Dal film di Zalone a Trump, l'era del politicamente corretto è finita: perchè ora piace la comunicazione che punta allo stomaco prima che alla testa - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 14:42

Dal film di Zalone a Trump, l'era del politicamente corretto è finita: perchè ora piace la comunicazione che punta allo stomaco prima che alla testa

Non è un caso se una parte sempre più ampia dell’elettorato, sia in Europa che negli Stati Uniti, si sta spostando verso partiti nazionalisti e populisti. Non è un’onda improvvisa: è una corrente che aumenta anno dopo anno

di Enrico Verga

Il politicamente "diretto" è il nuovo mondo che vogliamo? Il commento

Il film Buen Camino di Checco Zalone ha venduto quasi 10 milioni di biglietti incassando oltre 75 milioni di euro, il più visto di sempre. Dall’altra parte dell’oceano un presidente americano tira dritto nelle sue scelte, malgrado le proteste delle sinistre. In Europa sempre più si affermano i partiti di destra con vocazione nazionalista. Intanto la disoccupazione tra i giovani occidentali cresce e la sovranità digitale italiana nazionale si erode. Tutti questi fattori, in apparenza lontani tra loro, sono correlati e spingono verso un nuovo modo di vivere la politica e la società? Forse è ora di parlare di “politicamente diretto”? Facciamo il punto.

La superficie del fenomeno: i film di Zalone

Il fenomeno del “politicamente diretto” appare quasi come l’apice di una piramide. Quello che si scorge con facilità è solo la parte emergente dalle sabbie del deserto, tutta da disseppellire.Ciò che si manifesta agli occhi nell’ultimo anno è una crescente freddezza delle persone verso quello che, nei decenni passati, è stato comunemente riconosciuto come l’agire in modo “politicamente corretto”. A questo concetto è stato associato forzosamente, in particolare con i mandati di Obama e Biden, il concetto di woke (risveglio). Dopo l’era di Bush junior, impegnato in guerre per il petrolio (rinominate “guerre al terrore”), Obama ha portato una ventata di benessere sociale, di visione positivista, pacifista (in apparenza) e una conferma che il modello di globalizzazione americana era ancora, pur dopo il crollo del 2008, sostenibile e apprezzato da ogni nazione del mondo.

Terminato il ciclo Obama, con il primo mandato Trump, ma soprattutto ora con il secondo mandato, pare che tutti i cittadini insoddisfatti, o intolleranti, verso un certo tipo di comportamenti politicamente corretti si siano apertamente mostrati. Un doppio “coming out” sia con scelte elettorali chiare, che con acquisti che favoriscono brand “non Woke”. Questo fenomeno del “politicamente diretto” non è nato con Trump, fermentava sotto traccia da anni.

Osserviamo il caso italiano. Già nel 2016, Checco Zalone, con circa 9,9 milioni di spettatori per il suo film Quo Vado?, fece un record. Il film era ricco di affermazioni, giochi e scherzi, che han connotato i classici cinepanettoni di vanziniana memoria. In Buen Camino si ironizza persino sulla tragedia di Auschwitz, una scelta di copione non da poco in questi anni. Chi sono coloro che guardano questi film? Su il Manifesto si suggerisce siano i cinquantenni con problemi alla prostata. 10 milioni di cittadini tutti uomini con problemi alla prostata è una stima probabilmente esagerata, stante i dati su questa patologia del ministero della salute. È ipotizzabile che i 10 milioni di italiani che han visto il film siano una parte della nazione (poco meno del 20%) che non ha particolare simpatia per il politicamente corretto. Il fenomeno Zalone aiuta a comprendere chi può aver votato, in Italia, per partiti con crescente vocazione populista o nazionalista, come la Lega e Fratelli d’Italia. Questa percentuale di italiani è isolata, nel contesto occidentale? Come si sono accresciuti questi cittadini negli anni? È solo una questione di politica e arte cinematografica o rappresentano la punta di una piramide molto più alta e strutturata?

La globalizzazione creatore delle fondamenta del “Politicamente diretto”

Nel 1986 Friedman, il padre del capitalismo moderno e fondatore del concetto di globalismo (il capitalismo americano esportato nel mondo post muro di Berlino), vergò un articolo sul New York Times discutendo dell’allora emergente concetto di Corporate Social Responsibility. Il titolo dell'articolo era emblematico: “La dottrina di Friedman: la responsabilità sociale dell’impresa è aumentare i suoi profitti”. Chiaro, diretto senza mezzi termini. In quegli anni si andava sviluppando una sensibilità ambientale. Un fenomeno in parte figlio di un sincero risveglio delle coscienze, parte un risveglio dei portafogli della grande finanza, forzata dai governi (ma da essi finanziata tramite tax break e altre soluzioni) ad adottare percorsi più “sostenibili”.

Quello che era nato come una coscienza sociale, motore di miglioramento della società e del mondo del business, è stato velocemente acquisito dai politici e adottato come strumento polarizzante per migliorare le performance elettorali. Dividere chi è cattivo e vuole inquinare da chi è per l’ambiente e per la globalizzazione buona (concetto poi sposato anche da Friedman) è divenuta una crescente strategia delle sinistre mondiali.

Ex comunisti ora globalisti

Per esportare il capitalismo nel mondo serviva un veicolo, un vettore. I partiti nazionalisti-repubblicani erano di matrice sovranista e il nascente globalismo aveva un “desiderio mondiale”. I figli della fallita “rivoluzione comunista globale”, orfani dei soldi sovietici e dei relativi ideali, si adattarono rapidamente a divenire evangelisti di questo nuovo tipo di religione economica. Ancora oggi, i principali difensori del globalismo sono i partiti di sinistra (oggi generalmente auto etichettatosi come democratici).

La stessa globalizzazione che oggi è messa, in apparenza, in crisi dalle scelte di Trump, appare essere una delle cause fondanti della genesi di fenomeni come Trump negli USA o delle destre populiste in Europa.

La globalizzazione venne promossa ai cittadini occidentali come il futuro manifesto che sarebbe stato abbracciato dalla comunità mondiale. In vero la globalizzazione non è stata altro che un fenomeno di valorizzazione della forza lavoro povera e analfabeta dei Paesi del terzo mondo. In apparenza a vantaggio del mondo occidentale, dove i posti di lavoro “sporchi” o richiedenti scarsa scolarizzazione, sarebbero stati esportati verso nazioni del terzo mondo, mentre in Occidente sarebbero rimasti solo posti economicamente e socialmente validi per una crescente popolazione scolasticamente avanzata (lauree, PhD ecc.). Come si può osservare dopo circa 30 anni di globalizzazione, l’esito finale di questo movimento economico-politico è tutt’altro che come venne venduto in origine.

Globalizzazione e politicamente corretto

Oggi ampie sacche della popolazione nativa occidentale, con titoli di studio avanzati, sono ai margini della società, e sono occupati, spesso con contratti intermittenti, in lavori a bassa scolarizzazione. Il fenomeno della gig economy, dei call center nel decennio scorso o dei centri di logistica per l’e-commerce di oggi conferma questo fenomeno.

D’altro canto, le popolazioni delle nazioni del terzo mondo, che hanno vissuto 30 anni di crescita economica grazie alle industrie occidentali, oggi hanno risalito la scala sociale e imperi come quello cinese, dopo aver acquisito tecnologie e modus operandi, hanno invertito il flusso di ricchezza.

In molti settori strategici per l’Occidente, come la sostenibilità, il trasporto elettrico, le tecnologie avanzate e le filiere relative (terre rare e minerali strategici), la Cina e la sua rete nazioni dove è leader, sono ormai tecnologicamente avanzati quasi come l’Occidente. In alcuni settori, come il solare, sono addirittura più avanzati.

Nell’ultimo decennio Obama-Biden, il movimento della Globalizzazione è sempre più messa in crisi dalle economie emergenti. Il modello economicamente insostenibile ha reso le popolazioni occidentali sempre più insofferenti a tematiche come l’esodo di aziende occidentali in Asia e la perdita di posti di lavoro. Le grandi multinazionali, sostenitorinaturali della globalizzazione hanno spinto le leadership Occidentali ad abbracciare non solo temi come la sostenibilità, ma anche ideali nuovi e più avanzati. Dalla DEI (Diversity, Equity, Inclusion) fino a questioni più particolari, conosciute solo da una minoranza della società civile, come l’identificazione del pronome con cui un individuo desidera essere chiamato o la sua espressione fisica (dall’identificarsi come un cane o una giraffa). Di fatto le grandi aziende, americane prima, europee poi, han creato e sostenuto contenuti con una forte polarizzazione e frammentazione della società civile. Una scelta, quella di “darsi un anima” che, stante le parole di Friedman sul NYT, non dovrebe competere le aziende.

Queste manifestazioni di una minoranza della società legate alla sessualità di ogni individuo (reale o percepita), diffuse in una piccola parte della società occidentale, hanno progressivamente raffreddato l’entusiasmo della maggioranza della popolazione verso questi temi. Fenomeni come le pubblicità gay o trans di McDonald’s, Bud e Harley hanno mostrato una chiara disconnessione dai rispettivi mercati di riferimento, causando in alcuni casi cali nelle vendite.

Sempre più, la globalizzazione, priva di motori di crescita reali come gli stipendi, ha fatto leva su questi valori sociali promossi da politici di sinistra, e le aziende con cui si erano avvicinati, per crear una società meno attenta alle necessità primarie care alla piramide di Maslow.

La piramide di Maslow e il ritorno del “politicamente diretto”

La piramide di Maslow è un modello che organizza i bisogni umani in una gerarchia: prima quelli fisiologici (cibo, acqua, riparo), poi la sicurezza (protezione, stabilità, salute), quindi appartenenza e affetto (relazioni sociali), stima (autostima, riconoscimento, status) e infine autorealizzazione (sviluppo personale e piena realizzazione di sé). L’idea è semplice: si tende a inseguire i bisogni “più alti” solo quando quelli di base sono almeno parzialmente soddisfatti.

Negli ultimi decenni, però, la globalizzazione ha progressivamente eroso proprio la base della piramide. Il potere d’acquisto è diminuito, i posti di lavoro stabili sono diventati più rari e il costo della vita ha continuato a salire. Il risultato è che una parte crescente della popolazione occidentale è tornata a concentrarsi su ciò che conta davvero quando tutto il resto vacilla: sopravvivere, proteggersi, sentirsi al sicuro.

La crisi del 2008 è stata uno spartiacque. Negli Stati Uniti, la bolla immobiliare e il collasso finanziario hanno reso evidente una verità che molti ignoravano: il credito al consumo non è ricchezza. È solo debito. E quando il debito non basta più a sostenere i consumi, la realtà torna a presentare il conto.

Negli anni successivi, una sequenza di shock ha rafforzato la stessa percezione anche in Europa: crisi del debito, instabilità energetica, rincari delle materie prime, pandemia. Il cittadino medio ha visto ridursi la propria capacità di spesa, mentre l’inflazione — e in generale il costo della vita — continuava a mordere.

Non si tratta, quindi, di un fenomeno esclusivamente americano. Anche in Germania, per anni considerata il cuore economico del continente, è diventato evidente che il modello basato su energia a basso costo e manodopera competitiva non era più sostenibile. Il rallentamento della produttività e le tensioni interne hanno incrinato l’immagine di un paese solido e impermeabile alle crisi.

E infatti i tedeschi, storicamente moderati, hanno iniziato a riempire le piazze. Gli agricoltori dell’Est Europa, colpiti duramente dall’impennata dei costi dei fertilizzanti dopo le sanzioni alla Russia, sono arrivati a protestare direttamente a Bruxelles. Nel Regno Unito, che ha progressivamente sacrificato industria e manifattura in favore della finanza, la situazione è ancora più evidente: fuori da Londra, il ceto medio si è impoverito e la precarietà è diventata una normalità.

Italia e Francia, pur con economie diverse, condividono lo stesso problema: una classe media sempre più fragile, costretta a contenere le spese e a ricorrere al credito per mantenere standard di vita che un tempo erano sostenibili. A tutto questo si somma un altro fattore: la pressione sociale (reale o percepita, a seconda dei paesi) dei flussi migratori. Da un lato i profughi ucraini — circa 9 milioni in tre anni — dall’altro i flussi continui dall’Africa e dal Medio Oriente, spesso legati a instabilità e guerre (in parte cagionate dagli Stati uniti e alleati europei).

In questo contesto, cresce una reazione politica ormai visibile in tutto l’Occidente. Una parte sempre più ampia dell’elettorato, sia in Europa che negli Stati Uniti, si sta spostando verso partiti nazionalisti e populisti. Non è un’onda improvvisa: è una corrente che aumenta anno dopo anno.

I partiti di sinistra, in particolare, sembrano pagare un prezzo alto. Sempre più spesso appaiono privi di risposte concrete sul piano economico e sociale, e perdono consenso proprio tra i loro elettori tradizionali: lavoratori, classe media, periferie.

Trump negli Stati Uniti, Salvini in Italia, Le Pen in Francia, AfD in Germania sono solo alcuni dei simboli di questo fenomeno. Il tratto comune è un messaggio diretto, semplice, spesso brutale: meno ideologia e più questioni pratiche. Stipendi, lavoro, sicurezza, confini, servizi pubblici. Il cittadino medio, stanco e impaurito, tende a premiare chi parla “chiaro” e promette soluzioni immediate, anche a costo di sacrificare sfumature e complessità.

È qui che si inserisce il ritorno del cosiddetto “politicamente diretto”: una comunicazione che rinuncia ai grandi valori astratti e punta a parlare allo stomaco, prima ancora che alla testa. Un linguaggio che riduce la politica a priorità essenziali, come se la società fosse tornata ai livelli più bassi della piramide di Maslow. È un fenomeno destinato a durare? Solo il tempo potrà dirlo. Ma una cosa è certa: oggi è in forte crescita, e non sembra affatto vicino a esaurirsi.

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