cast, Francesca Aspromonte che ha interpretato con sicurezza e freschezza la parte dell’uccellino del bosco in Siegfried.
Infine il Coro istruito da Alberto Malazzi: delle quattro serate è presente solo nell’ultima, il Götterdämmerung (Il crepuscolo degli dei), con interventi incisivi e scolpiti che fanno capire quanto giusto sia stato il recente riconoscimento come miglior coro dell’anno assegnato agli Oper! Awards dei critici musicali tedeschi.
La direzione d’orchestra. Il vostro cronista ha assistito al secondo ciclo, quello diretto da Simone Young, seguito al primo diretto da Alexander Soddy (esperienza forse unica a livello mondiale quella del doppio Ring, nata dopo il gran rifiuto di Christian Thielemann). L’esordio della direttrice australiana è stato faticoso, il primo quarto d’ora del Rheingold ha visto gli ottoni in difficoltà, palesemente fuori registro, per usare una metafora tipografica ; poi progressivamente l’orchestra ha ritrovato il suo equilibrio naturale. La sera dopo, in Die Walküre, l’organico scaligero era letteralmente rigenerato e fino alla fine del ciclo si è mantenuto sui livelli di eccellenza che gli sono propri. Se, a quanto si è letto, Soddy sceglie tempi spesso spediti e sonorità muscolari, Young opta per una lettura più densa, corposa, avvolgente, con un’orchestra calda e compatta che esalta più la dimensione spirituale e intimistica rispetto a quella dell’azione.
La regia, infine, affidata a uno dei registi più inventivi degli ultimi decenni, David McVicar. Il vostro cronista non ama particolarmente il genere fantasy, né in libro né al cinema: e qui si ritrova in piena saga nordica interpretata con il linguaggio visivo tipico del fantasy, rutilante di forme mostruose e deformate, con grandi sculture che oscillano tra l’incompiuto di Mitoraj (belle!) e il caricaturale di certi mascheroni del carnevale di Viareggio. Regia che si limita a raccontare ciò che accade cercando di far capire gli ardui intrecci (e, intendiamoci, non è poco), agli antipodi da certe esasperazioni intellettualistiche del regietheater di matrice tedesca. Ma noi preferiremmo, a fronte di tali complessità di trame e concetti, una sottrazione minimalista. O soluzioni come la meravigliosa macchina scenica inventata da Robert Lepage (24 piattaforme mobili indipendenti, con proiezioni video) per Die Walküre al Metropolitan di New York del 2011, con un prodigioso Jonas Kaufmann giovane, alla quale il vostro cronista ebbe la fortuna di assistere.
Però almeno due scelte registiche e scenografiche ci sono piaciute molto: i mimi che interpretano i cavalli indossando trampoli snodabili che consentono armoniosi movimenti aerei, e l’idea del danzatore che alle prime battute del Rheingold e alle ultime del Götterdämmerung interpreta l’oro, continuando a danzare come fosse un’onda del Reno anche dopo che l’ultima nota si è fatta silenzio: magico momento di teatro.
A livello di cronaca, prima dell’ultimo atto di Die Walküre il sovrintendente Ortombina ha chiamato sul palco Fabrizio Meloni, mitico primo clarinetto dell’orchestra scaligera, che va in pensione dopo 42 anni di straordinario servizio. Applausi che non finivano più per un artista di altissimo profilo che è stato protagonista della vita scaligera per ben quattro decenni.
Domenica 16 marzo 2026, ore 23 e 21 minuti. Il Ring è finito. Comincia la crisi di astinenza. Mi mancherete, uomini e dei dai nomi impossibili, storie assurde, intrichi di trame che solo un dio pazzo di nome Richard Wagner poteva immaginare. Spero proprio che nell’ignoto avvenir del mio destino (citiamo Verdi, sennò in mezzo a tutto questo Wagner nostro padre Giuseppe si potrebbe offendere) ci sia spazio per altri Anelli!

