L’aftermarket auto vale 31,2 miliardi e occupa 407 mila addetti, ma mismatch e forniture critiche frenano la crescita.
L’aftermarket auto italiano vale 31,2 miliardi di euro di valore aggiunto e occupa circa 407 mila lavoratori, ma la crescita del settore rischia di essere frenata dalla carenza di competenze, dalle tensioni sulle forniture e da una transizione tecnologica che molte imprese affrontano ancora con prudenza. È il dato centrale della ricerca “Il settore dell’Aftermarket dell’automotive in movimento”, realizzata dal Centro Studi Tagliacarne per la Camera di commercio di Modena, in collaborazione con la Camera di commercio di Torino e con il supporto di ANFIA.
Il tema è rilevante per l’intera industria automotive perché la filiera dei ricambi auto, della manutenzione e dei servizi collegati non è un comparto laterale, ma una parte strutturale dell’economia dell’auto. In una fase in cui il mercato del nuovo è condizionato da elettrificazione, costi industriali, regolamenti europei e pressione competitiva internazionale, l’aftermarket resta una delle aree più solide del sistema. Ma proprio per questo diventa anche un indicatore sensibile della capacità del Paese di accompagnare la trasformazione tecnologica senza perdere imprese, occupazione e know-how.
Secondo la ricerca, il comparto genera l’1,6% del valore aggiunto nazionale e l’1,5% dell’occupazione complessiva, con una produttività superiore del 3,3% rispetto alla media dell’economia italiana. La Lombardia guida la classifica per valore prodotto, con 8,8 miliardi di euro, pari al 28,2% del totale nazionale dell’aftermarket. Seguono Emilia-Romagna, con 4,3 miliardi, e Veneto, con 4,2 miliardi. Se però si guarda al peso della filiera sull’economia locale, emergono soprattutto Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto, mentre a livello provinciale spicca Modena, dove l’aftermarket arriva a pesare il 3,5% dell’economia del territorio.
Le aspettative per il 2026 mostrano un settore ancora dinamico. Il 24,8% delle aziende prevede un aumento del fatturato e il 36% stima un incremento delle assunzioni. Tuttavia, il problema principale è il mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Quasi sei imprese su dieci tra quelle intenzionate ad assumere segnalano difficoltà nel reperire le professionalità richieste. L’effetto più immediato rischia di ricadere sull’organizzazione interna: il 58,5% delle aziende prevede un sovraccarico del personale già presente, il 36,8% teme un freno alla crescita e il 32,1% segnala un aumento dei costi legati alla ricerca e alla formazione dei nuovi addetti.
Il nodo delle competenze è particolarmente delicato perché l’aftermarket sta cambiando natura. La manutenzione dell’auto non riguarda più solo componenti meccanici tradizionali, ma sempre più elettronica, diagnosi digitale, software, sistemi di assistenza alla guida, batterie e gestione dei dati del veicolo. È qui che la filiera deve decidere se restare agganciata al parco circolante attuale o prepararsi con maggiore velocità ai cambiamenti imposti dall’auto elettrica e dai veicoli connessi.
Al momento, però, la transizione verso l’elettrico non sembra essere percepita come un’urgenza dalla maggioranza delle imprese. Solo il 13,8% degli operatori prevede investimenti nell’elettrico entro il 2028, mentre l’11,8% li ha già effettuati tra il 2023 e il 2025. Il dato più significativo è che il 73,3% resta ancora concentrato sulla componentistica per auto a combustione. È una scelta comprensibile se si guarda alla composizione del parco circolante italiano, ancora fortemente dominato da motori termici, ma nel medio periodo può diventare un limite se la domanda di servizi e ricambi si sposterà progressivamente verso nuove tecnologie.
La pressione competitiva arriva anche dall’estero. Il 67% delle imprese dell’aftermarket esporta beni e servizi, confermando la vocazione internazionale della filiera italiana. Per il 2026, il 17,7% degli esportatori prevede un aumento delle vendite fuori dai confini nazionali. Allo stesso tempo, un’impresa su tre teme effetti negativi dai dazi imposti dagli Stati Uniti e, tra queste, il 56,3% valuta la ricerca di mercati alternativi. A pesare sono anche le possibili difficoltà di approvvigionamento: un’azienda su quattro teme problemi su materie prime e semilavorati critici, inclusi semiconduttorie batterie.
La tecnologia, almeno per ora, non viene letta solo come minaccia. Oltre il 40% delle imprese ritiene che nei prossimi dieci anni l’evoluzione tecnologica possa aumentare la propria competitività. Solo il 13,5% ipotizza una riconversione verso altri settori o mercati. Anche sull’intelligenza artificiale il comparto procede con cautela: il 16,9% usa stabilmente strumenti di IA, mentre il 28,5% prevede di farlo nel prossimo triennio. È un approccio graduale, coerente con una filiera fatta di molte piccole e medie imprese, ma che richiederà investimenti se l’obiettivo sarà mantenere produttività e presidio internazionale.
Il quadro che emerge è quindi quello di un settore solido, ma non immune da rischi. L’aftermarket sostiene occupazione, export e valore industriale, ma deve fare i conti con una trasformazione che coinvolge competenze, tecnologie, normative e catene di fornitura. Non sorprende che le imprese indichino come priorità politiche soprattutto agevolazioni fiscali e riduzione del costo del lavoro, citate dal 66,2% degli operatori. Seguono il contenimento dei costi energetici, indicato dal 27,7%, e i finanziamenti alla ricerca, segnalati dal 13,8%.
Per il settore automotive italiano, la sfida è evidente: difendere una filiera che oggi vale più di 31 miliardi, ma accompagnarla verso una nuova fase industriale. Il futuro dell’aftermarket non dipenderà solo dal numero di auto in circolazione, ma dalla capacità delle imprese di aggiornare competenze, prodotti e servizi in un mercato che sta cambiando più rapidamente rispetto al passato.
In Breve
Ricerca: “Il settore dell’Aftermarket dell’automotive in movimento”
Realizzata da: Centro Studi Tagliacarne per Camera di commercio di Modena
Partner: Camera di commercio di Torino, ANFIA
Valore aggiunto aftermarket: 31,2 miliardi di euro
Occupati: circa 407 mila
Imprese che prevedono fatturato in crescita nel 2026: 24,8%
Imprese che prevedono assunzioni: 36%
Imprese frenate dal mismatch: 36,8%
Imprese export-oriented: 67%
Quota imprese ancora concentrate sul termico: 73,3%
Provincia al top per peso locale: Modena, 3,5%

