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Politica
L’Italia in “braghe di tela”. Politica, se ci sei batti un colpo

Impegnati nel rito degli auguri natalizi e abbagliati dalle luminarie delle feste gli italiani non si accorgono che, scherzando scherzando (si fa per dire), sta per finire il secondo decennio del Nuovo Millennio, per lo più in braghe di tela, e quel che è peggio, pessimisti sul futuro di un Paese in declino. Ha ragione il filosofo francese Alain Finkielkraut quando scrive: “Si stava meglio prima è una formula che ha il dono di irritare l’ottimista”, in riferimento a una Europa da oltre 70 anni “in pace” e senza più dittature, all’aumento della durata media della vita, alle scoperte scientifiche, alla rivoluzione tecnologica di internet ecc.

Fatto sta che in Italia nel 2018 si sono avute meno nascite di cento anni fa, cioè di quando nel 1918 ancora tuonava il cannone sul Monte Grappa e sul Piave e di quando 600 mila persone morivano nel nostro Paese per l’influenza “spagnola”. Questo dato la dice lunga sul vento che tira: è la punta dell’iceberg di una crisi vasta e profonda, anche culturale e morale, che mina la stessa identità e unità nazionale. Interrogarsi se è colpa della politica o dei cittadini riporta al refrain retorico se è nato prima l’uovo o la gallina. E’ un fatto che la politica della prima Repubblica, con i suoi errori e le sue contraddizioni, ha portato l’Italia dalle macerie della dittatura fascista e della Guerra  alla democrazia, allo sviluppo, al progresso, un Paese ai vertici mondiali. Politica che aveva commesso l’errore di occupare le istituzioni e invadere i poteri economico-finanziari e giudiziari: ma ciò stava bene a tutti, anche ai cittadini, perché alle leadership dei partiti e delle istituzioni venivano riconosciuti ruoli, valori, capacità, autorevolezza. Le stesse contrapposizioni politiche (DC-PCI) e ideologiche (comunismo-democrazia) erano considerate non negative, addirittura uno stimolo quando non un valore. Le divisioni, anche acute per la lotta di classe, non impedivano di mettersi tutti ai remi, per il bene comune. Poi, oramai da un quarto di secolo, un fallimento dietro l’altro, pur nell’altalena dei governi di centrodestra e di centrosinistra, col trattino o senza. Ciò nella ferrea logica del gattopardismo.

“La Seconda Repubblica italiana – ha scritto sul London Review of Books lo storico e saggista britannico Perry Anderson -  è un caso di trasformismo in grande scala: non un partito, non una classe, ma un sistema che si converte in ciò che voleva abbattere”. L’ultima conferma viene dal M5S, il movimento ispirato dal populismo di Grillo e gestito dalla Casaleggio&C con l’uso della piattaforma Rousseau intesa come toccasana della democrazia diretta, passato dall’antipolitica più intransigente e assurda e del “vaffa” contro il potere (degli altri) al trincerarsi poi dentro le stanze dei bottoni, cambiando con disinvoltura alleanze e programmi. I 5Stelle perdono pezzi con prossime emorragie verso destra e verso sinistra, con una sua frangia contro il governo e un’altra al di fuori, a sostegno e a garanzia di Conte e pronti anche a fare da embrione di un futuro partito dell’avvocato del popolo, anche se il premier è considerato organico al Pd. Oggi il governo Conte 2 regge perché il Partito Democratico (con l’incubo delle elezioni del 26 gennaio in Emilia Romagna) e il M5S (a rischio dissolvimento come partito) temono le urne: una iattura per il Pd ridimensionato con un futuro all’opposizione e per i 5Stelle, a rischio estinzione. Sul fronte opposto, il centrodestra non sta meglio, con Salvini indeciso sul che fare da grande, oggi a trastullarsi nel congresso della nuova Lega “nazionale” che fa notizia per i rantoli di Bossi; con la Meloni illusa sulla crescita di FdI a rischio “grippaggio” per la zavorra della “fiamma”; con Berlusconi costretto ad accettare la leadership del “Capitano” leghista solo perché oramai “cotto” e con Forza Italia con la spia rossa accesa.

A che santo aggrapparsi? E’ Giuseppe Conte la vera unica riserva, oltre che della vagheggiata nuova sinistra democratica, dell’Italia? Zingaretti s’attacca dove può aggrappandosi a ogni scialuppa: vede la linea governativa di Conte impregnata di quei caratteri del socialismo democratico di berlingueriana memoria e vagheggia una futura leadership dello stesso Conte in un Pd non più Pd. Si vedrà. In questa Italia, tutto e il contrario di tutto, può accadere. Fatto sta che il Paese è in stato di coma generale e non si vede come si possa andare avanti così con il premier che si barcamena fra le beghe del Pd e dei 5Stelle e la spada di Damocle di Renzi, che addirittura strizza l’occhio a Salvini – impelagato anche nelle beghe giudiziarie e assai poco convincente nei suoi tatticismi di un accordo bipartisan pro-Paese -  per andare al voto anticipato. L’ex Rottamatore vuole votare prima della riforma costituzionale perché con il taglio dei parlamentari molti dei suoi perderebbero lo scranno. Il leader leghista, da parte sua, non spinge più di tanto per il voto subito perchè non vuole fare lo sfascista e passare per quello del “tanto peggio tanto meglio”: ma per lui un incidente di percorso (magari provocato da Renzi) che metta ko l’esecutivo e chiami gli italiani alle urne in primavera, sarebbe manna dal cielo.

Per cui è facile capire come sia Salvini sia Renzi, alleati pro tempore giocando alla guerra, puntino alle elezioni. Qui siamo. Con un Paese sfiduciato, diviso e in riserva, con un sistema politico fragile e una classe politica inadeguata, di scarsa autorevolezza internazionale, non rispettata e amata dalla maggioranza degli italiani, riconosciuta solo dalle frange dei fan nella logica del potere per il potere. Nel Palazzo e fra i partiti ci si accapiglia sulla “fuffa”, anzi no: su scranni e strapuntini. Il domani è già oggi. Dov’è il confronto-scontro su un Progetto-Italia? Su un grande piano di investimenti pubblici con taglio di tasse e di spesa da sbattere autorevolmente e autonomamente sul tavolo a Bruxelles? L’Italia è l’unico Paese che ancora non è tornato ai livelli pre-crisi del 2007. Ecco.          

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