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Politica
Berlusconi al Quirinale, tattica per portare i "dimaiani" dentro al Parlamento

Berlusconi, il Quirinale è già suo a prescindere da chi si siederà fisicamente

La candidatura dell’ex Cavaliere è data, ultimamente, per certa. Tutto legittimo, sia chiaro. Ma siamo sicuri che Berlusconi voglia davvero il Quirinale nonostante la sua insistenza sul piano politico come da narrazione degli ultimi giorni? Ragionandoci su. 

Sicuramente la storia politico-giudiziaria del fondatore di Forza Italia sarebbe, a seconda dei punti di vista, una base seria per cui riscattarsi oppure affossarsi. Stando alle evoluzioni ed alle interpretazioni, si tratterebbe comunque di una delle mosse (quella della auto-proposizione per il Quirinale) che apre a dinamiche difficili da decifrare, ma alquanto affascinanti. 

Il berlusconismo è da sempre improntato su tre fronti-obiettivo di cambiamento: giurisdizionale (separazione delle carriere tra PM e giudicanti in primis ma molto altro anche), politico-istituzionale (tendendo ad un “bipolarismo particolare” non tanto lontana dall’idea di prodiana memoria), economico (riforma fiscale e miglioramento del rapporto tra imprese e burocrazia). 

Andare al Quirinale significherebbe per Berlusconi una chiusura di carriera da fuochi d’artificio e che, al contempo, avrebbe dell’incredibile: colui che è stato più attenzionato dalla magistratura (quest’ultima, si ricordi, terzo potere dello Stato) diventerebbe il capo sella stessa secondo l’art. 104 della Costituzione italiana. 

Al netto del dato che la Carta fondamentale ci ricorda, i numeri disponibili e quelli eventualmente raggiungibili nei prossimi giorni, con una serie di accordi politici di “stabilizzazione” della legislatura, non deporrebbero contro la suggestiva Berluscon-serendipity.

Alcuni fatti serve premetterli. Renzi ha determinato l’arrivo di Draghi (la cui nomina in Banca d’Italia fu opera del Governo Berlusconi) non slacciandosi da quel che fu il “patto del nazareno”. Letta deve a Renzi l’appoggio per l’elezione alle suppletive per il Parlamento di qualche mese fa in Toscana e non può dettare alcuna linea in vista di una ipotetica quarta votazione senza coinvolgere Italia Viva-M5S o, assurdamente, almeno la Lega. Bersani e D’Alema (paradossalmente) avrebbero tutto l’interesse a ricostruire la sinistra sul vecchio mantra del “giaguaro- berlusconiano” mantenendo così accesa la “Speranza di Governo” per l’ultimo anno di legislatura e poi si vedrà. Salvini deve a Berlusconi, battute a parte, il mantenimento della scena nel centrodestra in funzione della cucitura dei rapporti d’area data la vita politica nel Governo Draghi. 

L’unica davvero convinta di Berlusconi al Colle parrebbe Giorgia Meloni che, in cuor suo, sa quanto sarebbe strategico costruire la destra di governo del futuro (nella sua idea liberale-conservatrice) mentre il fondatore storico dell’area si dedicherebbe ad incarnare l’imparzialità del Capo di Stato con l’effetto, non scontato, del ridimensionamento salviniano.  

Berlusconi al Quirinale come un cavallo di Troia per i franchi tiratori M5S

Ora, vero che il Movimento 5 stelle avrebbe dei franchi tiratori disponibili a votare Berlusconi ed a discostarsi dalla linea Conte nonché dalla storica impostazione grillina. Tuttavia il M5S, non dimentichiamolo, è proprio con Berlusconi che ha stabilizzato Roberto Fico alla Camera dando, contestualmente, il lasciapassare per la Casellati al Senato. 

In quella fase, però, gli attori dell’accordo erano diversi: Luigi Di Maio fu l’interlocutore principale anche per le trattative che portarono al famoso Contratto di Governo. È proprio su quest’ultimo passaggio che Berlusconi può trovare fertile il campo d’azione per giungere a conquistare il Quirinale con un intreccio politico magistrale. Anche se non è detto che, qualora valida quest’ottica di cose, voglia anche occupare il Colle. 

Se Berlusconi è fedele al proprio credo, mantenendo altrettanta fede rispetto alla fattibilità concreta dell’opera, allora, si starebbe costruendo l’immagine del cavallo di Troia nella cui pancia inserire, mascheratamente, l’area dimaiana del M5S che si atteggerebbe di fatto come i “franchi tiratori” andando a votare sottobanco Berlusconi alla prima chiama con l’effetto, però, di far capire al centrosinistra che per aumentare il quorum e arrivare alla quarta votazione con un po' più di chance per determinare il Presidente del futuro, deve dare una garanzia federativa: i fedelissimi di Di Maio dentro il Parlamento dei seicento che verrà.   

Per un’assurda creatività d’immaginazione (chissà fino a quanto poi) l’interesse della maggiorparte del Parlamento attuale è proprio Berlusconi il quale diventa garanzia imprescindibile per l’esistenza futura. 
Se l’idea suggestiva del cavallo di Troia risulta attendibile, ci saranno sì tanti fuochi incrociati per eleggere il Presidente della Repubblica, ma alla fine tutto si spegnerà in ragione del bene comune.  
E il voto del Senato di inizio legislatura ce lo insegna. A Berlusconi andrà bene così? 

Non si sa, ma di sicuro il Quirinale parrebbe già suo a prescindere da chi si siederà fisicamente. 
Il tutto, incredibilmente, grazie alla storia del voto di quel 4 marzo 2018 nato sulla scia dell’anti berlusconismo del primo Vaffa day. Per aspera ad astra

 

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