Sul vaccino anti Covid, sulla sua gestione in tutta Italia e sulla sua capacità reale di fermare l’epidemia, e su come saranno affrontate le conseguenze economiche e sociali di una pandemia che dopo un anno dilaga nel mondo, si misurerà la reale capacità del governo, la tenuta della sua maggioranza, quel che resta del rapporto dei cittadini con la politica e le istituzioni. Il Paese arranca, è in bilico, ma tiene. Resiste grazie alla Italia “migliore” formata innanzi tutto dai medici e dai sanitari in prima linea, dalla rete dei piccoli-medi imprenditori, commercianti, artigiani, partite Iva, dai lavoratori di ogni settore che tirano la cinta continuando a tirare la carretta.
Questa “Italia migliore” sarebbe stata comunque già travolta dalla sberla del Coronavirus e dallo tsunami abbattutosi sull’economia e sulla società in generale senza il perno politico-istituzionale rappresentato dal capo del governo. Si badi bene, non un premier figlio della politica e capo di un governo forte e coeso: tutt’altro! Tanto meno un esecutivo espressione di una maggioranza formata da partiti solidi e col vento in poppa dei consensi ben sapendo quanto siano divisi all’interno e fra loro Pd e M5S, con i primi inchiodati sul +1 e -1 e i secondi in caduta libera nei sondaggi.
Per non parlare delle sparate del mai domo Renzi contro l’esecutivo e il premier ben sapendo che il patatrac potrebbe sfociare nelle elezioni anticipate con la cancellazione di Italia viva dal Parlamento. Non solo: grazie alla vittoria dei Sì al referendum costituzionale nella prossima legislatura sarà operativo il taglio complessivo di ben 345 parlamentari (dagli attuali 945 a 600!) falcidiando gli attuali deputati e senatori che temono il voto più del Covid. Sul fronte dell’opposizione, il centrodestra fa come qual pugile suonato che sul ring si sbraccia a vanvera, mai colpendo l’avversario traballante, entrambi esausti, in attesa del gong. Dentro questo andazzo Conte dirige, o tenta di dirigere, l’orchestra.
Non usando un nodoso bastone ma tenendo nel fodero uno stiletto, peraltro, finora, senza neppure aver mai minacciato di usarlo affidandosi all’arte della mediazione, spesso ridotta a finzione. Fatto sta che la barca va perché, quanto meno nel palazzo e dintorni, sta bene così a tutti, o quasi. Insomma, Conte fa il battitore libero. Ruolo che gli riesce assai bene perché, tant’è ne dicano i 5Stelle, l’inquilino di Palazzo Chigi non ha alle spalle né una storia di partito, con militanza e tessere, e non ha nessuna intenzione oggi di appartenere ad alcun partito (esistente), M5S compreso. Ammesso che Di Maio (o chi per lui) e Zingaretti (o chi per lui) proponganoè Conte e solo Conte che dispone, che fa e disfa come gli pare e piace toccando agli altri, a tutti gli altri, mandar giù i rospi.
Qui siamo. Quelli del Pd e dei 5Stelle “se la cantano e se la suonano” ad uso propagandistico nella banalità del solito gioco al “più uno”. Da mesi e mesi, non c’è nessun asse politico che fa da perno all’azione del governo: l’asse politico è Conte, lui è il nocciolo, lui è la cabina di regia, il direttore d’orchestra, il dominus. Lo fa senza clamore, illudendo gli altri di contare e forse illudendosi di poter continuare così, come fossero tempi “normali” per l’Italia e per il mondo. Ma il tempo della normalità sta per scadere. Anzi è già scaduto da un pezzo. E se ci dovesse essere un intoppo sul vaccino o peggio, se il virus non si fermasse e se il Paese imboccasse il nuovo anno sprofondando ancor di più nel tunnel di una devastante crisi economica e sociale, allora anche Conte arriverebbe al capolinea, “nudo e crudo”.
Lasciando il M5S nelle nebbie delle sue elucubrazioni, cosa aspetta il Pd a fare una analisi politica sul perché l’Italia va così come va e ad avanzare una strategia, o uno straccio di strategia (di sinistra?) per il domani che è già oggi? Tant’è ne dica il dotto Massimo D’Alema, a sinistra non c’è oggi nessun “partito nuovo” da ricostruire sulla base ideologica-politica-organizzativa del fu Pci, partito in mano agli storici e non più ai politici. Da questo M5S integrato e ingessato c’è poco da tirar fuori avendo mancata in toto – come previsto – la rivoluzione annunciata. Si resti o si torni ai fatti, a questa Italia e a come (quali riforme? Chi paga di più? Chi deve avere di più? ) renderla pronta alla nuova rivoluzione socio-economica-culturale dello tsunami post coronavirus. Conte non è uomo da “cultura del muscolo”: sa bene che gli italiani sono “riformisti moderati”, non hanno mai digerito del tutto l’evoluzione democratica degli “ex” comunisti (il sogno del Pd partito a vocazione maggioritaria è svanito da un bel po’, inchiodato al 20%) e tanto meno concederanno altre chanches alle “sparate grilline” tesi a mettere le brache al Parlamento, a liquidare la politica.
Allora? Serve una nuova “discesa in campo”: non di Berlusconi. La discesa in campo che serve oggi all’Italia e che solo Conte può fare. Senza cattivi compagni di strada, senza ingombranti zavorre. Non c’è bisogno di un Napoleone. Serve un italiano di buon senso fra italiani che hanno voglia di rimboccarsi le mani. Vanno ricondotte in positivo quell’odio e quel disprezzo instillato dai 5Stelle contro lo stato, contro il Parlamento, le istituzioni, la politica. Il vecchio decrepito e corrotto regime dei partiti della prima Repubblica è stato sostituito da qualcosa di peggio che così non può durare. Aria nuova. Conte può giocare le sue carte. Qui e adesso. Non ci sarà una nuova possibilità.

