Si difende parlando di un malore improvviso il conducente del tram della linea 19 deragliato lo scorso 27 febbraio a Milano, finito contro un palazzo in via Vittorio Veneto causando la morte di due passeggeri e il ferimento di circa cinquanta persone. Davanti ai pm Elisa Calanducci e Corinna Carrara, l’autista ha respinto le accuse di omicidio colposo, lesioni colpose e disastro ferroviario, sostenendo di non essere stato al telefono al momento dell’incidente.
“Un malore prima della fermata saltata, mi sono svegliato solo dopo l’impatto”
“Ho avuto un malore prima della fermata saltata, quando il tram era in accelerazione. Non ero al telefono. Mi sono svegliato solo dopo l’impatto”, ha dichiarato durante l’interrogatorio, durato quasi due ore. La versione difensiva è chiara: una perdita di coscienza improvvisa che avrebbe reso impossibile qualsiasi intervento per evitare lo schianto.
Resta però centrale il tema della telefonata effettuata poco prima dell’incidente. Secondo quanto riferito dai legali, Mirko Mazzali e Benedetto Tusa, il tranviere avrebbe contattato un collega per segnalare un dolore e chiedere indicazioni su come comportarsi. “La chiamata sarebbe stata fatta da fermo”, spiegano i difensori, sottolineando come la conversazione effettiva sia durata “al massimo un minuto”, anche se dai primi accertamenti risulterebbe una durata complessiva di 3 minuti e 41 secondi. Un dato che, secondo la difesa, potrebbe essere dovuto al fatto che la linea è rimasta aperta senza che l’interlocutore riagganciasse.
“Un buco nero fino all’impatto”
La ricostruzione dell’autista parla di uno svenimento improvviso: “All’improvviso ha avuto come un buco nero e si è risvegliato dopo l’impatto”, spiegano i legali. Il conducente avrebbe riportato anche una lesione al piede, già certificata in ospedale. Ora saranno gli accertamenti tecnici e medico-legali a chiarire se il malore possa aver effettivamente determinato la perdita di controllo del mezzo e quindi la tragedia.

