Legge elettorale, si riaccende la partita delle preferenze. Giorgia Meloni resta cauta, ma il dossier avanza
Res publica res populi. Tradotto: la “cosa pubblica” è “cosa del popolo”. Ma non potrà essere davvero tale finché i cittadini non potranno tornare a scegliere direttamente i propri rappresentanti. È attorno alla linea di pensiero ciceroniana che si condensano, nelle ultime ore, le posizioni di diversi attori politici e culturali che – pur da posizioni e ruoli differenti – convergono su un punto: la necessità di riaprire la questione delle preferenze nella legge elettorale.
Un tema, questo, che torna a muoversi come materia incandescente sotto la superficie della politica italiana. È un dossier, del resto, che non conosce mai vera archiviazione, ma solo fasi di latenza e improvvise riemersioni, come correnti che riaffiorano quando il clima politico lo consente. Sul calendario incombe ancora un orizzonte elettorale non del tutto definito – tra una primavera 2027 evocata come possibile approdo anticipato e una scadenza naturale che riporterebbe il Paese all’autunno dello stesso anno – ma è già nella geometria delle regole che sembra si stia giocando una partita decisiva.
Nel dibattito che si va componendo, l’istituto della preferenza – che appartiene alla lunga storia della rappresentanza italiana e che oggi riemerge come una sorta di parola antica capace, però, di accendere sensibilità contemporanee – viene spesso evocato come un possibile punto di equilibrio tra rappresentanza e responsabilità.
L’idea di fondo è che un sistema elettorale realmente efficace debba non solo garantire governabilità, ma anche riavvicinare l’eletto al suo bacino territoriale, riducendo quella distanza che negli ultimi anni ha alimentato una crescente disaffezione nei confronti della politica parlamentare. Prime tra tutti, a spingere sul ritorno al sistema spazzato via da Berlusconi nel lontano 2006, sono state le voci di Nazione Futura, pensatoio dell’area conservatrice radicato nel dibattito culturale della destra e allo stesso tempo connesso ai territori politici della maggioranza.
Un’attività di pressione e di elaborazione – quella avviata dal think tank – letta da più osservatori come parte di una più ampia sensibilizzazione del dibattito politico, che vedrebbe un crescente interesse da parte di Fratelli d’Italia. Non è del resto un mistero che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni guardi con interesse all’ipotesi di un loro reintegro, in una cornice che da sempre appartiene anche alla cultura politica di Fdi.
E non è un dettaglio secondario che, in modo meno esplicito ma non meno significativo, anche settori del Partito Democratico non considerino l’idea come estranea o irricevibile. Sul piano degli equilibri interni alla maggioranza, la partita si gioca però su un terreno più complesso. Un’ala di Forza Italia mantiene infatti una posizione tradizionalmente fredda, quando non apertamente contraria, rispetto al ritorno delle preferenze, considerate un fattore potenzialmente in grado di riaccendere dinamiche di competizione interna difficili da governare. Una divergenza che contribuisce a rendere più prudente l’esposizione diretta della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul dossier.
Proprio la necessità di preservare la tenuta complessiva della coalizione renderebbe, secondo più di una lettura che filtra dagli ambienti parlamentari, meno lineare un’iniziativa esplicita da parte di Palazzo Chigi su questo fronte. Potrebbe allora star prendendo corpo una dinamica più indiretta e meno visibile: l’idea che a portare avanti con maggiore evidenza il tema siano soggetti contigui o comunque riconducibili all’area di maggioranza, in grado di intercettare e alimentare il confronto senza esporre direttamente il vertice politico della coalizione.
“Le preferenze sono necessarie, le vogliono gli italiani, le chiedono i rappresentanti territoriali dei partiti. E non dimentichiamoci che le ha reintrodotte per ben due volte la Consulta. Per questo Fratelli d’Italia fa bene a riportare il tema sul tavolo e a spingere sugli alleati”, riferisce ad Affaritaliani una fonte vicina a Nazione Futura.
La posizione di Futuro Nazionale
Il nodo, tuttavia, non è solo tecnico. È profondamente politico e, per certi versi, quasi antropologico. Le liste bloccate – cuore dell’attuale architettura elettorale – sono percepite da una parte consistente dell’elettorato come un meccanismo opaco, distante, che separa la scelta dal riconoscimento diretto del candidato.
Ma lo stesso disagio serpeggia anche nei territori, dove la politica conserva ancora una dimensione artigianale, fatta di relazioni personali, consenso costruito sul campo e competizione diretta. Non a caso – pochi giorni dopo le prese di posizione di Nazione Futura – a farsi avanti è stato Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale che sta giocando il suo destino sulla politica di strada e di piazza. E così, a Novara, dove ha incontrato alcuni ex esponenti di Fratelli d’Italia confluiti in nuove esperienze locali, ha ribadito il sostegno all’ipotesi di un ritorno delle preferenze nelle elezioni politiche.
In filigrana, la questione resta la stessa evocata dall’antica formula romana: a chi appartiene davvero la res publica, se non a chi la rende legittima attraverso il voto? Come riavvicinare i cittadini alla politica? Quanto il voto, così com’è, restituisce davvero al popolo la sua sovranità?
In questa prospettiva, il ritorno delle preferenze viene letto come una possibile chiave di rafforzamento della legittimazione democratica, riportando le dinamiche locali e territoriali anche alla Camera e al Senato, così da contribuire a rendere più trasparente e riconoscibile il rapporto tra rappresentanza e consenso. In questa cornice, il Parlamento tornerebbe a essere non solo luogo di ratifica delle decisioni politiche, ma spazio di confronto più direttamente connesso ai territori. Un tentativo più ampio, insomma, di ricucire il legame tra cittadini e istituzioni rappresentative.

