Non è più soltanto la dinamica dello sparo nel boschetto di Rogoredo a tenere banco. Ora il punto è un altro, più delicato e potenzialmente più ampio: dentro il commissariato Mecenate, in molti sapevano dei metodi di Carmelo “Luca” Cinturrino. Lo dicono i verbali, lo suggeriscono i racconti dei colleghi, lo conferma il clima che emerge ora, a distanza di settimane dall’omicidio di Abderrahim Mansouri. Il tema diventa così non solo cosa sia accaduto il 26 gennaio, ma cosa accadeva prima.
“In commissariato si parlava”: i metodi, il martello, i sospetti
Dalle testimonianze raccolte emerge che di Cinturrino si discuteva. Si parlava dei suoi “schiaffi”, del martello che portava con sé nei controlli nel boschetto di Rogoredo, delle pressioni sui tossicodipendenti per farsi indicare nascondigli di droga o consegnare denaro. Il soprannome “Thor” non nasce per caso. Il martello, nascosto nella manica del giubbotto, veniva tirato fuori rapidamente. Secondo alcuni colleghi, veniva usato per intimidire, a volte per colpire. Cinturrino, dal canto suo, ha sempre negato di aver fatto “cose illegali” o di aver preso soldi.
Eppure nei verbali si legge che alcuni agenti avevano notato anomalie: sequestri di denaro di cui poi non compariva il verbale, spacciatori che, fermati da altre pattuglie, facevano riferimento a modalità già adottate “con Luca”. Un pusher avrebbe detto: “Vi do tutto come facevo con Luca”. Un altro avrebbe parlato di soldi consegnati per evitare l’arresto. Voci. Racconti. Sospetti. Ma nessuna segnalazione formale.

Il silenzio dei colleghi: paura, spirito di corpo o sottovalutazione?
Il punto centrale ora è questo: perché nessuno ha parlato prima? Nei verbali si legge che alcuni colleghi preferivano non lavorare con lui. Qualcuno avrebbe chiesto di non essere assegnato ai servizi insieme a Cinturrino. Altri raccontano di aver percepito un atteggiamento aggressivo, dominante. Eppure non risultano denunce interne precedenti. Il caso apre una frattura anche culturale. In Italia – ricordano alcuni osservatori – esiste una forte solidarietà interna tra appartenenti alle forze dell’ordine. Una dinamica che rende difficile isolare un collega. Ma qui il tema è più delicato: se davvero “molti sapevano”, come emerge ora, perché tutto è rimasto confinato a conversazioni informali?
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Cinturrino e la capacità di “trovare droga non c’era”
Tra i passaggi più inquietanti emersi nei racconti c’è l’episodio della morte per overdose di un giovane tunisino nel maggio 2024. In quella circostanza, Cinturrino si sarebbe assentato per accompagnare un collega a recuperare 20 euro dalla custodia del cellulare del ragazzo poi deceduto. Il verbale sarebbe stato poi ritenuto falso da un giudice. Altri dubbi riguardano la gestione dei sequestri. Un agente racconta che, quando si parlava di soldi presi durante i controlli, non sempre vedeva poi il relativo verbale. Un altro ricorda che Cinturrino aveva la capacità di “trovare droga dove non c’era”, mentre altri colleghi non rinvenivano nulla. Sono elementi che, presi singolarmente, possono apparire marginali. Ma messi insieme disegnano un quadro fatto di anomalie ripetute.
Un ulteriore elemento riguarda le ore successive allo sparo. Alcuni colleghi riferiscono che Cinturrino avrebbe invitato a mantenere una linea comune nella ricostruzione dei fatti. Non emergono minacce esplicite, ma una pressione costante. Le carte raccontano di un clima in cui si sapeva, si mormorava, si evitava di esporsi. Un contesto in cui metodi discutibili sarebbero stati conosciuti ma non formalmente denunciati. E questo apre inevitabilmente a nuovi e ulteriori interrogativi.

