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Politica
La parabola di Conte e Salvini e la curva del populismo
Giuseppe Conte e Matteo Salvini (Lapresse)

Governo e populismo: i destini di Matteo Salvini e Giuseppe Conte

La doppia difficoltà di Salvini e di Conte (più del primo che del secondo, in verità) dovrebbe far riflettere sui destini del populismo una volta che la sua onda di piena sia passata e si tratti di cimentarsi con i più prosaici affanni della quotidianità politica. Si dirà che in difficoltà di questi tempi ci sono un po' tutti, e che nessuno dei leader di partito, anche tra quelli che appaiono più sulla cresta dell'onda, sta attraversando un prato fiorito. Del resto, basta misurare il tasso di astensionismo elettorale per avere contezza della profondità della crisi che la nostra democrazia rappresentativa sta attraversando. Eppure c'è qualcosa di peculiare che riguarda la parabola dei due leader più significativi del primo tratto di questa legislatura: Salvini e Conte, per l'appunto.

Il leader leghista è alle prese con il ''pasticciaccio'' del suo (mancato) viaggio a Mosca. Una missione di pace (?) immaginata nel piano di una guerra di aggressione e non coordinata con il governo di cui il leader leghista fa parte -sia pure per interposti ministri. Uno scivolone in piena regola a detta di tutti, e perfino ormai degli stessi esponenti dell'establishment del suo partito. Conte a sua volta si misura con le difficoltà del suo partito, chiamiamolo così. Che non sembra avere nessuna reale intenzione di far parte a pieno titolo - doveri inclusi - di una canonica coalizione di centrosinistra. Che sul territorio mostra i segni di divisioni e rivalità che il leader non riesce ad arginare. Che continua ad essere oggetto di una querelle giudiziaria che mette in questione perfino la titolarità del simbolo. E che soprattutto subisce un'emorragia di consensi ad ogni pur piccola prova elettorale.

Ovviamente le due storie sono assai diverse, e i loro destini possono variare di molto. Salvini può citare a suo favore numeri meno brillanti di qualche mese fa, ma pur sempre largamente superiori a quelli che alla fine della loro corsa gli avevano lasciato in eredità Bossi e Maroni. Tant'è che i mugugni interni non sono ancora esplosi in maniera troppo fragorosa. Conte a sua volta può poggiare la sua strategia di risalita sul proprio ancora cospicuo indice di popolarità, che lo pone tuttora nei rami alti della classifica di gradimento dei leader. E per quanto la sua sfida sembri impari al cospetto della profondità della crisi grillina, non si può dire che non abbia anche lui qualche freccia al suo arco.

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