Di Anna Gaudenzi
@anna_gaudenzi
La storia d’amore per eccellenza messa in scena senza un filo di passione. Non un abbraccio, non un bacio tra Violetta e Alfredo, i due protagonisti della Traviata. Desta quantomeno perplessità la scelta della regia di Dmitri Tcherniakov di non far quasi mai avvicinare i due amanti sul palco che rimangono quasi sempre chiusi in loro stessi, concentrati sulla loro parte.
Un esempio su tutti la scena finale dove la bella Diana Damrau, che veste i panni di una bionda Violetta, muore. Alfredo (interpretato dal polacco Piotr Baczala) non la tocca mai, non l’abbraccia. Mentre lei soffre lui si occupa di mettere i fiori in un vaso o di scartarle un regalo. Poi lei muore e Alfredo se ne va, (cacciato da una onnipresente Annina) quasi indispettito. Ma tutto lo spettacolo portato in scena per la Prima della Scala, è costellato da elementi distraenti che contribuiscono ad allontanare il pubblico. E così, l’opera del pianto per eccellenza (tutti ci eravamo portati i fazzoletti) non commuove. E non commuove perché manca uno degli elementi fondamentali della trama: la passione.
Il nuovo allestimento della Traviata porta in scena una società moderna, contemporanea. Violetta è una escort dei nostri giorni, vestita in modo un po’ cafone come tutti gli invitati. Non mancano piume, merletti, penne da indiano, uomini a torso nudo con cappello alla marinara, luccichii e montagne di alcolici. Il kitsch è l’elemento predominante e, in effetti, le scene del brindisi e della festa a casa di Flora, non possono che ricordare i party dei nostri politici travestiti da maiali o da Batman. Se nel primo e nel terzo atto ci troviamo in un ambiente contemporaneo, il secondo atto è ambientato in una campagna da inizio ‘900 con una Violetta sciatta, vestita da contadinella e indaffarata a fare la pasta in casa.
Insomma una regia poco azzeccata che non aiuta l’opera nella sua complessità. Damrau (Violetta) è brillante soprattutto nelle scene in cui è sola mentre in quelle in duetto risulta un po’ fredda. Anche Beczala (Alfredo) sembra un po’ troppo statico e mai completamente immerso nel ruolo. Più sincera e indovinata, invece, la performance di Zeljko Lucic che interpreta Giorgio Germont, il padre di Alfredo. Inspiegabile la presenza dei due servi Annina e Giuseppe. Perennemente (o quasi) in scena i due contribuiscono a distrarre lo spettatore che non capisce esattamente che ruolo abbiano.
Resta, a salvare lo spettacolo, la musica di Verdi, interpretata, questa volta con passione autentica, dal maestro Daniele Gatti.
